Salisburgo: Un Requiem per Karajan

Posted on 10 maggio 2014 di

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Il Requiem di Mozart per Karajan al Grosses Festspielhaus

W. Rihm: Ernster Gesang für Orchester
R. Strauss: Metamorphosen
W.A. Mozart: Requiem in re minore KV626 (vers. Süßmayr)

Sächsische Staatskapelle Dresden
Coro della Bayerische Rundfunk
Direttore: Christian Thielemann
Maestri del coro: Michael Gläser, Peter Dijkstra
Soprano: Chen Reiss
Contralto: Christa Meyer
Tenore: Steve Davislim
Basso: Georg Zeppenfeld

Karfreitag, Venerdì santo, giorno di lutto archetipico, è stato scelto dagli organizzatori del Salzburger Osterfestspiele per ricordare, a 25 anni dalla scomparsa, il suo fondatore Herbert von Karajan. Con questa ricorrenza, mesta ma significativa, si apre il secondo ciclo di opera e concerti dell’edizione 2014 del più noto festival pasquale. Significativo è proprio questo richiamo all’autorità del grande direttore salisburghese, che qui portò ogni Pasqua per decenni i Berliner Philharmoniker: una tradizione spezzata con clamore due anni fa, col “tradimento” dei berlinesi in favore del festival di Baden Baden. Da allora per l’Osterfestspiele è dovuta iniziare una nuova vita, col nuovo patto d’acciaio con Christian Thielemann e la sua Sächsische Staatskapelle Dresden. A suggellare il tentativo di ricucire il nuovo corso col passato viene anche la scelta del programma di quest’anno, che si articola sui due nomi di maggior tradizione della città, Mozart e Strauss (del quale ricorre il 150° anniversario della nascita), e sul nome invece “nuovo” ma già riconosciuto di Wolfgang Rihm.

Questo primo concerto, di forte impronta commemorativa, è iniziato proprio con Rihm e il suoErnster Gesang für Orchester: brano del 1996 di ispirazione brahmsiana (i Vier Ernste Gesänge, a loro volta intrisi di pessimismo veterotestamentario) e dedicato alla memoria del padre scomparso. In qualche modo pare Rihm voglia “proseguire” là dove Brahms si è fermato, ovvero nell’orchestrazione. Il discorso musicale si concentra infatti in un cupo clima di indecisione tonale (che non è mai atonalità!) dove la meditazione sulla morte è riservata proprio ad un dialogo fra i timbri dell’orchestra. Aprono i legni, poi attaccano gli archi della Staatskapelle, per i quali sprecheremo elogi nelle prossime righe, finché non tocca nel finale agli ottoni e alle percussioni prendersi la scena. Le dinamiche non superano mai il mezzoforte, in un senso del dolore sordo ed estremamente interiorizzato che chiude infatti in pianissimo. Nessuno sfoggio per l’orchestra, tenuta in assoluto controllo e quasi in austerità da Thielemann, che assume a pieno la serietà del pezzo. Forse anche per consapevolezza che non gli mancheranno a breve le occasioni per lasciare briglie sciolte: ad esempio già nel successivo Metamorphosen di Strauss, scritto per soli archi in uno straordinario equilibrio di ricami individuali e trame contrappuntistiche. Chiunque abbia sentito almeno una volta nella vita gli archi della Staatskapelle Dresden può immaginare che livelli di eccellenza possano raggiungere in un tale brano. Il suono ha una lucentezza e trasparenza estrema, senza che alcuno strumento risulti un mero raddoppiamento o accumulo: piuttosto ciascuno arrotonda il suono complessivo con sfumature e tridimensionalità che riempiono l’orecchio di colori e velluti (le sinestesie sono d’obbligo). Primo violino e primo violoncello poi sono stati semplicemente straordinari. Merito infine a Christian Thielemann per aver sapientemente fatto da contraltare a questa ricchezza potenzialmente strabordante con una articolazione plastica del discorso musicale, enfatizzando i passaggi di particolare rilievo per la struttura complessiva e lasciando che il resto della concertazione nascesse dalla sintonia cameristica fra gli esecutori. In questo modo egli ha potuto compensare perennemente l’aumento di “entropia” delle voci del brano con un progressivo aumento di compattezza e saldezza nel pugno direttoriale. Così si è mantenuto il delicato e sofisticato equilibrio in cui si sviluppa Metamorphosen, in cui, come indica il titolo stesso, la medesima materia sonora è sottoposta ad un caleidoscopico avvicendarsi di forme e combinazioni che, lungi dal negare l’unità di fondo, la riaffermano con sempre maggior necessità. La conclusione, come sempre in un processo tanto ineluttabile, non può che esser luttuosa. Dopo una citazione del secondo movimento dell’Eroica (a cui Strauss aggiunge un misterioso “in memoriam!” in partitura) la conflittualità dialettica si placa in una sempre più statica coda (ancora perfetta la scelta di tempo di Thielemann) che è pianto sul dolore del mondo eppur, comunque e contemporaneamente, contemplazione dell’inesorabile bellezza dello stesso. Non dimentichiamo che Metamorphosen fu composto appena dopo la guerra, e comprendiamo così anche come esso sia stato una scelta precisa per una serata a tinte fosche come questa.

Chiude il programma infatti la composizione luttuosa per eccellenza: il Requiem di Mozart. Doveva essere il culmine del concerto in memoria di Karajan, e certamente non sono mancate precisione, qualità ed efficacia all’esecuzione, illuminata dalla presenza del Coro della Bayerische Rundfunk. Tuttavia il punto più alto ci è parso comunque quello straussiano: troppo ha pesato qui la ridondanza della seconda parte della messa, dove il genio mozartiano lascia spazio al mestiere di Süßmayr. La direzione mai banale e d’altro canto anche mai immotivatamente bizzarra di Thielemann ha peraltro ben evidenziato la disomogeneità della partitura, aumentando di tensione e negli allargamenti fino al Lacrimosa, per poi tirare sempre più dritto e in maniera sempre più didascalica da lì in poi. Si sono così divisi la scena soprattutto il coro (forse solo un po’ sovradosato per questo repertorio ma di perfezione assoluta per intonazione e precisione, specialmente negli attacchi e nel contrappunto finale) e i soliti archi per cui mancano le parole d’encomio. I solisti sono stati per lo più controllati e ligi ai doveri di coralità, col solo basso Georg Zeppenfeld a risaltare per piglio e accenti. Tutti in ogni caso estremamente precisi e meritevoli nel seguire le indicazioni dinamiche di Thielemann, con nota particolare per i bei legati del tenore Steve Davislim. Da risentire in parti più impegnative le due protagoniste femminili Chen Reiss e Christa Meyer.

Il cast al completo

Il cast al completo

Grandissimo successo, seppur nel clima serio di questa serata, per tutti. Ovazione specialmente per il coro, a cui anche direttore e solisti hanno reso omaggio. Appuntamento dunque a domani per un altro concerto di altissimo livello, col Mozart di Maurizio Pollini e i Vier Letzte Lieder cantati da Anja Harteros, in un festival di Pasqua che promette molto bene.

Alberto Luchetti

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