Simon Boccanegra a Piacenza

Posted on 17 marzo 2014 di

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Nucci al centro della scena del consiglio

Simone: Leo Nucci
Fiesco: Carlo Colombara
Amelia: Davinia Rodriguez
Gabriele:  Fabio Sartori
Paolo: Alexey Bogdanchikov

Orchestra Regionale dell’Emilia Romagna
Coro del Teatro Municipale di Piacenza
Direttore: Francesco Ivan Ciampa
Regia: Riccardo Canessa
Scene e costumi: Alfredo Troisi
Maestro del coro:  Corrado Casati

 

Simon Boccanegra può essere considerato a tutti gli effetti tra i massimi capolavori del genio verdiano: certo essendoci tramandato in due versioni si possono facilmente vedere molte discrepanze e disomogeneità lungo tutta l’opera. Il prologo risulta riformulato completamente con gran giovamento della situazione drammatica e mille particolari sono stati ripensati, ma su tutti giganteggia la scena del Gran Consiglio: qui ogni elemento letterario e musicale è esattamente al suo posto, con l’immensa perorazione “Plebe! Patrizi! Popolo!”, il grande concertato con la frase immortale “E vo’ gridando pace, e vo’ gridando amor” e la maledizione finale. Gli squilibri nei successivi due atti però sono evidenti e sebbene Boito avrebbe voluto un lavoro più intensivo (abbiamo notizia di uno scenario per un intero atto nuovo) Verdi decise che ci sarebbe stato troppo lavoro per lui e si prodigò solo in più limitati interventi. Lo stesso Macbeth peraltro soffre di questa doppia anima.

La scelta del soggetto venne sicuramente suggerita dal successo incondizionato de Il Trovatore, infatti l’autore dei due drammi (Il Trovatore appunto e Simon Boccanegra) era lo stesso: Antonio Garcìa Gutiérrez, drammaturgo famoso in terra spagnola, autore di molti drammi storico-romantici e di numerose zarzuelas. E’ molto probabile che la stessa Strepponi traducesse per il marito El Trovador, di cui non esisteva edizione italiana. Per Simòn lo stesso Verdi tradusse l’intero dramma onde sottoporlo all’attenzione del fidato Piave. La traduzione è in corso di pubblicazione su commissione del Dipartimento delle Arti dell’Alma Mater Studiorum dell’Università di Bologna. Si noterà dal confronto tra dramma e opera la perfetta aderenza al testo spagnolo, Verdi ha infatti realizzato unìopera con numerose piccole scene (duettini, terzetti e scene intere) che cercano di sviluppare nella maniera più varia il succedersi dell’azione senza dipendere troppo dalle forma chiuse. Ciò è logicamente a maggior ragione ravvisabile nella versione del 1881, che ha fatto passi da gigante in questa direzione. Il rapporto con Gutiérrez non si esaurì peraltro in questi due capolavori: Verdi fu molto tentato dal musicare un altro dramma dello spagnolo, El bastardo. Dopo l’insuccesso della prima versione del Simon ecco spuntare anche una traduzione de El tesorero del rey e infine incaricò Ricordi di recuperare in Madrid perfino la Venganza catalana. Quanti corruschi capolavori sarebbero potuti nascere…

Leo Nucci è il doge avvelenato

Leo Nucci è il doge avvelenato

L’esecuzione odierna dell’opera al Teatro Municipale di Piacenza è stata di notevole valore musicale. Tutti e quattro i solisti principali hanno mostrato grande professionalità. Spiccava fin dalla locandina il protagonista, impersonato dall’immortale Leo Nucci, che ha cantato il ruolo innumerevoli volte, raggiungendo oramai uno scavo psicologico di grande attenzione, permesso anche dall’esemplare disinvoltura con cui risolve tutte le difficoltà vocali. I momenti lirici, come il grande duetto dell’agnizione col soprano, si giovano della cantabilità di ampie arcate di fraseggio, mentre risultano perfette gli accumuli di tensione drammatica nelle grandi scene di massa, in primis in quella del Consiglio, dove Nucci non ha mai ceduto a facili effetti, trovando quella varietà di colori che lo ha reso celebre e unico. Voce dal volume impressionante anche quella di Carlo Colombara, che abbiamo recentemente apprezzato anche nella validissima Jérusalem di Fidenza (in comune v’era anche il regista Canessa). Colombara ha mostrato grande sicurezza anche quando doveva scendere nelle note più gravi e scoperte, sfoggiando una voce ancora molto bella e d’effetto. In scena è stato un Fiesco sempre accigliato e insieme addolorato, capace del perdono solo nelle ultime scene, a dramma ormai compito. Da manuale il suo grande momento solistico nel prologo (Il lacerato spirito), che con i drammatici interventi del coro risulta essere un capolavoro già nella versione 1857. Su un podio ideale dei trionfatori della serata almeno la terza posizione va riservata per Fabio Sartori, che abbiamo trovato in grande forma (meglio cioè che nel suo recente Don Carlo scaligero). Certo qui non è a tutti gli effetti un protagonista, ma ha diversi momenti di notevole esposizione, come il duetto con il soprano e l’aria del secondo atto: un vero tour de force eseguito con grande partecipazione e senza alcuna dimostrazione di sforzo, appoggiandosi su un’emissione ben padroneggiata, sicura e sempre voluminosa. Certo la sua figura risulta piuttosto goffa e ciò limita di molto l’attore, ma il recupero di teatralità è tutto nell’imponenza della voce. Uno scalino sotto la soprano Davinia Rodriguez, che nonostante la potenzialmente bella voce drammatica ha alcune lacune, con tecnica d’emissione poco salda, specialmente nelle note centrali. Ciò è stato più evidente nell’aria di sortita, dove il raffinato e liquido accompagnamento non poteva occultare le intonazioni imprecise (per lo più crescenti). Meglio nei concertati, dove la sua voce saliva in arcate più compatte e sicure. Anche il quartetto finale prima della morte del doge è stato eseguito dai quattro solisti in maniera egregia per compattezza e drammaticità. Ultima nota per il Paolo Albiani di Alexey Bogdanchikov: in un ruolo simil-Jago, un ruolo non del tutto scolpito ma molto interessante, l’interprete è risultato preciso ma non incisivo, complice una voce a nostro avviso troppo chiara.

Francesco Ivan Ciampa

Francesco Ivan Ciampa

Direzione orchestrale di Francesco Ivan Ciampa molto puntuale e immersa nelle atmosfere traslucide eppur cupe dell’opera. Sorprendente peraltro l’obbedienza e la precisione dell’Orchestra regionale dell’Emilia Romagna, che non praticamente sbagliato nulla, difettando solo qualità d’assieme degli archi (ma le orchestre capaci di avere questa spazialità interna ai reparti si contano sulle dita di una mano nel mondo). Particolare merito al direttore per aver saputo mantenere il complesso equilibrio fra il rispetto delle voci e lo spazio per lo sfoggio orchestrale, specialmente nei notevoli squarci in cui protagonista è il mare. Due lacune  soltanto nell’uso delle campane: la campana a martello che suona col coro inneggiante alla fine del prologo è risultata poco udibile, inficiando il climax di frenesia della scena, così come poco suggestiva è stata la campana grave alla morte del doge. Certo non ci aspettavamo le campane di san Basilio del Boris, ma si sarebbe potuto ricercare suono maggiormente caratterizzato, poiché delinea precisamente una situazione che andava maggiormente messa in risalto. Qualche imprecisione anche nei cori (diretti da Corrado Casati), che hanno faticato a tenere il passo degli altri protagonisti in scena e in buca, perdendo spesso il mordente drammatico che è qui di estrema importanza (Strehler usò proprio quest’opera per “inventare” il coro come personaggio, elemento fondativo di qualsiasi regia moderna).

Trattasi in ogni caso di dettagli per specialisti, a fronte di un livello musicale decisamente alto, diremmo anche degno di teatri di prima fascia (Sartori e Nucci saranno nel cast di quest’opera alla Scala ad Ottobre, ad esempio). L’aspetto invece decisamente meno entusiasmante sono state le scenografie, provenienti dal Teatro Verdi di Salerno. Tutta la nostra comprensione per l’evidente budget striminzito, ma qualcosa per rendere meno evidente la bassa qualità di materiali e finiture si poteva fare. Anche l’impianto spaziale, senza alcuna coerenza architettonica e con una brutta proiezione dell’orizzonte marino, non si giustifica coll’economia di risorse. Scena sostanzialmente fissa per tutti e 4 gli atti con solo qualche oggetto per caratterizzare l’ambiente, un pozzo una scrivania e un trono. Poco meglio i costumi, specialmente pensando all’allestimento (che abbiamo recensito pochi mesi fa) del Simon di Hugo de Ana nella rivale Parma. Regia di Riccardo Canessa piuttosto tradizionale e senza eccessi, lasciando molto spazio all’istrionismo di un mattatore del palcoscenico come Nucci. 

Nel complesso dunque un’ottima esecuzione musicale e vocale con nomi che sono presenti nei migliori teatri internazionali, ridimensionata ma non rovinata da una regia con poche idee e poca fantasia, ma se non altro non dannosa come altre cose viste (e molto contestate dal pubblico) a Piacenza e altrove. Complimenti al Municipale per questa produzione, applauditissima e con tanto di saluto degli artisti in foyer a fine recita.

Fabio Tranchida

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Posted in: Opera