Goerne e il Canto del Cigno schubertiano

Posted on 22 ottobre 2014 di

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Matthias Goerne

L. van Beethoven: An die ferne Geliebte op.98
F. Schubert: Schwanengesang D.957

Baritono: Matthias Goerne
Pianoforte: Enrico Pace

La stagione della Scala 2013/14, l’ultima della decennale gestione di Stéphane Lissner, volge oramai al termine. L’appuntamento coi recital dei grandi cantanti ha concluso proprio oggi il suo ciclo annuale con una delle voci più note della liederistica: il veterano Matthias Goerne. Dopo aver affrontato Winterreise l’anno scorso, ora la scelta più consequenziale per il baritono tedesco classe 1967 era completare la produzione dello Schubert estremo con la raccolta Schwanengesang. E così è stato.

Prima del maturo capolavoro schubertiano, la serata è stata aperta da un altro noto ciclo: An die ferne Geliebte, probabilmente il più rilevante risultato ottenuto da Beethoven in ambito liederistico. Di tutte le sensibilità musicali del compositore di Bonn, quella per la voce umana non era decisamente la più sviluppata, tanto che non pochi cantanti hanno patito le sue scritture vocali impervie e poco gratificanti. Goerne, da esperto liederista, sa con che parte ha a che fare (oltretutto concepita per tenore) e agisce di conseguenza. In qualche modo lascia che sia il pianoforte, ovvero dove Beethoven ha concentrato la maggior parte degli elementi espressivi, a guidare il fraseggio, inserendosi come rapsodo, cioè nell’etimo come “cucitore” del canto. Mette così il suo straordinario colore caldo e scuro al servizio del pianismo di Enrico Pace, che è ben più che solo un accompagnatore, è artista allo stesso livello del cantante. Raramente la voce cresce oltre le dinamiche del mezzoforte, mentre il pianoforte risalta con sonorità incise e raffinate, che rimandano continuamente a certi passaggi delle sonate coeve.

Per sentire tuttavia davvero Goerne nel suo pieno potenziale dobbiamo spostarci avanti, in Schubert, autore con cui è da sempre identificato. Qui le melodie si ampliano regolarmente sulle otto battute e il pianoforte assume il consueto ruolo di tappeto emotivo, ornamentato solo laddove la voce si ferma e gli lascia la ribalta del primo piano. L’arma prima di Goerne resta sempre il timbro inconfondibile e la pastosità, che si uniscono in una emissione “col fiato” poco cara ai melomani ma ideale per la liederistica di Schubert, che è tutta basata sul rapporto con la pausa e il respiro, che hanno portata espressiva quasi pari al canto. La lezioncina tecnica cede presto il posto alla suggestione: il sospiro nostalgico del suo fraseggio fa facilmente perdonare qualche stimbratura nei passaggi di maggior spinta, così come gli acuti schiariti hanno tutta la dignità di una scelta poetica, poiché raccolgono con molta maggior potenza l’idea dello “Streben”, della tensione romantica verso l’ideale irraggiungibile. Ci è parso invece un po’ meno a suo agio Enrico Pace, che ha mantenuto lo stile nitido e rarefatto che tanto aveva pagato in Beethoven ma che qui risulta quantomeno atipico. Eppure a tratti emerge ancora la sua musicalità eccezionale, ad esempio nei frequenti echi dolorosi della mano destra, oppure nei Lieder più sentiti, come In der Ferne, Ihr Bild o Der Doppelgänger (non a caso tutti su testo di Heine), eseguiti con tempi estremamente lenti, accordo per accordo, con grande intensità.

Nel complesso una serata in netto crescendo, che si è conclusa (dopo la lunga, doverosa, religiosa pausa alla fine di Der Doppelgänger) con una esplosione di entusiasmo del pubblico. Gli applausi numerosi hanno portato al bis più logico, il quattordicesimo Lied della raccolta nonché ultimo scritto da Schubert: Die Taubenpost. Un notevole rilassamento della tensione creata dal finale precedente, ma la giusta conclusione per una stagione di recital di ottimo livello. Si riparte nel 2015, dal 5 gennaio, con Ian Bostridge, per poi proseguire con nomi quali Damrau, Pape, Harteros, Barcellona, Vargas e Gerhaher.

Alberto Luchetti

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Posted in: Recital