Pollini l’Instancabile (o quasi)

Posted on 14 aprile 2014 di

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Maurizio Pollini

L. van Beethoven: Sonata n.17 in re minore op.31/2 “La Tempesta”
K. Stockhausen: Klavierstücke VIII e XI
L. van Beethoven: Sonata n.29 in sib maggiore op.106 “Hammerklavier”

Pianoforte: Maurizio Pollini

Anche marzo si avvia alla sua conclusione, e con cadenza mensile arriva al Teatro alla Scala l’appuntamento col “Progetto Pollini”, che si propone di accostare le ultime sonate di Beethoven ad una selezione del meglio della musica del secondo Novecento. Siamo al penultimo episodio, che a differenza degli altri vede il grande pianista milanese come protagonista unico. Oltre che per le sonate beethoveniane, sua è infatti l’incombenza anche per la componente contemporanea, ovvero i  Klavierstücke VIII e XI di Karlheinz Stockhausen. Chi avesse a memoria il programma originariamente concepito, ricorderà che si sarebbe dovuto eseguire ilKlavierstück X,decisamente più impegnativo e capitale dei due precedenti, ma d’altro canto Pollini compensa attraverso la reintegrazione dell’ardua sonata op.106 “Hammerklavier”, espunta dal programma del mese scorso ed ora affrontata con nuova lena. Ad aprire la serata la scelta è caduta infine su una sonata d’effetto come l’op.31 n.2 “La Tempesta”.

Proprio da questa cominciamo il breve resoconto: la lettura di Maurizio Pollini è parsa improntata ad un alto grado di riflessività, in profondo dialogo coi frequenti silenzi che delimitano l’andamento variabile di questa sonata, che alterna sospensioni e precipitati. Molto efficaci in particolare le fasi di stasi in ritardando, dove l’uso non parco ma sapiente del pedale ha creato notevoli effetti timbrici (la palma va alla transizione dallo sviluppo alla ripesa, momento di grande poesia). Meno significativi i successivi, adrenalinici, passi della sonata. Non che manchino l’impeto e la corsa, ma sono poco utili se non sono anche accompagnati dal dovuto mordente e da una precisione implacabile. Specialmente quest’ultima fa sempre più difetto ad un maestro che invece aveva sempre navigato sul mar placido di una tecnica infallibile. Va da sé che dunque la resa del secondo movimento (Adagio) è stata molto più riuscita di quella del terzo (Allegretto), che pur se travolgente nel piglio ha ancora peccato di informità e genericità. Tornando alle note liete ci soffermiamo allora sull’afflato esente da lirismo dell’Adagio, tutto giocato sul privilegiare lo staccato al legato, così da evidenziare la strutturalità della figura dell’appoggiatura con salto ascendente. Il resto lo fanno le delicatissime smorzature e i tanto più evocativi quanto più impercettibili richiami trillati della mano sinistra.

Non diversa in natura l’analisi anche per l’altra sonata beethoveniana affrontata, se non che l’impegno richiesto dai quaranta minuti della Hammerklavier è esponenzialmente superiore a quello richiesto dalla ventina di minuti della Tempesta. Se prima qualche tocco poetico e la sapiente approssimazione di qualche passaggio difficile poteva bastare, qui la faccenda si complica. Ecco perché abbiamo intitolato definendo Pollini “instancabile (o quasi)”, onorando il suo impegno solistico per l’intera serata e il suo coraggio nel rimettere in programma l’op.106, ma anche tradendo un po’ di perplessità per l’effettiva riuscita di tale operazione. Come sempre non ci sono mediazioni: il tempo staccato è quello più consono all’interpretazione voluta, cioè un tempo rapido e sempre lanciato progressivamente in avanti. Così facendo si acuiscono tuttavia le imprecisioni e si rende più affannoso il fraseggio, in una perenne rincorsa in cui non si ha mai l’impressione che l’esecutore sia in pieno controllo, mentre l’andamento sostenuto diventa quasi una frettolosa trascuratezza. Trascorrono dunque con poche emozioni sia il primo che il secondo movimento, in cui si segnalano per bellezza solo singoli passaggi (la coda dell’Allegro ad esempio), mentre si allarga finalmente un tantino il cuore solo per l’Adagio sostenuto, dove lo scavo del suono (col geniale uso del pedale una corda) ha finalmente spazio per concretizzarsi in tutta calma e ragionamento. Un fraseggio non ostentatamente lirico ha impedito qui di far cadere l’intimo lamento di Beethoven nei peggiori cliché pianistici, riuscendo così sinceramente toccante. Sull’onda di questo momento rinfrancante, l’incipit (Largo) arpeggiato del quarto movimento ha mantenuto un certo fascino, purtroppo senza adeguato seguito appena il materiale fugato ha cominciato ad aumentare il ritmo. Il mestiere ha permesso a Pollini di evitare cadute clamorose, ma nel complesso si è resa inevitabile una scarsa definizione delle linee, con l’accompagnamento e la melodia costantemente confusi in un eccesso di risonanza di pedale e in poco controllate e troppo diffuse imprecisioni. L’approccio beethoveniano alla fuga è d’altronde implacabile e richiede tutta la potenza demiurgica dell’ordinamento di un materiale volutamente reso sovrabbondante ed eccessivo. Senza la dovuta forza, lucidità e precisione l’effetto è controproducente, generando smarrimento, ripetitività, noia e fatica nell’ascoltatore. Tale era l’impressione anche guardandosi attorno, con l’accordo finale che infatti ha trascinato a fatica l’applauso, poi comunque generoso.

Sempre sulla scia del conflitto fra caos e cosmo, fra disordine e ordine, si colloca la sperimentazione di Karlheinz Stockhausen e dei suoi Klavierstücke. In particolare, rispetto alla summa del n.X, dove tutto avviene già in partitura, inn.VIII e IX prendono in considerazione soprattutto il rapporto fra aleatorietà dell’interprete e determinazione della scrittura. Una krisis che sentiamo fin dalle prime note tanto del n.VIII, particolarmente più lento e staccato rispetto a come siamo abituati a sentirlo (anche dallo stesso Pollini), quanto del n.IX, che con la sua ossessiva ripetizione del medesimo accordo vuole proprio lasciare che sia l’elemento umano ad inserire l’inevitabile variabilità. Lo stesso dicasi per i tempi prescritti, del tutto impossibili da calcolare per l’esecutore (giusto come esempio: 142/8, 87/8, 42/8 solo nelle prime tre battute del n.IX) e derivati dalla mera imposizione strutturalista su base matematica (la serie di Fibonacci). L’estrema essenzialità dei gesti, assieme alla chiarezza e familiarità del pianoforte come strumento solista, permette in ogni caso a questi pezzi di essere fra le esperienze più intriganti che si possano fare col contemporaneo. Per quanto lo stesso Pollini debba tenere gli occhi fissi sullo spartito per seguire i cluster e i voli pindarici di Stockhausen, l’impressione netta dall’esecuzione è di essere davanti a qualcosa di formato e preciso nella sua significazione. Così nel n.VIII arriva chiaramente all’ascoltatore il rarefarsi della densità accordale mano a mano che si sale lungo la tastiera, fino alle ripetute interruzioni su singole note acute, seguite da lunghi silenzi. Così nel n.IX si manifesta la natura metamorfica del materiale, che a partire da due idee molto nette (lo stare decisis del quadricordo ripetuto e l’estrema variabilità della scala cromatica composta da tutte note di diversa lunghezza) giunge ad una ibridazione molto evidente. Efficacissimo infine l’effetto di “vetri rotti” della serie di crome acutissime che chiude il pezzo, ricordandoci i cocci aguzzi di bottiglia che Montale immaginava in cima al muro invalicabile della limitatezza umana.

In conclusione, ci è parsa decisamente più meritoria proprio questa parte contemporanea del concerto, a fronte di un Beethoven rivedibile e non all’altezza del nome e del passato del suo esecutore. Siamo certi che si riscatterà nell’ultimo appuntamento a Maggio, il 19, per le ultime tre sonate accompagnate da “…Zwei Gefühle” di Helmut Lachenmann.

Alberto Luchetti

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