L’Orlando di Vivaldi festeggiato a Cremona

Posted on 17 maggio 2014 di

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Antonio Vivaldi

Basso: Luigi De Donato
Soprano: Roberta Invernizzi
Ensemble Modo Antiquo
Direttore: Federico Maria Sardelli

È ancora tremendamente raro e difficile ascoltare in Italia la meravigliosa produzione operistica di Antonio Vivaldi. Nel paese che le ha dato i natali, l’opera viene ridotta quasi sempre solo al grande repertorio dell’Ottocento. Eppure l’interesse attorno alla riscoperta di questo mondo è testimoniata dalle tante eccellenti edizioni discografiche oramai di tutte le sue opere, nonché dalla riscoperta ogni anno di qualche nuovo autografo vivaldiano che ci permette una conoscenza più ampia di quela che fu la sua carriera operistica. A questo interesse ha risposto il Festival Monteverdi di Cremona, che ha colto l’occasione del trecentennario della prima esecuzione dell’Orlando furioso RV 819 per ridare almeno in forma di concerto una nuova vita a quest’opera, che si colloca all’inizio della carriera teatrale vivaldiana. Non stiamo infatti parlando del più celebre Orlando furioso del 1727 (RV 728), ma di un manoscritto del 1714 che proprio il direttore di questa serata, Federico Maria Sardelli, ha curato e riscoperto.

Dobbiamo dunque immaginare un Vivaldi che da poco aveva esordito a Vicenza (con l’Ottone in Villa) ed era pronto a tentare la fortuna di compositore-impresario insieme al padre per il piccolo Teatro Sant’Angelo di Venezia. Risale a quegli anni, e più precisamente al 1713, il successo dell’Orlando furioso di Giovanni Alberto Ristori, che convinse Vivaldi a cavalcare l’onda producendo dapprima l’Orlando finto pazzo, che non ebbe altrettanto successo, e appena un mese dopo un misterioso “nuovo” Orlando: quello che abbiamo ascoltato stasera. Si tratta insomma di un lavoro composito, un patchwork a cui evidentemente tante mani hanno lavorato, componendo, trascrivendo e adattando. Molte arie sono purtroppo lacunose, con il solo basso continuo, e il terzo atto è completamente perduto. Da grande musicologo e direttore, Sardelli si è preso il compito di completare le arie mancanti dei primi due atti per rendere l’opera eseguibile e toglierla dall’oblio, sostenendo inoltre che essa sia probabilmente un compromesso: Vivaldi ha utilizzato il nome del giovane Ristori solo come maschera per non compromettere il proprio esordio in laguna. Dunque questo Orlando del 1714 potrebbe anche essere totalmente autografo, e le vari mani che troviamo in partitura (tra cui quella del padre) sarebbero solo frutto di adattamento alle parti vocali.

Fatta questa premessa filologica, risulterà alquanto strano apprendere che per il Festival è stata proposta solo una selezione di arie dall’opera, e non i due atti completi così come ricostruiti per l’incisione per l’etichetta Naive (sul sito della quale è possibile ascoltare alcuni brani online). Un’occasione persa insomma per sentire nella sua integrità musica rarissima e solo di recente restituzione. In particolare sono stati eseguiti 4 concerti-sinfonie d’opera in alternanza alle arie, ma non si è eseguita la sinfonia scelta per l’edizione discografica (il Concerto RV 781), forse poiché conteneva anche strumenti a fiato non presenti nell’organico di questa sera dell’Ensemble Modo Antiquo. LaSinfonia RV 112 ha così aperto la serata, alternando vistosamente i ff ai pp nel primo movimento, con un tema lirico come Grave e infine con bruschi sforzati nell’Allegro finale. La ha seguita la rara Sinfonia dall’Arsilda, regina di Ponto RV 700, altra scoperta di Sardelli, che si segnala nell’Andante del tempo di mezzo per il costante gioco di ritardi che illanguidisce la melodia lirica. Come ultima sinfonia arriverà poi quella de L’incoronazione di Dario, della quale Ottavio Dantone ha appena fatto una eccellente registrazione in studio sempre per la Naive.

Federico Maria Sardella alla guida del Modo Antiquo

Federico Maria Sardella alla guida del Modo Antiquo

Sul fronte vocale abbiamo due protagonisti: al basso Luigi De Donato è stato affidato il ruolo di Orlando, mentre il soprano Roberta Invernizzi si alternava nei tanti ruoli femminili (sono ben 6 i ruoli femminili o da affidare ai musici). Il primo si è fatto valere soprattutto nell’aria “Nel profondo cieco mondo” (che aprirà, ma con la voce di contralto, l’Orlando della maturità). De Donato sa infatti come sgranare la coloratura, mantenendo lo stesso tempo nel distico prima della ripetizione della prima sezione e sfoderando una perfetta nota corposa e profonda sulla sillaba “va” della parola “valor”. Evidente il gioco con la parola “profondo” che fa da tema dell’aria, un po’ come farà Rossini con un personaggio de Il viaggio a Reims, non a caso chiamato Don Profondo! I giochi interni non terminano qui. La prima aria del soprano, nelle vesti dell’innamorato Astolfo, è una netta parodia di un aria dell’Ottone in Villa, “Che fé, che amor” diventa infatti “La fé, l’amor”. Come Astolfo, la Invernizzi ha cantato anche “Ah fuggi rapido”, tenendo il passo della sfrenata fantasia del Prete rosso, accesa dal concetto di “rapido” (ritmo serrato perfino nel tempo centrale). Gravi ma risolte felicemente le note sulla parola “Amor”. Molto più discreto e femminile l’accompagnamento invece dell’aria di Angelica “Tu sei degl’occhi miei”, dove assumer rilievo la porola “soffri”, che sarà variata nella ripresa ampliandone il significato drammatico e musicale. Il vero capolavoro di tutta la serata è parsa tuttavia un aria lenta, anzi lentissima, dove come accompagnamento era presente solo la tiorba e il languido violoncello. L’aria è affidata al personaggio di Ruggiero e quindi avrebbe dovuto essere un musico ad eseguirla, come in effetti succede nell’incisione discografica (dove abbiamo un controtenore). La resa col soprano, come stasera, perde dunque parte del suo fascino, nonostante un’ottima prova dell’interprete. Le parole chiave qui sono “Piangerò” e “Sospirando”, e su queste Sardelli sospende il gesto direttoriale, lasciando tutto alla voce della Invernizzi che infiora questa aria di bellissimi vocalizzi e costruisce così un efficace personaggio, che veramente suggerisce le sofferenze d’amore. Le arie che seguono questa non lasciano ulteriormente il segno. L’ultima è affidata ad Orlando, sulle parole “Ho cento vanni al tergo”, e chiude il secondo atto lasciando in sospeso il racconto con l’attesa di un terzo atto che il tempo ci ha per sempre negato.

In conclusione una serata vivaldiana rara e piacevole, con il solo rammarico che si sarabbe potuto come dicevamo eseguire gli interi due atti superstiti e non solo una selezione. Il luogo del concerto inoltre era tra i più suggestivi per la commistione fra storia e modernità: si tratta dell’Auditorium di Cremona Giovanni Arvedi (Museo del Violino), dalla forma sinuosa e avvolgente, vero capolavoro di architettura del giapponese Toyota, esperto proprio in sale da concerto. Qui il Festival Monteverdi continua il suo cammino con molti concerti ed iniziative, fino al 25 maggio.

Fabio Tranchida

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Posted in: Opera