Rattle commemora Abbado coi Berliner

Posted on 20 maggio 2014 di

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F. Schubert: Entracte no.3 dalle musiche di scena per Rosamunde D797
W. A. Mozart: Concerto per violino e orchestra no.3 in sol maggiore
A. Bruckner: Sinfonia no.7 in mi maggiore

Berliner Philharmoniker
Direttore: Simon Rattle
Violino: Frank Peter Zimmermann

Prendendo in mano il programma della stagione 2013/14 dei Berliner Philharmoniker, così come fu progettato oltre un anno fa, a dirigere i concerti di questa settimana di Maggio ci sarebbe dovuto essere l’ex direttore musicale Claudio Abbado. La traccia della sua scomparsa, il 20 gennaio scorso a Bologna, non poteva essere semplicemente rimossa da questo appuntamento sostituendone il direttore. Piuttosto si è colta giustamente l’occasione per farne una sentita commemorazione, nel modo migliore possibile, cioè in grande musica. Da quando egli ha lasciato la direzione dei Berliner, nel 2002, la sua presenza almeno una volta all’anno non era mai mancata alla Philharmonie, e si è scelto di non nascondere, quanto piuttosto di rendere tangibile la sua assenza: tutta la prima parte del concerto è stata infatti eseguita senza direttore, con il podio simbolicamente vuoto, ad memoriam, in un effetto di estrema suggestione. Raramente la musica delTerzo Entracte dalla Rosamunde di Schubert ha risuonato così, in tutta la sua malinconia, caricata del ricordo e del lutto di un grande uomo che a questi musicisti ed a questo pubblico ha dato tanto. Visibile la commozione di alcuni orchestrali, che orfani di direttore hanno fatto in fondo forse quello che Abbado più avrebbe loro richiesto: suonare ascoltandosi reciprocamente. Ed i risultati sono straordinari. Specialmente la melodia dell’oboe, lasciata davvero in completa libertà d’espressione, ha toccato corde profondissime. Alla fine di questo breve brano tutta la sala si è alzata spontaneamente in piedi in omaggio, dando straordinario esempio di cosa forse solo la musica sa fare per unire gli spiriti. Un filo diretto lega questo gesto all’altro memorabile omaggio che la sua prima patria, ovvero Milano con il Teatro alla Scala, gli ha tributato pochi mesi fa.

Anche per il seguente Concerto per violino di Mozart (per la precisione il terzo, in sol maggiore) si è voluto lasciare intatto il podio, e perfino il violinista solista è parso voler far di tutto per non risultare protagonista. Cosa non semplice, quando il tuo nome è Frank Peter Zimmermann e in mano tieni lo Stradivari appartenuto a Fritz Kreisler. Eppure è così: non c’è stata traccia di ostentazione o di virtuosismo nella sua prova. Da vero maestro egli ha potuto svincolarsi dall’assillo della dimostrazione di bravura per attenersi davvero allo spirito della partitura, che ha in fondo messaggi semplici, chiarissimi e che chiedono solo di essere veicolati nel modo più diretto. In Mozart è quasi del tutto assente il conflitto fra solista e orchestra (addirittura egli suona da subito con gli altri violini primi quando non è impegnato nel solo) e c’è dunque tanto da giovarsi quanto minore è la distanza percepita fra queste due forze. L’insegnamento dell’esecuzione di questa sera, ai limiti dell’esemplarità, sta proprio nel comprendere come l’orchestra eccellente raggiunga quasi la coordinazione gestuale dell’individuo mentre allo stesso tempo il solista eccellente raggiunge il senso concertante del suono di una compagine. Cavate perfette e calcolate al millimetro, omogeneità totale nel suono, vibrati netti e vigorosi con oscillazioni di intonazione perfetta, controllo assoluto delle dinamiche: queste sono almeno alcune delle qualità di cui Zimmerman ha dimostrato di esser ricco. Molti applausi alla fine, raccolti come detto quasi con una certa timidezza dal solista e spartiti da esso con tutta l’orchestra, in particolare col Konzertmeister Daishin Kashimoto.

I Berliner al completo alla Philharmonie

I Berliner con Rattle al completo nella sala della Philharmonie

Per la seconda parte l’omaggio ad Abbado si erge invece in sublime retorica. Sul podio sale l’attuale direttore musicale, Sir Simon Rattle, e i leggii mostrano aperte le partiture della Settima sinfonia di Anton Bruckner, composizione realizzata proprio per commemorare un grande uomo e musicista (Richard Wagner) nel momento della sua scomparsa. Corsi e ricorsi storici che corroborano la portata emotiva di una musica già piuttosto intensa di suo. A differenza di Barenboim nell’occasione milanese (con la marcia funebre dell’Eroica di Beethoven), Rattle non è caduto nella trappola di giocare il ruolo liturgico di sacerdote officiante. Anzi, sporgendosi perennemente al limite del podio come per andare verso la sua orchestra, ha dedicato perenne attenzione e sferza a tutti i reparti per mantenere sempre vibrante l’esecuzione, facendo in qualche modo passare il messaggio che la musica debba sempre essere celebrazione della vita e mai della morte. Sono usciti così esaltati soprattutto i caratteri più plateali, muscolari e sensazionali di Bruckner, ad esempio tutto lo Scherzo o il finale del primo e quarto movimento, mentre un vibrato estremamente intenso ed i colori dei Berliner non sono bastati a rendere totalmente giustizia alla profonda perorazione dell’Adagio in do diesis minore, che non ha comunque mancato di commuovere (esecutori inclusi). Anche qui tuttavia l’effetto è stato prodotto soprattutto dal grande culmine conclusivo in maggiore (col famoso singolo colpo di piatti) e dalla bravura delle tube wagneriane, impegnate nella coda in un lentissimo lamento molto suggestivo, mentre i tessuti contrappuntistici di esposizione e sviluppo sono andati un po’ perduti nella dovizia di suono. Si potrebbe forse dire che è mancato dunque giusto un pizzico di “Vienna”, considerato anche che si trattava di un concerto di soli compositori austriaci. Peccato veniale, perché alla fine nella memoria resta comunque l’impressione di una prova di forza straordinaria, animata da quella tensione performativa di cui un compositore come Bruckner ha straordinario bisogno per non collassare sotto lo stesso peso delle sue architetture ciclopiche.

Anche Rattle, agli ovviamente copiosi applausi finali, ha voluto lasciar da parte ogni protagonismo indicando ancora il podio vuoto e andando personalmente a congratularsi con tutte le prime parti.

Alberto Luchetti

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