Salisburgo: Thielemann, Pollini e Harteros

Posted on 10 maggio 2014 di

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Anja Harteros con Christian Thielemann

W.A. Mozart: Concerto per pianoforte e orchestra no.20 in do maggiore KV467
R. Strauss: Also sprach Zarathustra op.30
R. Strauss: Letzte Lieder (Malven orch. Rihm)

Sächsische Staatskapelle Dresden
Direttore: Christian Thielemann
Pianoforte: Maurizio Pollini
Soprano: Anja Harteros
Primo violino: MatthiasWollong

Entra nel vivo il secondo ciclo del Festival di Pasqua di Salisburgo, come sempre nel segno di grandi artisti. Il concerto del sabato santo ha visto, oltre all’anfitrione Christian Thielemann e alla Sächsische Staatskapelle Dresden, la scena nettamente spartita fra due protagonisti assoluti dell’oggi musicale: Maurizio Pollini e Anja Harteros. Il primo si è incaricato della parte mozartiana, con uno suo cavallo di battaglia quale il noto Concerto per pianoforte in do maggiore KV467, la seconda ha invece dato voce ai Letzte Lieder di Strauss, omaggiando così anche il terzo compositore tematico del festival 2014, Wolfgang Rihm, che su commissione dell’Osterfestspiele e dell’orchestra sassone ha orchestrato il quinto Lied, il ritrovatoMalven. A fare da transizione (non certo interlocutoria) fra i due momenti è stato infine il poema sinfonico Also sprach Zarathustra, dove tutti i riflettori sono stati per orchestra e direttore.

Cominciamo purtroppo dalle note dolenti, cioè dall’amara conferma dello stato declinante di un artista italiano inestimabile come Maurizio Pollini. Reduci dalle non certo impeccabili sonate di Beethoven eseguite alla Scala, e memori del preoccupante malore dello scorso concerto salisburghese, le aspettative non erano delle più alte. Eppure un tale senso di affanno e approssimazione non l’avremmo immaginato, considerando anche la padronanza sempre dimostrata in Mozart. Di quella maestria è rimasta ahinoi solo la sapienza nel cavarsi d’impaccio e qualche graffio di classe: quanto basta insomma affinché gli applausi finali non manchino. Troppi tuttavia gli accavallamenti fra note, troppi i pedali usati come salvagente, troppe le discrepanze con l’orchestra (incolpevole Thielemann, che riesce almeno nell’Andante a mantenere il dialogo coi legni, premiati alla fine con alzata e applauso dedicato). L’impressione è che la testa di Pollini corra ancora (tempi quasi sempre molto sostenuti) ma le mani non le stiano più dietro.

Se dunque il do maggiore del concerto mozartiano non ha potuto emergere in tutto il suo splendore (per quanto non siano mancati squarci di bellezza), l’opposto si può decisamente dire del do maggiore che apre trionfalmente Also sprach Zarathustra. Se prima Christian Thielemann si era evidentemente limitato a dar forma ad un Mozart di compostezza, ora la partecipazione del direttore è totale, e lo si nota fin nell’abbandono della postura rigida per un continuo chinarsi verso ogni reparto chiamato in causa dal virtuosismo orchestrale straussiano. Nel complesso emerge un poema sinfonico più muscolare che lirico, alla ricerca di un’estasi che è frenesia di movimento più che placarsi della volontà. Il che è peraltro molto nietzschiano. Gli archi della Staatskapelle hanno chiaramente viziato le nostre orecchie con colori di rara ricchezza e calore, tanto nel chiarore sensuale di Von den Hinterweltlernquanto nelle profondità turbolente di Der Genesende. Straordinaria infine la gestione delle dinamiche, specialmente dei grandi crescendo anche di svariati minuti, da parte di Thielemann. Ultima menzione per il violino solo di Matthias Wollung, giustamente elevato dal programma di sala al ruolo di solista a tutti gli effetti.

Anche perché il suo lavoro non termina con lo Zarathustra: è pure merito del suo solo se l’esecuzione di Beim Schlafengehen dagli ultimi Lieder di Strauss è stata sorprendente. E questo senza nulla togliere, anzi, alla vera protagonista dell’ultima parte di concerto: la voce di Anja Harteros. Straordinaria interprete di Wagner come di Verdi, la frontiera straussiana è evidentemente nel suo presente (a Monaco ha già all’attivo la marescialla delRosenkavalier) e futuro operistico (debutterà Ariadne a Berlino e Arabella a Monaco). Questi Lieder ne sono ulteriore prova, una prova superata con enorme successo di pubblico. La sua non è una voce estremamente generosa, che si possa spandere in ampiezza facendo forza solo sullo splendore timbrico, ma il tutto è compensato da una drammaticità innata e sempre ben veicolata espressivamente, senza vezzi o eccessi e con profondo scavo intimo. Si comprenderà dunque che lo sfoggio di Frühling non sia stato il suo terreno d’elezione, mentre col farsi sempre più personale e incisivo dei testi, il livello si è impennato. Lo stesso Thielemann è entrato nello spirito di struggente congedo di questi Lieder solo col passare del tempo, mentre in partenza è stato soprattutto attento a seguire il soprano: lo sguardo era infatti sempre rivolto a lei, con piena fiducia nel fatto che l’orchestra avrebbe seguito alla perfezione anche i soli cenni delle mani, fra i quali sono stati frequenti i gesti per moderare la parte strumentale e dare rilievo alla voce. L’orchestra, asciugata così di ogni enfasi tardoromantica, si è esaltata nei piccoli dettagli, quali i dolorosi rintocchi acuti o i simbolici trilli delle allodole, che tanto ricordano certi richiami resi atemporali da un’altra opera estrema quale Das Lied von der Erde di Mahler. Sonorità che sono state protagoniste anche dell’orchestrazione delicata e sognante che Wolfgang Rihm ha scritto (appositamente per questo festival) perMalven, cronologicamente vero ultimo Lied di Strauss, rimasto ineseguito per quasi quarant’anni in quanto custodito gelosamente dalla destinataria Maria Jeritza fino alla sua morte. Intelligente in ogni caso la scelta di collocarlo, dato il suo senso di sospensione, in seconda posizione, lasciando come sempre al suggestivo Im Abendrot il compito di lasciare la sala attonita in un profondo silenzio di svariati, intensi secondi, prima di lasciar esplodere l’entusiasmo.

Insomma un concerto in grande crescendo, che ha trovato, dopo un inizio con qualche ombra, un finale davvero ricco di luce, in particolare direi ricco dello splendore dorato di quella luce del tramonto di cui questi Lieder sono carichi. A seguire, domani, Christoph Eschenbach eseguirà i poemi sinfonici di Strauss Don Juan e Don Quixote (solista Capuçon) assieme ai consueti Mozart (Ouverture del Don Giovanni con chiusa di Busoni) e Rihm (Verwandlung II). Dopodomani infine l’opera Arabella, con Renée Fleming e Thomas Hampson, chiuderà l’Osterfestspiele 2014.

Alberto Luchetti

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