Salisburgo: Eschenbach e i Don straussiani

Posted on 10 maggio 2014 di

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Capuçon ed Eschenbach

W.A. Mozart: Ouverture dal Don Giovanni (chiusa Busoni)
R. Strauss: Don Quixote op.35
W. Rihm: Verwandlung II
R. Strauss: Don Juan op.20

Sächsische Staatskapelle Dresden
Direttore: Christoph Eschenbach
Violoncello: Gautier Capuçon

Christian Thielemann, mente e braccio del rinnovato festival primaverile di Salisburgo, si prende il giorno di Pasqua una meritata pausa dopo i primi due straordinari concerti e in attesa della chiusura con l’opera Arabella. Così il concerto pasquale va in dote ad un nome non certo secondario, Christoph Eschenbach, che non indugia certo nel prendere le redini della Staatskapelle di Dresda. Energia e determinazione sono i suoi marchi di fabbrica, e ce lo ricorda subito una Ouverture dal Don Giovanni che esalta soprattutto la capacità dell’orchestra di produrre subitanee esplosioni sonore (su tutte i due accordi di re minore che segnano il destino fatale del libertino). C’è poco di filologico e molto di ostentato in questa resa aggressiva ed esasperata, conclusa peraltro dalla variazione di Busoni per la chiusa (un non troppo mimetico potpourri da temi del finale dell’opera). Il risultato comunque è se non altro d’impatto, ed esalta il senso vitalistico che molti hanno identificato con la figura di Don Giovanni. Anticipiamo allora subito anche che, per ragioni analoghe, il momento migliore della serata è stato l’altro brano dedicato a questa figura, ovvero il poema sinfonico Don Juan, che ha chiuso trionfalmente il concerto. Qui nessuna filologia impedisce ad Eschenbach di tirar fuori tutta la potenza possibile dalla compagine sassone, che spesso ha invece l’unico difetto di compiacersi troppo nel suo suono perfezionato al millimetro. La partitura, che segue il testo di Lenau, pare d’altronde strutturata appositamente per dar vita a queste inarrestabili eruzioni di vitalismo, che appena si appaga deve subito cercare nuovi orizzonti da superare. Fino all’orizzonte ultimo, la morte, dove ogni corsa sfrenata va ad infrangersi. Il senso cupo, tragico di questo eros-thanatos è stato perfettamente reso da Eschenbach con l’alternarsi di folate di rubati ad una scansione plumbea ed ineluttabile.

Sempre sull’onda del vibrante accumulo energetico si pone anche la lettura di Verwandlung II di Wolfgang Rihm, brano sempre orecchiabile ma anche di difficile percezione nella sua totalità, almeno al primo ascolto ed in una esposizione tanto sovraccarica. Come sempre, Rihm ricerca qui più l’apparire dell’evento sonoro (seguendo ci pare in particolare la lezione di Feldman) che la costruzione di una macchina musicale (à la Boulez). Non c’è complicazione e mediazione concettuale fra quanto viene suonato e quanto viene percepito: ogni suono ha la sua identità emotiva piuttosto riconoscibile. Tuttavia la frenesia con cui questi momenti si sovrappongono, in continua metamorfosi (seguendo il titolo del brano), li rende poi confusi nella memoria. Il pezzo, scritto per la Gewandhaus di Lipsia, si presta in ogni caso ad evidenziare ancora una volta la qualità di tutti i reparti principali della Staatskapelle, che raramente lascia che un suono sfugga in modo generico.

Se fino a qui la direzione di Eschenbach è stata dunque encomiabile sia tecnicamente che nelle intenzioni e nei risultati, le cose sono invece meno immediate per quanto riguarda l’altro poema sinfonico straussiano proposto nel corso del concerto: Don Quixote. Il comune titolo di “don” rende soltanto ancor più antitetiche la figura dell’idealista “Cavaliere dalla Trista Figura” e quella del seduttore impenitente. Dove prima c’era strada spianata per vitalismo, energia dirompente e vibrante frenesia, ora c’è un tortuoso cammino che nella fantasticheria mentale ricerca il rimedio all’impotenza e alla fragilità della carne. Una sonorità dunque altrettanto turgida e prepotente non ha qui più nulla a che fare.  Anche il contributo di Gautier Capuçon ci è parso in questo senso non del tutto centrato. Indiscutibile il virtuosismo, specialmente per resistenza e vigore nel vibrato a fronte di una sicurezza d’intonazione rocciosa, ma è totalmente mancata l’impressione di tenera fragilità che invece dovrebbe sottendere totalmente le epiche gesta di Don Chisciotte. Strauss ha saputo cogliere questo aspetto, ponendo il violoncello solo (Don Chisciotte) in un continuo e anticlimatico tira e molla fra violino solo (Dulcinea idealizzata) e viola (Sancho Panza, il materialista). Il suono lirico e il fraseggio languido di Capuçon sono parsi invece più che altro tesi ad una sorta di seduzione dongiovannesca della femminilità del violino che poco c’entra con la maniera cortese e lambiccata che rende fascinoso l’idealismo (impossibile e assurdo) del protagonista. Tecnicamente l’esecuzione è stata di livello comunque altissimo, con tutti gli effetti straussiani d’orchestra esaltati al massimo grado e con sfoggi di perizia direttoriale addirittura eccessivi da parte di Eschenbach (totalmente esagerata la durata di certi ritardandi), ma il tutto è parso infine un detrimento per l’intima poeticità che si dovrebbe rivelare nell’ultima variazione (la morte del cavaliere) e che invece è rimasta inevitabilmente inespressa.

Una piccola mancanza che pone questo concerto su un gradino più basso rispetto ai due di Thielemann che lo hanno preceduto, premesso che si è sempre nell’ambito dell’assoluta eccellenza. Eschenbach si fa in ogni caso perdonare con un bis scatena-applauso come la Danza dei Sette Veli dalla Salomé, altra fiera di prodezze orchestrali in cui egli si diletta ad allargare a dismisura il tempo nella parte centrale per poi scatenare la frenesia nel finale. Quando si hanno orchestre come la Staatskapelle davanti, ce lo si può d’altronde permettere, e la sala apprezza e ringrazia.

Alberto Luchetti

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Posted in: Sinfonica