F. Vacchi: Veronica Franco, per voce recitante, soprano e orchestra
G. Mahler: Andante – Adagio da Sinfonia n.10 in fa# maggiore (vers. Barshai)

Orchestra sinfonica di Milano Giuseppe Verdi
Direttore: Claire Gibault
Soprano: Talia Or
Voce recitante: Giovanna Bozzolo

La stagione sinfonica de laVerdi dedica il proprio ventiquattresimo appuntamento al suo compositore “in residence” Fabio Vacchi. L’usanza di offrire stabilità ad un autore contemporaneo attraverso commissioni regolari è molto diffusa all’estero, poco da noi, dove infatti la fuga di cervelli da partitura è elevatissima. Fabio Vacchi è fra quelli che maggiormente hanno saputo essere profeti anche in patria (ricordiamo l’opera Teneke alla Scala nel 2007), forte di uno stile mai nemico del pubblico ma sempre attento alle esigenze dell’ascolto, anche in termini strettamente fisiologici. Raramente la sua musica si perde infatti in involuzioni concettuali o in lunghe torture per l’orecchio: piuttosto tutto è calcolato sulla base di precise reazioni fra gli impulsi sonori e le nostre reazioni emotive. A questo si aggiunge il sicuro successo della forma del melologo, che tiene l’attenzione desta attraverso la saldezza del rimando ad un testo narrativo e di un canto almeno a tratti reminiscente delle rassicuranti formule tonali o modali. Questa sera la nuova proposta di Vacchi è stata proprio un melologo, tutto dedicato al mondo femminile. Protagonista è infatti la figura storica di una grande donna, Veronica Franco, poetessa e cortigiana del Cinquecento veneziano. I suoi versi invocano una libertà e una parità fra i sessi che ancora oggi è una lezione su cui riflettere. Oltre a musicare per soprano questi componimenti poetici, Vacchi ha chiesto ad un’altra donna, Paola Ponti, di aggiungervi il testo in prosa, più esaustivo e di evidente impronta contemporanea. Questa componente narrativa racconta, sotto forma di diario, l’ansia della notte fatidica che precedette la condanna a morte della cortigiana, la successiva perorazione di fronte ai giudici e l’imprevedibile assoluzione della peccatrice. A dirigere l’enorme orchestra richiesta dalla partitura infine non poteva che essere un’altra donna, Claire Gibault, assidua collaboratrice del compositore.

Descrivere in poche parole questo melologo, della durata di circa un’ora, è estremamente difficile. Innanzitutto perché non è chiarissima una sua identità musicale e drammaturgica. Il testo ci è parso l’evidente motore della composizione, con la musica a sostenere in parallelo degli accumuli e rilassamenti della tensione (ricordiamo che Vacchi è stato anche autore di colonne sonore di successo quali quella de Il mestiere delle armi di Olmi). Sotto la voce recitante, che ha un ruolo preponderante, l’orchestra non può infatti prendersi eccessive libertà nell’articolare un materiale complesso: l’attenzione, tutta concentrata sulla prosa, non avrebbe modo di recepire altro che tremoli e percussioni. Maggior interesse ha dunque l’accompagnamento del canto, dove abbiamo riscontrato tuttavia una scarsa coerenza stilistica. Assieme ad una serie di chiari omaggi alla tradizione vocale veneta del tardo Cinquecento, si sono alternati momenti di tensione degni della Lulu di Berg ed altri vitalistici che ricordavano i crescendi ciclici e ossessivi dell’Elektra di Strauss. La deviazione dall’ambito tonale non è in ogni caso mai completa, ancorché l’armonia sia evidentemente sospesa ed estremamente mutevole. Difficile comunque rintracciare una economia generale di tutto questo materiale, così come non ci è parso drammaturgicamente ben strutturato nemmeno il testo, pur ben letto e interpretato dall’attrice Giovanna Bozzolo. Apprezzabili i suoi cambi di tono, necessari a caratterizzare le diverse voci implicite nel testo (Veronica, il bando dell’Inquisizione, il decreto contro le prostitute, ecc), seppur con una tendenza nasaleggiante forse dovuta a leggero raffreddamento. Meno convincente l’ultima donna protagonista, la soprano israeliana Talia Or. La parte non è ovviamente semplice, ma Vacchi ha saputo mantenere sempre un senso del cantabile che preserva la voce da eccessivi salti e saliscendi melodici. L’intonazione resta così molto precisa, ma l’espressività è risultata deficitaria, con gravi ingrossati con scarso successo e una generale mancanza di volume in tutti i registri (nei passaggi più intensi l’orchestra copriva irrimediabilmente la voce). La direttrice Claire Gibault ha iniziato molto bene, conferendo verve e tonicità ad una scrittura chiara e alleggerita dalla predominanza di timbriche chiare. Col passare del tempo un po’ di stanchezza e l’inspessirsi dell’orchestrazione (non del contrappunto, quasi del tutto assente) ha reso più fiacca l’esecuzione, ma sempre con buoni risultati complessivi. Un maggior numero di ascolti e conoscenza della partitura permetterebbe chiaramente un giudizio più dettagliato, che per ora sospendiamo. Resta in ogni caso interessante la base poetica di partenza, ovvero l’idea di una donna che in nome della libertà spirituale fu disposta anche a peccare e sfidare l’inquisizione. Intenso il finale, in cui la proclamazione di colpevolezza, condivisa per la prima volta da voce recitante e soprano assieme, diventa ragione di salvezza. Tutto si chiude come da prassi di Vacchi con percussioni (in questo caso campane tubolari). Molti gli applausi, ci pare anche convinti, per un tentativo di certo non estremamente sperimentale e perciò anche più digeribile e in un rapporto meno conflittuale con lo spettatore. Particolare entusiasmo da parte del pubblico femminile.

La seconda parte della serata, di cui abbiamo finora taciuto, è stata invece decisamente problematica. Era prevista una notevole proposta: la Decima sinfonia incompiuta di Gustav Mahler nella versione curata da Rudolf Barshai nel 2000. Molta era la curiosità, e altrettanta è stata così la delusione nello scoprire (con pochissimo preavviso: solo un cartello in foyer) che solo il primo movimento sarebbe stato eseguito. La scelta di limitarsi all’unica parte che Mahler abbia lasciato sufficientemente completa, anche nell’orchestrazione, è  ovviamente più che legittima (molti grandi direttori hanno optato per questa selezione), ma la decisione last-minute fa pensare che si sia trattato più di una necessità pratica che di una voluta valutazione artistica. Basti pensare che il programma di sala, non aggiornato, ancora citava Petazzi per criticare la limitazione al primo movimento in quanto mero inizio di un percorso, che resta privo di senso se orfano del seguito. L’impegno profuso nel melologo di Vacchi ha probabilmente reso impossibile preparare con altrettanta cura una ulteriore ora abbondante di musica tanto complessa. Non sono mancate le proteste del pubblico, creando di fatto anche un certo risentimento nei confronti del primo tempo. Peccato perché così facendo, in ultima analisi, non si è reso un grande servizio nemmeno alla prima di Vacchi. Per quanto riguarda l’esecuzione si è trattata di una resa perfettibile e non particolarmente originale. In una scrittura più riconoscibile, la direzione della Gibault ha evidenziato qualche indecisione (negli attacchi, nelle trasparenze, nella gestione dei ritenuti e ritardandi) e si sono segnalati in orchestra sostanzialmente solo gli splendidi violoncelli. L’impressione di stare assistendo ad un contentino di cui accontentarsi è stata insomma difficile da rimuovere, e nell’insieme il secondo tempo ha destato pochi entusiasmi. A posteriori una strategia non molto vincente dunque, che ha reso opaca una serata nata sotto auspici musicali molto alti.

Alberto Luchetti