D’Espinosa recupera la 10a Mahler-Barshai

Posted on 22 ottobre 2014 di

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Gaetano D'Espinosa

D. Shostakovich – R. Barshai: Sinfonia da camera op.110/a
G. Mahler: Sinfonia n.10 in fa diesis (vers. Barshai)

Direttore: Gaetano D’Espinosa
Orchestra sinfonica di Milano Giuseppe Verdi

Dopo l’apertura di questa doviziosa stagione nel segno di Tchaikovsky (a sua volta ad onorare la figura di Vladimir Delman), laVerdi ingolosisce subito il suo pubblico più raffinato con un concerto piuttosto raro. Qualcuno si ricorderà che nella scorsa stagione, durante la quale furono eseguite tutte le sinfonie pari di Mahler, ci fu un poco di tumulto in occasione della Decima. Allora fu infatti eseguito solo il primo movimento, l’unico orchestrato e completato da Mahler in persona, mentre il cartellone prometteva non solo l’esecuzione integrale, ma anche la chicca della versione Barshai, ben più rara dell’usuale Cooke. Ebbene laVerdi, dimostrando attenzione per le lamentele del suo pubblico, ha deciso di recuperare quella mancanza col concerto odierno, che non solo ripropone la versione Barshai nella sua interezza ma le accosta anche un’altra perla degli arrangiamenti di Barshai: la Sinfonia da camera in do minore op.110/a di Shostakovich (ovverosia l’originarioQuartetto n.8 ampliato per orchestra d’archi).

Il direttore che ci guida in questo particolarissimo appuntamento è Gaetano D’Espinosa, nome, volto e gesto oramai noto al pubblico de laVerdi. Come sempre la sua esecuzione si caratterizza per eleganza e compostezza, asciuttezza di suono e attenzione al testo. Come sempre tuttavia non mancano anche alcuni problemini con gli attacchi. Nel primo brano, la Sinfonia da camera, abbiamo potuto godere soprattutto degli splendidi violoncelli de laVerdi, che hanno conferito morbidezza e corposità all’incipit e alla conclusione (costruiti su frasi lunghe e molto legate), mentre la parte centrale (frenetica e pizzicata) è risultata più debole per una certa sporcizia nel suono e per la mancanza di varietà nell’accentazione, che implica automaticamente un senso di ripetitività e meccanicità. A discolpa teniamo pur sempre presente quanto sia difficile eseguire con un’orchestra d’archi di oltre 60 elementi un pezzo concepito originariamente per l’agilità del quartetto. Il brano, ricco di citazioni da altre opere di Shostakovich, ci pare strizzare l’occhio anche alla “schwer gefasste Entscheidung” del Quartetto op.135 di Beethoven, a dimostrazione dell’appartenenza al novero di quelle opere estreme e testamentarie (in quel periodo l’autore stava pensando al suicidio) di cui fa parte anche la Decima Sinfonia, incompiuta, di Mahler.

Tralasciando il geniale cellulare squillato con precisione millimetrica sull’ultimo, intenso accordo della Sinfonia da camera passiamo così al primo, altrettanto intenso attacco delle viole nella sinfonia di Mahler. Il primo movimento, reso da D’Espinosa con una curiosa spigolosità, ci ricorda con vividezza quanto questo compositore debba a certi Adagi del tardo Bruckner. Da ciò sarà chiaro anche il ruolo diffuso e fondamentale degli ottoni, che sono stati bravi nel non soverchiare il resto dell’orchestra, specialmente i violini, che sono incaricati degli sprazzi di luce (seppur autunnale), e i legni, che portati nelle regioni più acute dei loro registri diventano straordinari medium del grido di dolore lancinante. Come in Bruckner tutto si sviluppa sui larghi respiri e niente è lasciato agli effetti roboanti e brillanti del primo Mahler: in altre parole D’Espinosa affida tutta la sua interpretazione alla gestione dei tempi, sfruttando l’effetto psicologico che ha la dilatazione e la condensazione del discorso musicale, mentre restano in secondo piano gli aspetti timbrici, dinamici ed agogici. È una lettura forse poco passionale e di trasporto, ma è rigorosamente ragionata e non manca di onorare l’altezza della partitura (in certe parti molto impegnativa: vedi il primo Scherzo con le sue ritmiche perennemente mutabili). I movimenti centrali, su cui la mano di Barshai nella riorchestrazione si fa sentire in modo più esteso, sono quelli che pagano lo scotto maggiore di questa scelta. Rispetto all’usuale versione Cooke, la Barshai ha infatti colori più sgargianti e perciò, ci pare, anche più eterogenei. Pare che egli abbia voluto ricorrere sempre alla mimesi di soluzioni timbriche usate da Mahler in altre sinfonie e in passaggi analoghi, senza tuttavia una visione d’insieme del tono che l’intero movimento deve avere. L’impressione è quella di un abito vecchio adattato ad un corpo nuovo, un abito peraltro già in sé composito, frastagliato ed eccessivamente variopinto, a mo’ di Arlecchino. C’è indubbiamente fascino in certe frasi di assolo, ma negli assiemi tutto tende a mescolarsi senza distinguibilità. Nell’ultimo movimento torna protagonista D’Espinosa che, tenendo forse a mente il Finale della Sesta sinfonia, imprime il carattere di una tremenda lotta contro il tempo, del tutto priva di via d’uscite e di speranze: una lotta di pura reazione, di negazione ostinata e inspiegabile. Ancora una volta lo fa con l’uso dei tempi, qui implacabilmente stretti e asfissianti, accumulando tensione su tensione. Il tutto sfocia in un unico punto di sfogo conclusivo, che ottiene così tutta la forza strutturale che merita: tutto tace in una quiete che è abbandono allo scorrere nel nonsenso e nella incompletezza della vita, ora tuttavia perfettamente accettata (ritorna la tonalità d’origine, il fa diesis maggiore).

Stavolta nessun cellulare può nulla: il momento ha la sacralità dell’ultima parola di un grande artista sull’esistenza umana. Una parola amara ma saporita, nutriente, significativa e profonda, che lascia cioè un segno indelebile in chi la ascolta. E questo va ben oltre quale versione, quale orchestrazione si scelga, e dovrebbe invitare a proporre più spesso questa partitura, che tanto ha ancora da comunicare all’umanità e che è stata giustamente onorata da D’Espinosa con un gesto prima dell’ultimo applauso.

Alberto Luchetti

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Posted in: Concertistica