Chung porta un po’ di Corea a Berlino

Posted on 20 maggio 2014 di

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Myung Whun Chung

C.M. von Weber: Ouverture da Der Freischutz
U. Chin: Concerto per violoncello e orchestra
J. Brahms: Sinfonia no.2 in re maggiore op.73

Berliner Philharmoniker
Direttore: Myung-Whun Chung
Violoncello: Alban Gerhardt

Mescolare la musica contemporanea con grandi capolavori del passato è oggi la formula più affidabile per evitare i due maggiori pericoli che la musica colta corre: o avere sale mezze vuote, oppure la condanna all’eterno ritorno dell’uguale del repertorio di tradizione. Un altro ottimo sistema per sostenere le (spesso ardue) composizioni recenti è affidarle ad una grande orchestra, una che col suo solo nome sia già garanzia di successo. Questo hanno fatto i Berliner Philharmoniker questa settimana, evidentemente anche col patrocinio del direttore coreano ospite Myung-Whun Chung, che ha portato a Berlino per la prima volta il Concerto per violoncello della pluripremiata compositrice Unsuk Chin, sua connazionale. Per il solista Alban Gerhardt, che aveva già battezzato questo brano alla sua prima assoluta ai Proms di Londra nel 2009, si tratta invece di un ritorno a casa, dato che è berlinese di nascita e addirittura figlio di un (ex) violinista dei Berliner. Oltre che dal violoncellista tedesco, l’esotismo del Concerto asiatico è stato compensato anche dall’accostamento di due brani schiettamente germanici quali l’Ouverture da Der Freischutz e la Seconda Sinfonia di Brahms.

Bisogna dire peraltro che il Concerto per violoncellodi Unsuk Chin non appartiene certo a quei brani che godono del far violenza alle orecchie dello spettatore. Anzi, da subito si nota la ricerca di un fascino timbrico, con le prime note delle sole arpe e l’attacco melodico del violoncello solista, che per tutta la composizione svolgerà il ruolo di rapsodo con andamento per lo più cantabile. Nel primo movimento in particolare è lui a condurre il resto dell’orchestra, che interviene in maniera discontinua (esaltando soprattutto i percussionisti, dediti ad una serie di strumenti idiofoni diversi). L’impressione è che il discorso musicale si giochi sul rarefarsi e condensarsi del materiale sonoro, fino ad un potente big-bang finale che è contemporaneamente massima concentrazione e massima dilatazione esplosiva. Secondo e terzo movimento corrono invece su strade opposte: rapidissimo l’uno (strepitose diteggiature di Alban Gerhardt, che rende possibile la dicitura “As fast as possible” del movimento), dilatatissimo l’altro. Infine chiude l’elegante composizione un movimento che assomma tutte queste caratteristiche, con in particolare una straordinaria forcella del violoncello solista che si spegne lentamente e progressivamente in ppp nelle ultimissime battute. Ben riconoscibile lo stile raffinato della compositrice, anche grazie alla resa evidentemente eccellente di questa orchestra, che garantisce tanto la trasparenza quanto la corposità di ogni suono. A questi livelli, la musica contemporanea ha certamente un senso.

Se per la partitura della Chin Myung-Whun Chung si è limitato sostanzialmente a battere il tempo, per massimizzare la precisione d’assieme e lasciare al solista un margine di conduzione, negli altri due brani il protagonista non poteva che essere lui. Abbiamo ritrovato tutte le caratteristiche che lo hanno reso celebre e che vanno ulteriormente affinandosi con gli anni: innanzitutto l’estrema delicatezza della sonorità, mai aspra, mai brusca, poi il riserbo estremo con cui contiene le forze orchestrali per farle esplodere solo ad un determinato momento. Gran parte dell’Ouverture da Der Freischutz per esempio è stata eseguita come immersa in una atmosfera di sogno e sospensione, smorzando ogni spigolo (ad esempio degli assoli degli strumenti ad ancia) e facendo largo affidamento sul suono morbidissimo dei cornisti dei Berliner. Solo quando arriva il grande finale, con quel memorabile do maggiore, le briglie si sciolgono e l’orchestra può esplodere in tutto il suo splendore, ulteriormente rinvigorito dall’aver trattenuto fino ad allora le energie.

Lo stesso è avvenuto anche in Brahms, seppur con risultati alterni. Meravigliosa l’intuizione all’inizio, con le prime battute a dipingere uno paesaggio autunnale e decadente, che scorre rapido e implacabile per poi rallentare l’andamento all’ingresso dei violini, esattamente al contrario delle scelte di tempo generalmente adottate (lento incipit e accelerazione dai violini in poi, sul modello dell’Adagio della Nona di Beethoven). Chung sembra avere capito che già lì c’è un momento cruciale da enfatizzare, una tipica firma del pessimismo brahmsiano: il rivelarsi di uno sprazzo di luce, brevissimo, prima che un gesto d’inquietudine prenda il sopravvento. E così è, con l’improvviso (eppur quieto) ingresso di timpani e tromboni da battuta 32. La stessa intuizione e la stessa tecnica di contenimento di forze che si scatenano solo in squarci limitati ha reso straordinariamente significativo anche il finale del secondo movimento, dove il culmine estatico ha ancora una volta solo lo spazio di poche battute, presto divorato da un passaggio plumbeo ed inesorabile che si prende l’ultima parola. Meno funzionale ci è parso invece questo approccio per il resto del primo movimento e per il terzo, che mancano di un momento netto in cui far scattare uno sfogo finale. Il quarto movimento infine ha richiesto addirittura da parte di Chung una gestione di ritenuti e rilasci multipli per non perdere mai la tensione lungo tutta la complessa chiusa, resa in ogni caso indimenticabile dalla qualità dell’orchestra tanto quando era trattenuta in piano quanto soprattutto una volta lasciata suonare a pieno regime. Verrebbe da chiedersi cosa sarebbe potuta essere tuttavia la sinfonia suonata con questa intensità in tutta la sua durata, e viene così il dubbio che le caratteristiche di Chung (riflessivo, pacato, morbido, contemplativo) non stringano un matrimonio ideale con un’orchestra fiammante ed energica come i Berliner. Non a caso Chung è stabile alla Staatskapelle di Dresda, che rappresenta l’opposta tradizione. Questa riflessione (confermata da applausi convinti ma non entusiastici del pubblico, abituato a sentire la piena potenzialità di questi musicisti) nulla tolga alla qualità del direttore o dell’orchestra, che hanno in ogni caso dato vita ad un concerto di livello altissimo e ricco di interesse e momenti memorabili.

Alberto Luchetti

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