Barenboim-Berliner: 50 anni assieme

Posted on 29 giugno 2014 di

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Rattle e Barenboim: i due protagonisti della vita musicale berlineseRattle e Barenboim: i due protagonisti della vita musicale berlinese

C. Ives: The Unanswered Question
R. Strauss: Metamorphosen
J. Brahms: Concerto per pianoforte e orchestra n.1 in re minore op.15

Berliner Philharmoniker
Direttore: Simon Rattle
Pianoforte: Daniel Barenboim

Il 12 Giugno 1964 la sala della Philharmonie accoglieva per la prima volta un volto e due mani che diventeranno poi molto familiari al pubblico berlinese (e non solo). Stiamo parlando di Daniel Barenboim, cosmopolita argentino di origini ebraiche che si presentava allora come astro nascente del pianoforte e veniva “battezzato” presso il tempio dei Berliner Philharmoniker sotto l’egida di una bacchetta che ha fatto anch’essa la storia del nostro secolo: Pierre Boulez. Sono passati 50 anni da quel giorno, sul podio c’è Sir Simon Rattle ed al pianoforte sempre l’inossidabile Barenboim: è l’occasione per un concerto straordinario (di nome e di fatto), a stagione oramai conclusa e con tutto il sapore di una festa, di un ritrovo fra vecchi amici. Logicamente il tutto all’insegna del far musica nel suo significato più alto.

L’atteso ospite entrerà tuttavia solo nel secondo tempo, per l’esecuzione di uno dei suoi pezzi forti, ilPrimo Concerto per pianoforte e orchestra di Brahms, ma la prima parte non vuole essere da meno. I toni cupi ed esistenziali dell’op.15 del maestro amburghese sono infatti eccheggiati da due pagine almeno altrettanto significative del Novecento: The Unanswered Question di Charles Ives e Metamorphosen di Richard Strauss. Il primo brano, che è un dialogo “impossibile” fra la tromba solista (che pone la stessa “domanda” tonalmente aperta) e i quattro flauti (che non riescono a rispondergli pur provandoci in ogni modo) sullo sfondo di un misterioso corale degli archi in sol maggiore, è stato molto interessante per la collocazione degli strumentisti. Il direttore Rattle in piedi al centro si rivolge verso il pubblico, lasciando dietro di sé i 23 archi che suonerannoMetamorphosen e che per il momento attendono, mentre tutto avviene sui terrazzamenti della sala della Philharmonie: gli archi residui intonano il loro corale dalla terrazza più alta, come se la loro fosse una voce celeste, i flauti si dividono a coppie e si collocano rialzati ai lati del palcoscenico mentre la tromba resta significativamente isolata alle spalle di tutti, in fondo alla sala, illuminata da un’occhio di bue. L’effetto è di estrema suggestione.

Al termine dell’ultima riproposizione in pp della frase della tromba, Simon Rattle non lascia agli applausi il tempo di partire e subito si volta verso gli archi prescelti dietro di sé (si notano tutte le prime e seconde parti) per dare inizio alle metamorfosi di Strauss, in perfetta continuità, come se esse fossero l’ulteriore elaborazione della medesima domanda esistenziale. I ventitré esecutori sono tutti in piedi, così come lo è Rattle, che si sposta continuamente nello spazio libero (senza podio) al centro della cavea degli orchestrali, rivolgendosi in continuazione all’uno e all’altro dei suoi musicisti per portare l’espressività ai massimi livelli. Inizialmente l’impressione è di una lettura estemporanea, legata alla bellezza o all’efficacia del singolo momento (che ricchezza di armonici e colori nelle sovrapposizioni di interpreti tutti di così alto livello!) e con poca visione d’assieme, poi invece ci stupisce la trasformazione, o meglio diremmo la “metamorfosi”: dapprima il fraseggio aumenta in decisione e rigore, quindi, dopo il break doloroso e la comparsa in filigrana del tema della marcia funebre dell’Eroica di Beethoven, assistiamo al volgersi in lamento e meditazione introspettiva, grave e melanconicamente trascinata. Se è lecito sovrainterpretare, pare di leggerci le tre età dell’uomo (di cui Tiziano, Giorgione, Velasquez ma anche Friedrich, Klimt e Picasso ci hanno dato splenidide iconografie) o le tre fasi della vita kierkegaardiana (estetica, etica e religiosa): nel fiore della gioventù ogni esperienza, ogni suono, è goduto per sé in pienezza, finché emerge la maturità, l’età dell’azione e del progetto, che cede tuttavia presto il passo alla disillusione e alla retrospezione della vecchiaia (Strauss compose Metamorphosena 80 anni, pochi anni prima di morire, durante gli ultimi giorni della seconda guerra mondiale che rese la grandezza della sua Germania un cumulo di macerie). Dell’esecuzione, evidentemente memorabile, dobbiamo esaltare ancora una volta la tridimensionalità del suono, ottenuta grazie alla differenziazione di ogni arco in una sua precisa sfumatura interpretativa, tanto che per trasparenza e chiarezza l’ascolto si equipara quasi alla lettura della partitura. Elegantissimo su tutti il primo violino del giapponese Daishin Kashimoto.

L’intervallo permette al palco mobile di far salire in scena lo splendido Fabbrini su cui l’applauditissimo Barenboim, di evidente buon umore, si appresta a sfidare il destino assieme alle note (e specialmente ai trilli!) di Brahms. La triade Barenboim-Rattle-Berliner in questo Concerto op.15 non è certamente una novità, se ne trovano registrazioni (anche video, da Atene nel 2004) e rappresenta un piccolo trademark degli ultimi anni. L’orchestra, che ha evidentemente in Brahms uno dei suoi punti forti e di maggior tradizione (il compositore stesso fu il solista nella prima esecuzione di questo concerto coi Berliner, nel 1884), non devia eccessivamente dalla prassi interpretativa, mentre Barenboim è in vena e prende presto il controllo della situazione portando inventiva e brillantezza. Emerge soprattutto la qualità incredibile del suo tocco, che dà ad ogni suono un valore unico e si esalta nei piccoli dettagli a margine dell’orchestra più che nelle grandi frasi. Attraverso scelte di gusto tutto particolare (mezze misure bandite, estremo risalto alle armonie di settima nel peso dato ad ogni tasto, pedale costantemente abbassato e fraseggio reso volutamente spigoloso a forza di rubati vertiginosi) ci pare che Barenboim celi magistralmente anche qualche fatica tecnica, facendo di necessità virtù e trasformando l’ostacolo in un gesto musicale tutto sommato convincente.  Lo sforzo in ogni caso è tradito dalla fronte imperlata di sudore e dal frequente ricorso al fazzoletto. Meglio a questo proposito il movimento centrale, fisicamente meno impegnativo e reso decisamente interessante da una lettura non convenzionale, tutt’altro che contemplativa ed invece ricca di sofferenza esposta, viva. Nel finale l’orchestra riprende il timone, portando il rondò per aspera ad astra nel migliore dei modi e giocando con Barenboim che invece si diletta di variare il più possibile il carattere di ogni episodio. L’evidente mancanza di molte prove in comune fra solista e orchestra (Barenboim arriva da Milano, dove dovrà subito tornare per dirigere la prima del Così fan tutte appena l’indomani) viene straordinariamente risolta attraverso un dialogo continuo che poggia sulla musicalità assoluta di tutti i protagonisti. Musica nel suo farsi, al massimo livello.

I festeggiamenti non potevano finire qui: dopo un breve discorso di Rattle, che ha voluto ricordare che Barenboim qui non è un ospite ma uno “di famiglia”, tutti i Berliner si siedono (incluso il direttore, sul podio) per ascoltare un ultimo bis del maestro: la scelta cade, come spesso ultimamente nei bis di Barenboim, su Chopin, ed in particolare sul Notturno numero due dall’op.27, che non poteva che affascinare l’auditorio col suo fragile re bemolle maggiore. Sono momenti in cui è tangibile la magia della musica, che trasforma la Philharmonie (quasi uno stadio) in un salotto in cui un paio di migliaia di persone, oltre che un centinaio fra i più grandi musicisti viventi (i Berliner) si paralizzano affascinati dal suono di 88 corde. Applausi e standing ovation finale, ovviamente, con Barenboim che malcela un pochino di commozione, lui che è in genere invece impassibile.

Alberto Luchetti

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Posted in: Concertistica