Salonen incanta alla Scala

Posted on 29 giugno 2014 di

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Esa-Pekka Salonen

L. van Beethoven: Sinfonia n.2 in re maggiore op.36
G. Mahler: Sinfonia n.1 in re maggiore “Titan”

Orchestra Filarmonica della Scala
Direttore: Esa-Pekka Salonen

Il Teatro alla Scala questo mese di Maggio è prepotentemente dominato dalla figura di Esa-Pekka Salonen, l’attesissimo ospite che finora non ha certo deluso le aspettative. Della sua Elektra sono già stati tessuti molti elogi, e non possiamo che seguire gli stessi toni entusiastici per il suo concerto con la Filarmonica della Scala. Bisognerebbe andare indietro di anni per trovare un’altra occasione in cui l’orchestra del teatro abbia raggiunto questi livelli di precisione, duttilità e potenza.

Il direttore finlandese ha scelto un programma impegnativo e curioso: due sinfonie, la Seconda di Beethoven e la Prima di Mahler, accomunate dalla tonalità di re maggiore e dall’esser testimonianza della prima maturazione di due immensi sinfonisti. A distanza di quasi cento anni l’una dall’altra, entrambe rappresentano un momento di forzatura del linguaggio sinfonico ed i rimandi sono molteplici e significativi almeno quanto le differenze.

Queste letture trasversali sono state ulteriormente favorite dalla consueta asciuttezza di suono di Esa-Pekka Salonen, capace di dare all’orchestra leggerezze e trasparenze uniche e riconoscibilissime. Particolarmente azzeccato questo metodo per Beethoven, che è stato così passato come in radiografia per evidenziarne la consequenzialità delle strutture e l’equilibrio della trasformazione ritmica e dinamica. Al gesto di Salonen (di straordinario anticipo) l’orchestra ha risposto sempre alla perfezione, facendo passare un messaggio di assoluta necessità e naturalezza in ciò che veniva eseguito: “es muss sein”, come avrebbe scritto Beethoven oltre venti anni dopo su un tema del suo ultimo quartetto d’archi. Tutta la sinfonia, che non è certo nel “Gotha” beethoveniano né si fa notare per genialità dei temi o ricercatezze timbriche, è d’altronde significativa proprio per l’economia perfetta delle tensioni armoniche, ritmiche e dinamiche. Una lettura asciutta ed essenziale premia specificamente questa ricerca puramente formale attraverso le armi del vigore e della precisione, esaltando dettagli (specialmente di violini e legni) che spesso rimangono nascosti e comunicando perennemente l’impressione di un grande gesto stilistico. Nessun suono viene negletto, con una delicatezza che preclude le dinamiche estreme così come i colori non soffusi, sottraendo ogni traccia di drammaticità larmoyante o grossolana ma senza perdere tensione e intensità. L’ultimo accordo è stato accolto al grido “Fantastico!” di uno spettatore, testimonianza della grandezza di pensiero musicale puro che si era appena concretata sul palco della Scala.

Se l’approccio di Salonen ha dunque dato vita e forma ad un Beethoven memorabile (e tanto più memorabile quanto meno lo è forse la partitura di partenza), le cose si complicano nel confronto con Mahler. La sua Prima sinfonia pone già di per sé un’enormità di problemi interpretativi, satura com’è di eclettismi e (volute) disomogeneità stilistiche, attingendo tanto dal sinfonismo monumentale di Brahms quanto dall’esotismo pentatonico, tanto dalla liederistica quanto dalla musica di danza popolare (ländler) e non (valzer). Inevitabile, in un tal amalgama, non poter mantenere la stessa perfezione di trasparenze e addensamenti sonori udita in Beethoven, ma resta comunque distintiva un’atmosfera soffusa e cristallina (specialmente nell’introduzione) e un livello esecutivo complessivamente elevatissimo. Punto di forza del Mahler di Salonen è senz’altro la particolarità di alcuni colori, carichi di amarezza ma del tutto privi di pesantezza, che hanno perfettamente reso ad esempio il carattere decadente del terzo movimento o l’elaborazione luttuosa affidata agli archi nel quarto movimento (“dall’inferno… al paradiso”). Trascurabili le pochissime imperfezioni dei singoli (forse qualche sbavatura della prima tromba nella sua fanfara del primo movimento o del contrabbasso solo all’inizio del terzo) ed ampiamente compensate da grandi momenti d’assieme, con Salonen abilissimo nel gestire ritardandi e dinamiche per esaltare la deflagrazione secca e luminosissima dei momenti d’apice. I finali primo e quarto sono stati vere e proprie esplosioni di gioia e luce, ovvero di vitalità allo stato puro, scatenando alla conclusione un entusiasmo in sala che raramente si è riscontrato per i concerti sinfonici.

Se è concesso muovere una critica, a fronte di un’esecuzione tecnicamente eccezionale, lo si può fare forse solo sul fronte interpretativo, che ha trascurato l’aspetto cupo e minaccioso di questa partitura, cioè quel senso di sprofondamento ed inadeguatezza che l’uomo prova di fronte allo scatenamento sovrumano della forza naturale e che sarà poi al centro anche della Settima sinfonia. Tuttavia sono pensieri che possono venire solo a posteriori: durante la performance troppo si è avvinti dall’eleganza del gesto di Salonen e dalla perfetta risposta dell’orchestra, che trasmettono un’energia incredibile. Gli ultimi frutti della gestione Lissner si rivelano così essere fra i più dolci e maturi, sperando che siano anche primizie di un futuro meno altalenante per le stagioni sinfoniche del Teatro alla Scala.

Alberto Luchetti

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Posted in: Sinfonica