Hahn-Sokhiev: il bivio del talento

Posted on 29 giugno 2014 di

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Hilary Hahn

H. Vieuxtemps: Concerto per violino e orchestra n.4 in re minore op.31
P.I. Tchaikovsky: Sinfonia “Manfred” op.58

Berliner Philharmoniker
Direttore: Tugan Sokhiev
Violino: Hilary Hahn

L’evento musicale della settimana sulla scena berlinese è quasi senza dubbio la prima volta della violinista Hilary Hahn con i Berliner Philharmoniker nella sede istituzionale della Philharmonie. Per lei, che è da oltre dieci anni artista di punta della Deutsche Grammophon, questa era una tappa obbligata. Tuttavia, gli anni che dividono il suo contratto con l’etichetta da questa sua ammissione formale al “tempio” tradiscono in qualche modo un paradosso della musica classica oggi: il rapporto problematico fra essere e apparire. Hilary Hahn ha da sempre attratto l’attenzione del mondo musicale per la combinazione unica dei suoi talenti: virtuosismo con l’archetto, precocità del talento e viso particolarmente fotogenico. Questo ultimo aspetto, oggettivamente non trascurabile nelle scelte delle case discografiche, suscita da sempre inevitabilmente anche una controreazione “snob” (ma non sempre ingiustificata) da parte dei pubblici e dei direttori artistici più austeri e conservatori. Spesso l’etichetta di “prodotto commerciale” è difficile da togliere di dosso, e l’occasione odierna pareva proprio avere anche questo significato per la non-più-così-giovane Hahn, che alla soglia dei 35 anni è chiamata a fare un salto di qualità definitivo per consacrare la sua carriera su uno dei palcoscenici più importanti al mondo. La scelta del brano con cui presentarsi, il Quarto concerto di Henri Vieuxtemps, ci pare in verità non deporre particolarmente a suo favore, rappresentando in qualche modo un tentativo di sottrarsi al confronto diretto con altri interpreti del presente e del passato su un campo di battaglia più di tradizione (a titolo d’esempio citiamo Brahms, Beethoven o Tchaikovsky, tutti concerti che peraltro la Hahn ha già inciso e che esegue correntemente in giro per il mondo). Non si intende certo che questo Quarto concerto di Vieuxtemps sia un brano facile, anzi, è la quintessenza del virtuosismo, essendo scritto da un virtuoso per esaltare le proprie capacità. Tuttavia, dato che nessuno sano di mente dubiterebbe delle doti virtuosistiche della Hahn, il banco di prova per lei alla Philharmonie sarebbe dovuto essere piuttosto quello della maturità dell’interprete, che forse in questa partitura non ha modo di emergere particolarmente.

Fatta questa premessa, sull’esecuzione c’è poco da sindacare. La concertazione precisissima di Tugan Sokhiev mette l’intera schiera dei Berliner Philharmoniker al servizio della solista, con massima attenzione a non coprire mai il suo canto. Scelta saggia, poiché l’arma privilegiata di Hilary Hahn non sono certo le cavate vigorose in fortissimo, quanto piuttosto le delicatezze di cui dà prova fin dal primo attacco, in pianissimo e filato. La tecnica impeccabile le garantisce poi di sgranare scale e ornamenti vari con una facilità e finezza impressionanti, senza alcun timore dei numerosi salti da una parte all’altra della tastiera che la scrittura virtuosistica le richiede. C’è tutto quel che serve insomma per farsi piacere, specialmente sul fronte della grazia (ad esempio nel terzo movimento, lo scherzo, forse il più adatto all’interprete), ma in oltre venti minuti di concerto non abbiamo registrato alcuna scelta ardita ed i sussulti sono stati piuttosto scarsi. Il movimento lento, con l’arpa ad accompagnare il violino, non si è districato dall’appiccicosa melassa con cui è guarnito (complice il lacrimoso vibrato stretto della Hahn), mentre il gran finale circense risulta alquanto fine a se stesso (esaltando più che altro il notevole controllo e la sapiente gestione delle dinamiche della solista, in perfetta sinergia col direttore e l’orchestra). Indicativo dell’intera atmosfera sovraccarica di orpelli e del tutto priva di profondità musicali è stato l’ironico sospiro di liberazione di uno spettatore al termine delle futili peripezie di un movimento. Francamente, se la prova del fuoco di Hilary Hahn fosse terminata qui, seppur fra sonori applausi e consensi, le perplessità sarebbero germinate. Per fortuna invece la violinista americana plurivincitrice di Grammy Awards si è riscattata con un bis bachiano (per la precisione laSarabanda dalla Seconda Partita BWV 1004) di ottimo livello, specialmente per l’assoluta chiarezza e profondità di suono della sua copia Vuillaume dal “Cannone” di Guarneri del Gesù, i cui armonici di risonanza sono stati massimizzati da un perfetto movimento continuo dell’archetto da una corda all’altra, senza mai spezzare il suono.

Abbiamo tenuto in serbo tutta la seconda parte della recensione, riguardante la Sinfonia “Manfred” di Tchaikovsky, per tessere invece le lodi di un altro ex enfant prodige: il direttore Tugan Sokhiev. Classe 1977, la sua storia è quasi da romanzo: appena ventenne, al suo debutto nella direzione d’opera in una Bohème in Islanda, viene “scoperto” dal responsabile della Welsh National Opera che lo pone alla direzione musicale della prestigiosa istituzione gallese. Oggi dopo un decennio di attività è un berlinese d’adozione, essendo direttore stabile della Deutsche Symphonie Orchester Berlin. A distinguerlo è da subito una tecnica finissima, col gesto molto alto e di estrema leggibilità, che rivela l’influenza del maestro Musin. I cambi nel battito del tempo non vengono dettati dalla rapidità del movimento del braccio, che resta costante, ma dall’allargarsi o restringersi del moto circolare. La regolarità della velocità del braccio può così alterarsi solo per dettare i rubati, con estremo guadagno in precisione. L’attenzione è poi totale per ogni attacco, sporgendosi in avanti quando vuol suggerire lo sforzando. In tanta puntigliosità, l’unico appunto che ci sentiremmo di fare a Sokhiev riguarda forse l’abitudine a lavorare con orchestre di questo valore, che spesso rendono di più se “lasciate suonare” anziché guidate in maniera pedissequa. Da una parte è straordinario sentire cosa può uscire, in termini di potenza e compattezza, da questa orchestra quando viene sincronizzata al millimetro per esplodere in subitanei e fortissimi tutti (di cui il primo movimento abbonda), dall’altra tuttavia vanno perdute certe morbidezze di cui invece i Berliner sono straordinariamente capaci. La lettura di Tchaikovsky che ci offre Sokhiev non è in ogni caso “morbida”, anzi. Grande enfasi viene data alle pause di silenzio (che preludono, assieme alla tonalità di partenza di si minore, agli esiti della Sesta sinfonia) e ad una grande densità di suono, con caratterizzazioni timbriche estreme: scurissime per i movimenti estremi, luminosissime per quelli centrali. Ottima la distribuzione frequente ma mai esagerata e plateale dei rubati e dei gesti agogici, che hanno aggiunto particolare pathos al terzo movimento, lento ma sempre inquieto (anche qui già con un ammiccamento alla Sesta). Il finale poi è terreno fertile per le scorribande virtuosistiche dei Berliner Philharmoniker, che si scatenano in uno sfoggio di quella che potremmo definire, solo ricorrendo ad un ossimoro, come “sfrenatezza controllata”. D’altronde una partitura piuttosto caotica e frammentaria di suo come questa può essere valorizzata solo con l’estrema vividezza, compattezza e perfezione esecutiva, che lungi dal ridurne l’incongruenza si impegna invece ad esprimerla pienamente, in quell’incontro fra aorgico e organico che Hölderlin invocava proprio negli stessi anni in cui Byron scriveva il Manfred. L’approdo al si maggiore nella coda finale non toglie dunque nulla al senso tragico del si minore iniziale, ma piuttosto lo completa, lo invera, lo eleva da dramma individuale a sentimento universale. A lungo, dopo l’ultimo accordo, Tugan Sokhiev rimane immobile mentre già scrosciano gli applausi, che egli si premura poi di distribuire facendo alzare in primis i corni, grandi protagonisti, e poi tutta l’orchestra in forma strepitosa.

Alberto Luchetti

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