Ceccato festeggia 80 anni con laVerdi

Posted on 3 marzo 2014 di

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Aldo Ceccato

P.I. Čajkovskij: Romeo e Giulietta, Ouverture-Fantasia
P.I. Čajkovskij: Mozartiana, Suite n.4 in Sol maggiore op.61
P.I. Čajkovskij: Sinfonia n.4 in Fa minore op.36

 Orchestra sinfonica di Milano Giuseppe Verdi
Direttore: Aldo Ceccato


Curiosa iniziativa quella de laVerdi, che per una volta ha omaggiato, col suo ventiduesimo appuntamento della stagione del ventennale, un vivente. Si tratta di Aldo Ceccato, direttore vicino a questa orchestra fin dalla sua fondazione nonché anima della vita musicale milanese attraverso l’Ochestra dei Pomeriggi Musicali. L’occasione è nientemeno che il suo ottantesimo compleanno (per la precisione caduto il 18 febbraio ultimo scorso): un età impressionante e davvero difficile da immaginare vedendolo salire sul podio col vigore di un quarantenne. Significativo il programma, tutto dedicato a Čajkovskij e chiuso dalla Quarta Sinfonia, sorta di talismano per Ceccato, che proprio con essa esordì nel professionismo dopo la vittoria di un concorso Rai. Da allora sono trascorsi cinquant’anni di carriera, e questa sinfonia è passata sotto la sua bacchetta oltre 50 volte. Affettuosissima l’accoglienza del pubblico, che lo riceve facendogli gli auguri e con tutto l’entusiasmo di ripetuti battipiedi.

Prima di arrivare alla sinfonia, il percorso tutto cajkovskiano prende avvio dall’Ouverture-Fantasia ispirata a Romeo e Giulietta, partitura del 1869 (ergo circa dieci anni prima della Quarta) in cui il fato tragico è già protagonista ma non ancora soverchiante. Il clima dominante è infatti più che altro quello di un cupo presagio, in cui l’attesa d’amore e quella di morte si confondono. Molto infatti si fa aspettare il famoso tema amoroso con cui rimane impressa nella memoria questa ouverture, e molto infatti deve prima durare la tensione dei conflitti fra le due famiglie. Fin dall’inizio è suggestivo il gioco di colori fra morbidezza (anche un po’ languida) dei fiati e cupezza drammatica degli archi, purtroppo reso meno efficace da troppe imprecisioni negli attacchi e nei fraseggi, che paiono sempre timidi ed indugianti in attesa dei cenni di Ceccato. Meglio quando le tensioni esplodono in uno scontro aperto, con una scrittura più stretta e meno trasparente che permette con la verve di andar oltre le piccole imprecisioni. Resta sempre una certa pesantezza, dovuta soprattutto alla mancanza di primi e secondi piani sonori, con tutte le voci equalizzate invece su un fortissimo privo di gerarchie, molto sensualistico ma poco ordinato e intelligibile. Nell’ultimo squarcio estatico finale è piuttosto straniante scoprire, in un fortissimo esasperato,,quasi una vena orgiastica degna del Richard Strauss di Salomé. Certo anche lì amore e morte si toccano (per non dire di più), ma le due partiture di per sé non sarebbero proprio identiche, né le tradizioni interpretative.

Il secondo pezzo proposto è una perla nella produzione di Čajkovskij, che omaggia con una Suite particolarissima (la n.4) il suo amato Mozart. A suo modo si tratta anche di una sinfonia in miniatura, con quattro movimenti ciascuno preso da una composizione per tastiera del salisburghese ed orchestrati e rielaborati con tutta la sapienza coloristica di un tardo romantico pietroburghese. Si tratta di una composizione della piena maturità, coeva della Quinta Sinfonia e già alle porte degli anni novanta del diciannovesimo secolo. Aldo Ceccato inforca gli occhiali per dedicarsi ad una partitura che evidentemente ha meno nel sangue, e dobbiamo dire che, vuoi per questa costrizione vuoi per la scrittura più classica della suite, il risultato complessivo è molto più pulito, compatto e ordinato. Il sostegno del contrappunto basilare dei pezzi mozartiani diventa infatti cruciale per dare densità alle pennellate di colore che l’orchestrazione di Čajkovskij offre con dovizia. Particolarmente d’effetto il terzo movimento, intitolato Preghiera e mutuato da una trascrizione lisztiana dell’Ave verum corpus K618. È straordinario il mix fra una linea melodica di derivazione organistica e barocca (sono gli anni di Requiem e Zauberflöte), l’equilibrio formale classico e il languore romantico. Si percepisce l’amore, ben oltre la sola ammirazione, che Čajkovskij aveva per il Mozart maturo, che tanto spesso si trovava a toccare le sue stesse corde. Molto bene la direzione di Ceccato tanto nel terzo quanto nel quarto movimento, articolato in dieci variazioni di grande inventiva e brillantezza. Ottima la caratterizzazione di ciascuna di esse, con tanto di comparsa del Glockenspiel (un omaggio al Flauto Magico?) e di cadenza per il violino solo di Luca Santaniello (molto accurato stilisticamente nel limitare le derive ottocentesche da concertista-virtuoso) e per il clarinetto solo (strumento molto amato da Mozart).

Date le premesse sulla precisione della direzione abbiamo atteso con un po’ di timore l’introibo degli ottoni scoperti della Sinfonia in Fa minore. Timori fondati, perché oltre ad un volume smodato si è registrata anche qualche asincronia, purtroppo letale in un passaggio che deve alla granitica scansione ritmica tutta la sua efficacia. Anche gli strappi degli archi in risposta agli ottoni avrebbero meritato maggior accento, non fosse altro che per far risaltare la terza ripetizione di questa alternanza, quando cioè gli archi non si oppongono più alle fanfare ma più domi le accompagnano verso il primo tema, peraltro molto ben fraseggiato dagli ottimi archi gravi de laVerdi. In generale a tutto il primo movimento della sinfonia è mancato di mordente, con tempi estremamente dilatati che hanno privato di ogni senso di strazio, lacerazione e ansia una partitura che ne è invece piuttosto ricca. Evidentemente meno inficiato il secondo e più pacato gruppo tematico, dominato dai legni e con finalmente anche ottoni morigerati al controcanto. Una leggera accelerazione durante lo sviluppo avrebbe fatto ben sperare, ma l’andamento torna plumbeo e monotono, riprendendosi solo nella coda finale. Qui peraltro si affronta di muso il problema interpretativo, perché Čajkovskij presenta in ultimo una riproposizione del primo tema estremamente dilatata e drammatica, che non ha alcun significato se già prima questo materiale veniva presentato con questa flemma. Che dietro ci sia una ferrea scelta di interpretazione ce ne rendiamo conto anche nel secondo movimento, quando a fronte di un evidente deficit di rubati ci pare addirittura di sentire Ceccato sussurrare ai suoi “a tempo, a tempo”. Per fortuna la melodia di questo Andantino è talmente evocativa, e l’accompagnamento talmente suggestivo, che la musica prende presto il sopravvento su tutto, anche grazie al poetico assolo d’oboe in conclusione. Ordinaria amministrazione il pizzicato ostinato del terzo movimento, dove Ceccato si astiene da eccessive indicazioni e l’orchestra fa il suo dovere. Dopo questo momento di moderazione arriva così ancor più invadente la sguaiata esplosione di gioia del quarto movimento, già di suo piuttosto pacchiano e non certo morigerato da Ceccato, che anzi dà fiato alle trombe e scatena tutte le gradazioni del fortissimo. Quando il ritmo è serrato e gli accenti stretti il risultato è godibilissimo, tanto più proprio quanto più è bandistico, ma negli allargamenti (come in precedenza) le sfaldature sono troppo evidenti. Nell’economia del pezzo comunque domina di gran lunga l’ebbrezza e la corsa sfrenata verso il gran finale, che arriva puntuale dopo l’ultima reminiscenza di fanfara del fato.

Applausi generosissimi alla conclusione, con Aldo Ceccato protagonista assoluto a ricevere l’affetto del pubblico milanese, mentre egli fa alzare poco per volta i suoi “ragazzi” de laVerdi come a distribuire il merito equamente. Chiudiamo la cronaca con una segnalazione per rossiniani e non: il prossimo sabato 1 marzo in Auditorium sarà eseguita la Petite Messe Solennelle!

  

Alberto Luchetti

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