Il Werther poco goethiano di Grigòlo

Posted on 29 giugno 2014 di

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La copertina di un cd di Grigolo

Werther: Vittorio Grigolo
Charlotte: Ekaterina Gubanova
Sophie: Siobhan Stagg
Albert: John Chest
Le Bailli: Markus Brück

Orchestra della Deutsche Oper di Berlino
Coro di voci bianche della Deutsche Oper di Berlino
Direttore: Donald Runnicles

Che gli operisti francesi abbiano utilizzato i testi di Goethe più per convenienza che per convinzione lo dimostra ampiamente già il Faust di Gounod, per quanto anche il Werther di Massenet faccia la sua parte. Se poi a prendere la parte del giovane protagonista è l’autoproclamato “italian tenor” Vittorio Grigolo, il mix è esplosivo, e non proprio nel senso più positivo del termine. Della profondità e concettualità tipicamente tedesca (natura contro cultura, bohème contro borghesia, infanzia contro età adulta, volontà contro rappresentazione) non c’è già più traccia nel libretto di Édouard Blau, Paul Milliet e Georges Hartmann, eppure ciononostante nessuno negherebbe il fascino del Werther di Massenet, che compensa questa perdita attraverso la suggestione della preziosissima orchestrazione e la raffinatezza delle morbidissime linee di canto.

Tutte caratteristiche molto ben comprese ed esaltate dal direttore della Deutsche Oper Donald Runnicles, che con l’orchestra del suo teatro è stato oggi ospite della Philharmonie (dato che il palco della Deutsche Oper sarà in ristrutturazione per tutta l’estate) per una esecuzione in forma concertante. Perfettamente assecondato dai suoi in grande forma ed ottimamente preparati, Runnicles non si è lasciato sfuggire nemmeno una nota, trovando colori, agogiche e scelte di tempo (inclusi abbondanti rubati) sempre efficaci e mai fuori luogo, confermando un feeling con l’opera francese già percepibile in Les Troyens e La Damnation de Faust.

Tutto questo ha solo ampliato il gap percepibile con l’interpretazione stereotipicamente “italiana” del protagonista, il già citato e molto atteso e promozionato Vittorio Grigolo, autore di una prova certo non negativa ma quantomeno discutibile. Col passare degli anni non si può nemmeno più dire che l’interprete sia rozzo, anzi, il suo Werther è una sagra della forcella, nel totale compiacimento per una voce evidentemente bella di natura ed oggi anche manieratamente piegata ad ogni sorta di sfumatura. La totale mancanza di gusto ha fatto tuttavia sì che nessuna di queste sfumature riuscisse poi particolarmente espressiva. A tratti si nota quasi una forma di imitazione smaccata delle mezzevoci che hanno reso celebre Jonas Kaufmann, senza avere però nessuna delle doti di introspezione e moderazione del collega tedesco. Kaufmann, non avendo la generosità e bellezza di timbro di Grigolo, ha saputo magistralmente fare di necessità virtù e dosa ogni mezzo alla perfezione, mentre qui tutto risulta ricercato e meramente ammiccante. Ne esce un Werther lagnoso, melodrammatico fino alla nausea e con decisamente poca eleganza, condicio sine qua non per tutto il repertorio francese. Ed è un peccato, perché con quella voce si potrebbe fare invece molto di più… facendo semplicemente molto di meno. Il suo Roméo di qualche anno fa lo dimostra e fa registrare nel confronto anche una piega discutibile nello sviluppo delle qualità interpretative di Grigolo, che resta comunque una delle voci più belle di questa non generosa generazione di tenori.

Molto più azzeccata la Charlotte di Ekaterina Gubanova, che con timbro autenticamente mezzosopranile sa far correre la voce sia nei momenti più introversi (al confine col recitativo) che in quelli più estroversi (gli sfoghi di dolore e rimorso nell’aria terzo atto), mantenendo omogeneità in tutti i registri (escluso forse un singolo acuto nel finale). Penalizzata come molti interpreti slavi anche dalla lingua e dalla dizione, potrebbe migliorare lavorando sulla fluidità nel fraseggio. Già oggi è comunque uno dei mezzosoprani più richiesti ed a ragione. Una vera e propria rivelazione, invece, l’australiana Siobhan Stagg nel ruolo della sorella Sophie: voce non immensa ma decisamente agile, bella e precisa, che si accompagna ad una presenza scenica molto ben corrispondente. Anche il terzo membro della famiglia, il padre, Markus Brück, si iscrive sul registro degli assolutamente promossi e con merito: sicurezza e padronanza perfetta in una parte certo non terribile. Qualche dubbio in più invece sull’altro baritono, John Chest, che nel ruolo del promesso sposo borghese Albert (ridotto nell’opera a “villain” di bassa lega) va troppe volte in difficoltà e non sembra mai capace di proiettare la voce senza artifici. Genericamente positivi tutti gli altri personaggi minori, interpretati anch’essi (come Sophie, Le Bailli e Albert) da membri dell’Ensemble della Deutsche Oper, così come preciso è stato il coro interno di voci bianche (tutte femminili).

Show finale dell’italian tenor con il solito inchino (immediatamente parodiato da Donald Runnicles) più bacio al parquet del palcoscenico ed addirittura con un improponibile lancio dei fiori (ricevuti d’ordinanza dalle maschere) in mezzo alla platea a mo’ di matrimonio. L’ultima e culminante di una serie di gigionate già viste durante l’esecuzione, per nulla frenata dalla forma concertante e dall’austerità del luogo.

Fabio Tranchida

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Posted in: Opera