Castor et Pollux alla Komische Oper

Posted on 20 maggio 2014 di

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Polluce nella messa in scena di Barry Kosky

Télaïre: Nicole Chevalier
Phébé: Annelie Sophie Müller
Castor: Allan Clayton
Pollux: Günter Papendell

Coro e orchestra della Komische Oper Berlin
Direttore: Christian Curnyn
Maestro del coro: David Cavelius
Regia: Barrie Kosky
Scene e costumi: Katrin Tea Lang

All’estero molto più sovente che in Italia il ruolo del sovrintendente è appannaggio dei registi, che dopo essere balzati dietro la scrivania non accennano comunque a smettere di lavorare anche sul palcoscenico. Così è in particolare alla Komische Oper di Berlino, nata come teatro di varietà e oggi distinta dagli altri due teatri berlinesi proprio per il profilo innovativo delle messe in scena, lasciando la componente musicale in seconda fila. Dal 2013 il teatro è il parco giochi di Barrie Kosky, brillante regista australiano capace di lasciare sempre il segno. Tale è il suo magnetismo qui che ogni sua première è considerata un evento, e grande era dunque l’attesa anche per il suo Castor et Pollux di Rameau, che ha debuttato oggi. È la prima opera eseguita in lingua francese nella storia della Komische Oper (che in genere traduce tutto nell’idioma nazionale) ed è stata presentata come uno dei fiori all’occhiello della stagione. Tutto questo nonostante in realtà non si tratti di una novità assoluta, ma della riproposizione in terra tedesca di uno degli spettacoli più celebri e premiati di Kosky, andato in scena nel 2011 alla English National Opera.

Tralasciando l’impacchettamento con nuova carta di un regalo vecchio, resta inalterato il valore di questa produzione, che rilegge un’opera di grande qualità e poca notorietà proiettandola in pieno nella contemporaneità. Per fare questo è stato necessario un perfetto lavoro di team, che Kosky ha svolto assieme al direttore scozzese Christian Curnyn e alla scenografa e costumista Katrin Tea Lang. Regia, messa in scena e direzione convergono infatti perfettamente nel dare una lettura estremamente moderna di un’opera che non sente assolutamente i suoi oltre 250 anni. La scena, unica per tutti e cinque gli atti, è costituita dalle sole tre pareti (più soffitto e pavimento) di pannelli di legno compensato. Su di essa il dramma è lasciato così esposto in tutta la sua “nudità”, in analogia (secondo Kosky) a quanto Rameau fa nella musica. Ed in effetti l’arma in più di questa produzione resta la modernità dell’impostazione musicale e drammatica di Rameau, che forse per primo sciolse quasi totalmente l’opposizione recitativo/aria (specialmente nella versione riveduta del 1754, eseguita in questo caso) e si dimostrò capace di trovare materiale fertile per pagine di enorme suggestione anche in un discorso più rapsodico. Merito a sua volta dello specialista Christian Curnynaver saputo esaltare questa fantasia musicale, dirigendo senza bacchetta in un elegante legato quasi perpetuo, privo di eccessi, eppure sempre ricco di sfumature di carattere che hanno evitato il pericolo più grosso in questo repertorio: la monotonia.

Il momento finale della trasformazione in astri

Il momento finale della trasformazione in astri

Il grosso ostacolo anche scenicamente è stata in particolare l’enorme quantità di musica da ballo in partitura, e c’è del virtuosismo registico in quanto Barrie Kosky ha dovuto e saputo inventare per mantenere sempre una tensione teatrale all’altezza dell’ambizione del progetto: mettere in scena il dramma senza realismo né orpelli, al passo con la sensibilità d’oggi. A tratti l’esercizio di stile (il voler fare “Regietheater” a tutti i costi) è quasi eccessivo e troppo palese, ma in almeno un caso l’operazione può dirsi più che riuscita: nel finale del quarto atto Polluce si trova da solo nei Campi Elisi, poiché ha barattato il suo posto sulla terra con Castore, e la musica dovrebbe rappresentare la beatitudine celeste. Eppure, attraverso un sapiente rallentamento dei tempi direttoriali ed attraverso il gesto di Polluce che, di spalle, all’angolo in fondo al cubo di compensato, appoggia desolato la testa al muro, si percepisce subito che siamo invece in piena sensibilità moderna, ovvero nell’irrequietudine melanconica di fronte all’illusione di una tale beatitudine. Meno apprezzabili altri momenti, quale la scena finale di Télaïre (peraltro estrapolata dalla versione 1737) che senza un motivo apparente comincia a gettarsi contro le pareti della scena come impazzita. Resta in ogni caso difficile raccontare a parole quella che è un’operazione nata specificamente come esperienza teatrale, e che non manca certo di perizia, innovatività e acume in questo senso, risultando nel complesso un successo.

Se il fronte orchestrale è stato sorprendentemente positivo (non è sempre questo il livello alla Komische Oper, specialmente per le riprese preparate con poche prove), il cast vocale non ha soddisfatto a pieno. Dei quattro protagonisti sono sicuramente da promuovere Nicole Chevalier e Günter Papendell: l’una è stata una Télaïre di perfetta presenza scenica ed altrettanto perfetta emissione vocale, con quell’espressività che nasce correttamente dalla piegatura della voce sul sostegno del fiato; l’altro è stato un Polluce impeccabile nell’intonazione e capace anche di accenti toccanti. Meno bene invece il suo “gemello diverso” Allan Clayton, che nella tessitura non poi molto ampia da haute-contre non riesce a mantenere omogeneità e proiezioni, cedendo spesso a suoni striduli in acuto e afoni nel grave. Ulteriormente rivedibile l’impostazione vocale di Annelie Sophie Müller, che si dimena in maniera forsennata per quasi tutta l’opera per poi emettere a tratti suoni difficilmente catalogabili come canto. La giustificano in parte le esigenze sceniche, comunque deleterie in un repertorio che è stato concepito per essere cantato col più estremo controllo sulle sfumature dell’emissione (creando una forte parentela in questo con Monteverdi). In ogni caso, come quasi sempre accade qui, appalusi pressoché indiscriminati per tutti e proporzionati solo alla posizione d’uscita alla ribalta (più tardi si esce, più si è importanti, più si è gratificati dal pubblico).

Nicole Chevalier e Allan Clayton

Nicole Chevalier e Allan Clayton

In conclusione, per chi avesse modo di imbattersi in questo spettacolo l’occasione è comunque da non perdere, in primis perché ben raramente capita di ascoltare Rameau, ma in seconda battuta anche perché ancor più raramente capita di vedere così da vicino il teatro nella sua vitalità di esperimento infinito dell’uomo con se stesso e la sua sensibilità.

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Posted in: Opera