Il Mahler pleonastico di Gustavo Dudamel

Posted on 29 giugno 2014 di

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Gustavo Dudamel

H. Birtwistle: Dinah and Nick’s Love Song
G. Mahler: Sinfonia n.3

Frauen des Rundfunkchors und Knaben des Staats- und Domchors Berlin
Berliner Philharmoniker
Direttore: Gustavo Dudamel
Mezzosoprano: Gerhild Romberger

La stagione 2013/14 dei Berliner Philarmoniker volge al termine, ma non senza un “botto” conclusivo. Prima della tournée che li porterà anche in Italia (Verona e Firenze), l’orchestra berlinese affronta l’opera sinfonica più lunga mai scritta: la Terza di Mahler. Doveva essere un concerto memorabile, con alla guida uno dei più grandi direttori viventi, Mariss Jansons, ma la salute del maestro lettone non gli ha concesso di essere presente. Dopo la notizia della sua abdicazione al trono del Concertgebouw in Aprile, l’apprensione del mondo musicale per la sorte del settantunenne Jansons è palpabile. Eppure è spesso proprio in queste fasi estreme che i direttori sanno tirare fuori il meglio di sé, raggiungendo profondità di lettura e partecipazione emotiva irripetibili. Il rimpianto dunque per non averlo potuto sentire in una partitura che pretende grandi bacchette e affronta temi nodali come la Terza di Mahler è enorme, e aleggia inevitabilmente sulle spalle del giovane e forse non del tutto adeguato sostituto: Gustavo Dudamel.
Certamente il compositore boemo è nel DNA di Dudamel, che emerse alle cronache nel 2004 dopo aver vinto il concorso dei Bamberger Symphoniker intitolato proprio a Gustav Mahler, le cui partiture egli ha poi messo al centro della sua carriera internazionale. La sua chiave interpretativa è da sempre improntata ad una dirompente vitalità ed energia, con estrema facilità nello stupire le platee, per lo più sfruttando la capacità di tirar fuori una estrema brillantezza e intensità di suono nelle chiuse trionfali. Questa caratteristica ha probabilmente favorito il feeling fra il direttore venezuelano e l’orchestra berlinese, che ha una rilevante componente di giovani ed ama suonare vigorosamente al pieno delle proprie potenzialità. Il suo nome è addirittura fra i papabili per la successione di Sir Simon Rattle, che ha annunciato di voler lasciare il podio della Philharmonie alla scadenza del suo attuale contratto, nel 2018.
L’esecuzione di questa sera ha sostanzialmente confermato questo feeling e queste caratteristiche, accentuando i punti forti di Dudamel così come i suoi lati più deboli. Le cose migliori si sono sentite in avvio, con l’inquietante “Risveglio di Pan” superbamente eseguito dal reparto di ottoni forse migliore al mondo, per giunta ulteriormente spronato dalla grinta di Dudamel. Meno bene sempre nel primo movimento le parentesi idilliache, risultate eccessivamente pesanti. L’ottimo controllo dei tempi e la tonicità esecutiva impressionante dei Berliner ha portato fieno in cascina anche nei successivi due movimenti, col terzo un gradino sopra il secondo anche grazie ad uno dei più straordinari e suggestivi assoli di flicorno che si possano sentire (l’esecutore ha giustamente ricevuto un’ovazione al termine). Da qui in poi, quando cioè si entra nel vivo delle profondità psicologiche e filosofiche della partitura, la mancanza di una guida “spirituale” sul podio ha cominciato a farsi sentire. Allargare i tempi a dismisura non basta a veicolare il senso di profondo mistero ed elaborazione del lutto delle parole di Nietzsche e delle note di Mahler. Inoltre  è una strategia pericolosa, che complica la vita ai fiati e al mezzosoprano Gerhild Romberger, peraltro impeccabile nell’intonazione ed estremamente espressiva nel suo timbro scuro. Dopo l’interlocutorio quinto movimento, che si è giovato invece dell’ottima prova tanto del coro femminile (Rundfunkchor Berlin) quanto soprattutto di quello di voci bianche (Knaben des Staats- und Domchors Berlin), arriva infine il nodo più spinoso: il Finale. Oltre trenta minuti di appassionati intrecci di archi, legni e ottoni per uno dei vertici assoluti della musica occidentale. Formalmente Dudamel non sbaglia nulla, i ritardando sono quelli scritti, gli sforzandoidem, le forcelle pure: l’esecuzione è insomma in ogni sua parte intensa e precisa (approfittiamo qui per una nota di merito anche al primo violino, eccezionale in tutti i suoi interventi sparsi lungo tutta la sinfonia). Eppure qualcosa manca. Manca l’afflato d’assieme, manca il respiro profondo e accorato che conduce questo movimento e il suo materiale tematico attraverso infinite traversie, manca la disperazione di certi momenti laceranti, manca il languore d’altri più rilassati, manca insomma l’esprimersi di un’anima unica sotto l’infinita trama di note. Rispetto alla Terzache Dudamel eseguì qualche anno addietro alla Scala (2006) non abbiamo notato una rilevante maturazione, scontata l’evidente qualità superiore dell’orchestra. Un peccato, perché appunto con questo materiale di partitura ed esecutori si poteva veramente raggiungere un risultato di rilievo, e così invece non è stato, con l’impressione che sia fallito il decollo e si sia rimasti fermi su un livello di (pur altissima) routine. Ecco perché abbiamo intitolato con l’aggettivo “pleonastico”, che ci pare ben localizzare l’attuale incapacità di questo direttore nel fare il salto di qualità e raggiungere un valore “assoluto”, una qualità d’esperienza unica ed irripetibile.
Quasi dimenticavamo: in apertura è stato eseguito il brano di Harrison Birtwistle Dinah and Nick’s Love Song, della durata di circa cinque minuti e scritto per un curioso organico: un’arpa e tre “melody instruments” (in questo caso apparentemente tre corni inglesi), dislocati stereofonicamente agli angoli della sala. Interessante esperimento sulla variazione di “blocchi” di suono nello spazio e nel tempo, ma risultato francamente evanescente in questa collocazione di programma: troppa la sproporzione di dimensione rispetto alla sinfonia, che ha attirato tutta l’attenzione.

Alberto Luchetti

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Posted in: Sinfonica