La Fanciulla del West a Zurigo

Posted on 14 ottobre 2014 di

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Minnie: Catherine Naglestad
Dick Johnson: Zoran Todorovich
Jack Rance: Scott Hendricks

Direttore: Marco Armilliato
Regia: Barrie Kosky

Per la sua ultima giornata di attività nella presente stagione, la Opernhaus di Zurigo ha voluto chiudere in grande stile con una doppia recita in un sol giorno: al pomeriggio La Fanciulla del West e la sera Roberto Devereux... una doppietta che per la maggior parte dei teatri italiani sarebbe difficile da mettere in scena anche solo nell’arco della stessa stagione. D’altronde questo teatro è oramai da anni un modello di gestione virtuosa, mescolando qualità e quantità senza compromessi.

Particolare interesse rivestiva La Fanciulla del West, ultima nuova produzione di questa stagione (la prima è del 22 giugno scorso) nonché esordio del regista australiano Barrie Kosky sulla piazza zurighese. Ricordiamo che egli è oggi sovrintendente della Komische Oper di Berlino, posto precedentemente tenuto da Andreas Homoki, attuale Intendant di Zurigo. Il rapporto fra i due registi e direttori di teatro è quindi forte e significativo. Kosky è in particolare noto per il suo approccio spesso anticonvenzionale ed estremamente teatrale, che molto si discosta invece dalla regia di impianto melodrammatico di Giancarlo del Monaco che seguirà nel Devereux (risalente al 1997). Comprendiamo dunque perché la scena sia del tutto spogliata da ogni orpello superfluo, limitata alle pareti e agli elementi scenici necessari (il bancone del bar nel primo atto, il letto ed una finestra nel secondo, una sedia e una corda da impiccagione nel terzo), mentre tutto avviene nei movimenti dei personaggi. Ogni effetto saloon è evitato sapientemente, portando la vicenda in un presente reso atemporale dalla miseria degli abiti e degli ambienti dei minatori, che sono certo meno sensibili alle folate della moda. Quando non si lascia andare agli eccessi, che tanto penalizzano le messe in scena d’oggi, la regia di Kosky è magistrale. Tralasciando allora queste poche sviste (troppi movimenti inutili e anti-musicali nella scena del bar, inutilmente macchiettistica la figura della serva Wowkle che anziché un bambino ha con sé una bambola dalle fattezze della padrona da martoriare), il focus sui protagonisti è totale ed efficacissimo. Basta poco, un gesto o un dettaglio ad esempio, per caratterizzare Minnie nel contrasto fra la virago tracanna-whiskey che mostra in pubblico e la ragazza timida che attende il primo bacio in privato, mettendo un vestito a fiori serbato per l’occasione e che reca ancora su l’etichetta. Realistico anche l’amore abbruttito, risentito e aggressivo di Jack Rance, che rimane l’unico “irredento” nella scena finale, dopo che tutti gli altri minatori hanno abbracciato e salutato Minnie in una scena molto empatica.

Altra nota positiva è stata la direzione di Marco Armiliato, che senza complicazioni nel gesto ha saputo gestire una partitura per niente semplice mettendo a frutto la precisione (svizzera!) dell’orchestra Philharmonia Zurich e la bella acustica della sala per creare un suono corposo e sempre accattivante, senza mai perdere il gusto nel fraseggio. Promosso a pieni voti anche il coro (preparato da Jürg Hämmerli) che ha alcuni passaggi di raro impegno subito in avvio.

Nagelstad e Todorovich

Nagelstad e Todorovich

Per quanto riguarda il cast vocale, altro punto spinosissimo ne La Fanciulla del West, le valutazioni sono meno nette. Catherine Naglestad, al debutto nel ruolo, è artista sicuramente adatta per piglio drammatico e capacità di piegare la voce anche alla frase languida, ma alla generosità del suo strumento non corrisponde altrettanta precisione tecnica. Troppo sistematiche le oscillazioni di intonazione nei lunghi legati e troppo persistente l’infiltrarsi di aria nella voce nell’ultimo passaggio. Molto efficace invece il registro di petto, che in quest’opera gioca un ruolo non secondario. Dick Johnson era invece il navigato Zoran Todorovich, che, come tanti tenori dotati di squillo, si limita a compiacersi di questa qualità tralasciando tutto il resto (specialmente la partecipazione scenica, per lo più assente ed in ogni caso poco credibile). Porta comunque a casa la serata con grosso successo e senza inciampi, nonostante la tessitura scomoda. Il terzo incomodo infine è il Jack Rance di Scott Hendricks, che unisce bene la brutalità della voce a quella del personaggio. Non è un maestro di sfumature ma tiene la scena e fa la sua parte, dimostrando solidità e padronanza.

Nel complesso uno spettacolo molto avvincente e funzionale, che rende onore ad uno dei titoli più belli (e stranamente non così spesso rappresentato) del catalogo pucciniano. Come tutte le nuove produzioni sarà ripreso immediatamente la prossima stagione, già da Settembre, con lo stesso cast.

Alberto Luchetti

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Posted in: Opera