Manon Lescaut esaltata dai Berliner

Posted on 17 maggio 2014 di

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Eva-Maria Westbroeck

Manon: Eva-Maria Westbroeck
Des Grieux: Massimo Giordano
Lescaut: Lester Lynch
Geronte de Ravoir: Liang Li
Edmondo: Bogdan Mihai
Un musico: Magdalena Kožená

Berliner Philharmoniker
Philharmonia Chor Wien
Direttore: Simon Rattle

Non tutti hanno la fortuna di poter trascorrere le vacanze di Pasqua nella ridente città termale di Baden Baden, dove da un paio d’anni a questa parte il festival pasquale ha ulteriormente incrementato il suo prestigio conquistandosi la presenza fissa di un’orchestra leggendaria, i Berliner Philharmoniker, sottratti con abile mossa ai “competitor” di Salisburgo. Sono questi straordinari strumentisti ad animare e rendere unica la produzione operistica che viene puntualmente allestita ogni anno nell’ex stazione ferroviaria della città. Quest’anno in particolare ha stupito molti la scelta dell’opera: Manon Lescaut di Puccini. La curiosità di sentire una tale orchestra in una partitura tanto ricca di pathos e così lontana dalla sensibilità teutonica era perciò molto alta. Ecco perché anche il pubblico berlinese, per il quale questa compagine è l’orgoglio della città, non poteva rimanere senza una rappresentazione, almeno in forma di concerto, di questa Manon Lescaut. Il cast vocale è il medesimo (in particolare la coppia Eva-Maria Westbroeck e Massimo Giordano) e sul podio come sempre c’è l’Anfitrione della Philharmonie: Sir Simon Rattle. Anche noi, non potendo essere a Baden Baden, abbiamo almeno goduto di questa replica.

Puccini ha voluto introdurre l’opera con un momento di particolare vivacità e virtuosismo orchestrale, esattamente quanto occorreva cioè ai Berliner Philharmoniker per far capire da subito che i veri protagonisti della serata sarebbero stati loro. L’impressione, pensando anche ad altre pur ottime esecuzioni, è quella che si ha quando capita di vedere per la prima volta su uno schermo in alta definizione qualcosa che siamo stati abituati a fruire solo su apparecchi standard. La brillantezza del suono, la varietà dei colori, la precisione con cui ogni elemento della partitura arriva all’udito è impressionante. Tanto più in un autore come Puccini, che ha fatto un’arte proprio della sovrapposizione di grandi frasi ariose su un ricchissimo tessuto di piccoli dettagli. Effetto tanto maggiore quanto più si va verso i grandi momenti d’assieme, dove generalmente il suono tende a mischiarsi in un indifferenziato fortissimo, mentre qui tutto rimane perfettamente distinguibile e nulla va perduto. Per Simon Rattle dirigere così è una vera gioia, lo si percepisce, dato che tutta la sua concentrazione può essere dedicata a scolpire ogni piccolo particolare secondo il suo gusto musicale (che è sempre ottimo), con dovizia di rubati e variazioni dinamiche anche microscopiche. Tanto nelle frivolezze di Manon del secondo atto quando nel terzo, quando la musica comincia a scendere nelle profondità tragiche della vicenda, gli effetti pucciniani sono stati esaltati come davvero raramente può capitare di sentire, per non parlare delle strepitose chiuse d’atto al fulmicotone. Altra caratteristica sorprendente che infine non possiamo non citare è stata la precisione, sottigliezza e pulizia degli attacchi e degli spegnimenti in pianissimo (il più memorabile resta sempre quello alla fine del duetto “tristaniano” del secondo atto). In questi fili di voce è stato impeccabile anche il Philharmonia Chor Wien, compagine di livello evidentemente molto alto e che forse ha solo ecceduto in accademismo, entrando poco nel dramma e differenziando poco i vari cori dell’opera, che, dagli studenti del primo atto ai signori e abati del secondo ai borghesi e popolani del terzo, offrirebbe invece molte sfumature interpretative. Rimane sempre, al coro come all’orchestra, una sorta di riserbo nel non eccedere nei toni e nel non lasciarsi andare alla passionalità smisurata di quest’opera, che tanto attrasse Puccini. Nell’intermezzo ad esempio è stata magistrale la prima parte, cameristica, mentre l’attacco dei violini non ha avuto l’effetto liberatorio che dovrebbe avere. Anche il finale, in tanta perentorietà e monumentalità di suono, è risultato forse più atroce che commovente.

Sir Simon Rattle

Sir Simon Rattle

Più generalmente, se dovessimo trovare una manchevolezza all’esecuzione eccezionale di questa sera potremmo solo ricercarla nel rapporto non del tutto risolto con la sua metà teatrale. L’esecuzione in forma di concerto, quando il testo è tanto appassionato, lascia evidentemente già di suo qualche riserva, rafforzata poi da un’evidente preferenza per l’aspetto orchestrale e sinfonico rispetto a quello vocale e drammatico. Più che essere l’orchestra che accompagnava e sosteneva i cantanti, si potrebbe quasi dire che fosse l’opposto (non a caso l’unica sbavatura della serata è stata di un legno in una frase segnata in partitura “col canto”, in particolare sulle parole del tenore “O tentatrice!”). In questo va ancora più merito in particolare alle voci dei due protagonisti, che hanno avuto quasi sempre a che fare con la presenza ingombrante di tanta dovizia di suoni in buca.

Eva-Maria Westbroeck non è un nome nuovo, e la sicurezza nell’emissione conferma la tecnica solidissima, che si esalta nelle filature (per quanto mai realmente a mezzavoce). Non è poi affatto spiacevole, ma anzi molto drammatico, il suo vibrato largo, con qualche asprezza di troppo solo negli estremi acuti (su cui Puccini indugia anche molto). Anche di Massimo Giordano le cronache operistiche hanno già avuto modo di parlare, e quasi sempre in positivo, perché la voce è di rara bellezza, chiarezza e omogeneità nei registri, penalizzata solo a nostro parere da un fraseggio approssimativo. Ha cioè i pregi della monotonia, ovvero il non scadere nel grido sguaiato nei passaggi più impegnativi, così come evidentemente gli aspetti negativi, ovvero la mancanza di sfumature nelle frasi più sensibili. Non si segnala invece in maniera particolare il Lescaut di Lester Lynch, che non ha una voce eccezionale ma sa almeno come piegarla a dovere, spingendo a nostro avviso un po’ troppo sulla leva comica nel caratterizzare un personaggio non facile da definire. Liang Li ha poche battute come Geronte ma se le fa bastare per dimostrare di appartenere a quella scuola di bassi orientali di grande piglio ed effetto teatrale, mentre Bogdan Mihai nel ruolo di Edmondo risulta di volume troppo limitato per tenere testa ai Berliner e al coro nella scena iniziale. Precisa quanto “prezzemolina” la presenza dell’immancabile Magdalena Kožená come musico.

In conclusione non c’è comunque dubbio riguardo all’enorme servizio che Simon Rattle e i Berliner Philharmoniker hanno reso alla Manon Lescaut di Puccini, esaltando in particolare la qualità delle sue intuizioni orchestrali. Sia la Westbroeck che Giordano, alla fine, hanno dovuto asciugarsi qualche lacrima dal ciglio, così come qualche corista alle loro spalle e spettatore in fronte. Impassibili invece gli orchestrali, che hanno raccolto il plauso maggiore dal loro pubblico.

Alberto Luchetti

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Posted in: Opera