Zhang-Lisitsa… che donne per laVerdi!

Posted on 22 ottobre 2014 di

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Valentina Lisitsa

S. Prokof’ev: Concerto per pianoforte e orchestra n.2 in sol minore op.16
P.I. Čajkovski:j Sinfonia Manfred in si minore op.58

Pianoforte: Valentina Lisitsa
Direttore: Zhang Xian
Orchestra Sinfonica di Milano Giuseppe Verdi

Da qualche anno a questa parte, nell’Orchestra sinfonica Giuseppe Verdi di Milano, non si può certo dire che manchino le “quote rosa”. Ne è dimostrazione lampante la figura stessa del direttore musicale, o meglio della direttricemusicale: la cinese Zhang Xian. Sul podio dei concerti di questa settimana, la terza della nuova stagione sinfonica, c’è proprio lei, a dimostare con la sua grinta che la direzione non è solo un mestiere per uomini. A completare l’influsso di Venere sulla serata arriva poi il pianoforte solista di un’altra donna: Valentina Lisitsa. Le nostre due protagoniste, accomunate dall’anno di nascita (1973), sembrano una accanto all’altra rappresentare i due estremi opposti dell’universo femminile. L’una piccolina ma energica, con capelli corti e scuri e piglio trascinante, l’altra algida, slanciata e biondissima, quasi eterea nella delicatezza della postura e del gesto. In parallelo corrono anche i due brani che compongono il programma: entrambi russi ma profondamente diversi. Per il pianoforte della Lisitsa c’è il brillante e sfuggente Secondo concerto di Sergei Prokof’ev, mentre alla Xian resta il campo libero per la lugubre e drammatica Sinfonia Manfred di Čajkovskij.

Fin dai primi tocchi è chiaro che Valentina Lisitsanon è una pianista come le altre. Non si tratta di migliore o peggiore: semplicemente a sé. La pressione dei tasti non passa mai dall’avambraccio, e raramente perfino dai polsi: tutto è nelle dita, che tamburellano continuamente da una parte all’altra della tastiera con leggerezza e rapidità impressionanti. Ogni parte del doppio pentagramma si trasforma in puro ornamento, in tratto appena accennato sulla superficie del piano sonoro. Comprendiamo così perché il repertorio di questa pianista (che ha costruito la sua carriera attraverso youtube e la discografia più che nelle grandi sale da concerto) si concentri soprattutto sui grandi maestri del pianismo scintillante, fra i quali Prokof’ev col suoSecondo concerto sta in primissima fila. L’impressione durante la sua esecuzione è sostanzialmente di mera brillantezza (culminante nella cadenza del primo movimento), oscillando fra il salottiero e l’acrobatico. I quasi trenta minuti del brano scorrono rapidamente, senza intoppi ma anche senza una reale presa drammatica. Si rimane sorpresi, affascinati, ma non del tutto soddisfatti, come se si fosse solo titillata la curiosità ma non si fosse ancora detto nulla di concreto. I bis confermano questa tendenza, con in conclusione una Ave Maria di Schubert ultra ornamentata che troppo strizza l’occhio ad un misto di orecchiabilità, notorietà ed esibizione di abilità per non lasciare almeno un pochino perplessi. Non abbastanza si intende da fermare i “brava” e gli applausi abbondanti della sala.

La seconda parte della serata ha visto invece incupirsi nettamente i toni, ma anche aumentare la significatività. LaSinfonia Manfred non è una composizione semplice: non lo è stata la sua gestazione nel 1885 e non lo è la sua esecuzione ancora oggi. Troppo forte era l’avversione di Čajkovskij per tutto il superficiale, plateale ed esibito perché egli potesse armonizzarsi spiritualmente col programma byroniano che gli era stato consegnato. E la partitura lo mostra chiaramente, procedendo con sforzo e incertezza proprio laddove dovrebbe essere più magniloquente e al contrario prendendo il volo dove meno ce lo si aspetterebbe. In questo senso ci pare che la lettura di Zhang Xian sia stata azzeccata. Come sempre c’è da parte sua innanzitutto un estremo controllo della massa orchestrale, un gesto preciso e una gamma di dinamiche e tempi molto ampia. Rispetto agli anni scorsi ci pare di notare anche un aumento dell’anticipo del gesto sul suono, segno che il rapporto con l’orchestra sta maturando verso l’assoluta eccellenza. LaVerdi raggiunge infatti i massimi risultati proprio con lei. Non mancano poi i suoi trademark, peraltro ideali per una sinfonia come questa: suono corposo, plastico ed intenso, frequenti esplosioni di fortissimo e ritmi spesso frenetici e implacabili. Le cose più notevoli oggi arrivano nel secondo movimento, che nella nettezza del dettaglio millimetrico trova tutto il pathos delle grandi evasioni di Čajkovskij. È una rappresentazione talmente amena e perfezionata che non può che sapersi finta, fatata, solo immaginata e perciò in fondo da sempre perduta all’uomo (e nella pastorale successiva viene infatti ripensata con nostalgia). Si poteva forse sperare qualcosa di più nei momenti di lirismo (ma gli archi non sono pietroburghesi, ahinoi), mentre il Finale, con tanto di rugginosa fuga e ricomparsa del tema di Astarte, è stato risolto tutto muscolarmente e di spinta, sortendo l’effetto necessario: l’applauso di liberazione.

Zhang Xian si congederà dopo le due repliche di questa settimana per lasciare l’orchestra nelle buone mani di D’Espinosa, Axelrod e Bignamini. Tornerà a novembre a dirigere un concerto spagnolo (6,7 e 9/11) e uno su musiche di Dvořák e Korngold (14 e 16/11).

Alberto Luchetti

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Posted in: Concertistica