Pletnev-Cominati per l’anno italo-russo

Posted on 2 marzo 2014 di

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Roberto Cominati

S. Rachmaninov: Concerto per pianoforte e orchestra no.2 in do minore op.18
P. Tchaikovsky: Sinfonia n.5 in mi minore

Russian National Orchestra
Direttore: Mikhail Pletnev
Pianoforte: Roberto Cominati

 

Auditorium messo a lustro per la serata di gala che inaugura l’Anno del Turismo Italia-Russia, con tanto di fiori a rappresentare le bandiere dei due paesi sul fronte del palcoscenico. Non è la prima volta che laVerdi coglie l’occasione di ospitare una serata istituzionale e internazionale (l’anno scorso accadde con la Cina), ed in questo caso è stata anche l’occasione per vedere a Milano una delle più importanti orchestre russe, la Russian National Orchestra, sotto la direzione del suo fondatore, Mikhail Pletnev. Il programma non poteva che essere pura cultural diplomacy russa, con due monumenti come la Quinta sinfonia di Tchaikovsky e il Secondo concerto per pianoforte e orchestra di Rachmaninov. Interessante per questo brano il dialogo italo-russo che si instaura col pianoforte solista del napoletano Roberto Cominati.

L’introduzione di questo celebre concerto è (in maniera alquanto caratteristica e probabilmente anche piuttosto russa, si pensi al Primo concerto di Tchaikovsky) dominata proprio dal pianista, dando subito modo di apprezzare la particolarità dell’approccio di Cominati. Pur in un repertorio così profondamente tardoromantico e sensazionale, resta inconfondibile lo stile asciutto e ponderato col quale abbiamo imparato ad identificare questo interprete. Il pedale fa allora risuonare solo gli accordi gravi, mentre quelli (relativamente più) acuti restano isolati in un tocco secco e precisissimo. È l’inizio di una esecuzione tutta all’insegna di un elevato livello di astrazione e di modellamento della parte, rinunciando (forse anche eccessivamente) ai legati che conferiscono cantabilità in nome di una sgranatura molto marcata dei suoni. Ne risulta un fraseggio volutamente faticoso, meditativo, dubbioso, che instaura un clima cupo, perfettamente allineato alla densa scurezza della Russian National Orchestra. È sempre sorprendente sentire la differenza di sonorità e colore delle orchestre straniere, a maggior ragione quando sono di livello eccellente come questa, dotata di compattezza e conoscenza della partitura ineccepibili. Anche perché la sinergia con la bacchetta di Mikhail Pletnev è totale. Egli è stato infatti nel 1990 il fondatore di questa compagine, prima orchestra non pubblica della Russia post-socialista. Ora ne è direttore artistico ed evidentemente anche ambasciatore ideale. Sa che può affidarsi ai suoi orchestrali per il successo di un cavallo di battaglia come questo e perciò si limita per lo più a battere nella maggior semplicità in uno o in due. Essendo stato inoltre un grande pianista, Pletnev sa quanto è importante tenere un occhio (e un orecchio) sul pianoforte, non perdendo mai il feeling e la sincronia col solista. Ogni tanto capita soltanto che il volume dell’orchestra copra Cominati, che peraltro non è mai stato un grande pestatore di tasti e dà il meglio di sé quando può cesellare un suono nella calma e nel dettaglio del puro silenzio o di un leggero accompagnamento d’atmosfera. È ciò che accade nel secondo movimento, con dei meravigliosi violini capaci di mutare la densità e scurezza di cui parlavamo per divenire languidi e sussurranti. Straordinario specialmente il finale di questo movimento, col tocco di Cominati che passa magnificamente a fare da accompagnamento arpeggiato mentre l’orchestra intona il suo canto nostalgico. Qualche problemino in più per la resa sulla tastiera si è registrato nei difficoltosi arabeschi terzo movimento, ma parliamo di dettagli. Non lo ha aiutato in questo caso il tempo spedito scelto dal direttore, che ci teneva evidentemente ad enfatizzare il lato più kitsch (e quindi forse russo?) di questo Finale. Contribuiscono alla festa dei vibrati esagerati degli archi, mentre il pianoforte si prodiga di pedali diffusi. L’impatto è notevolissimo, anche perché la precisione sincronica di orchestra e solista è perfetta, producendo vere esplosioni di suono sui battere della frenetica coda.

Saluti affettuosi del pubblico ricambiati con modestia da Roberto Cominati, che purtroppo, dopo l’impegnativo Concerto in do minore, non ha ritenuto opportuno concedere alcun bis. Probabilmente non voleva togliere i riflettori dai veri protagonisti della serata: gli ospiti russi. È tutto per loro infatti il secondo tempo, con la Quinta sinfonia in mi minore di Piotr Ilic Tchaikovsky.

Se fino ad ora l’intervento di Pletnev era stato minimo, in termini di deviazioni dal tempo e di rifinitura del fraseggio, lasciando che fossero esaltati i colori che l’orchestra ha saputo rivelare nella partitura, ora tutto cambia. La sinfonia non è il concerto, non c’è più solista da accompagnare e tutto torna a far capo alle mani, o meglio alla bacchetta, del direttore. La postura resta rigida, col busto pressoché immobile e col gesto sempre semplificato all’estremo, ma gli effetti sono completamente diversi. Il cupo inizio, che si giova ancora una volta dell’impasto denso e scuro di quest’orchestra, è esposto come nel sussurro di una lenta preghiera, in cui ogni parola viene dal silenzio e torna nel silenzio. Solo coll’introduzione del nuovo materiale tematico il tempo accelera (senza scomporsi) e il dramma tutto tchaikovskiano entra nel vivo. Intensa la conclusione di questo primo movimento, con una discesa ai registri gravi (fagotti, violoncelli, contrabbassi e timpani) che preludia a certe atmosfere della Sesta. È proprio da questo infero che risorge il secondo movimento, col bell’assolo del primo corno, delicato e suggestivo. Non a caso Pletnev lo farà alzare individualmente per primo agli applausi finali. Inizialmente questo Andante cantabile manca tuttavia di una reale cantabilità, con il fraseggio spezzettato dal gesto ancora meccanico e metronomico del direttore. Proprio quando si è tentati di ascrivere la cosa ad un difetto interpretativo, ecco che la linea cambia, progressivamente, dimostrandosi una scelta cosciente. Sempre più infatti le frasi cominciano a legarsi, a plasmarsi in ritardandi e rubati, esattamente come il carattere individuale si profila sempre più chiaramente solo col formarsi della personalità dell’individuo. La maestria culmina nelle ultime battute, seguendo con perfetta comunione d’intenti le indicazioni di Tchaikovsky, che nel climax decisivo ripete uno schema fisso: animando, quindi ritenuto fino allo scoppio in fortissimo e in tempo che enuncia il tema trionfale. Ad ogni ripetizione le agogiche diventano sempre più estreme, in una esasperazione sempre più forte del sentimento, che tanto più è trattenuto e tanto più intensamente esplode. Non si fa in tempo a cullarsi nelle due battute di placidi violini che parrebbero aver raggiunto la quiete dei sensi che si intromette ancora il richiamo fatale del primo movimento. Violentissima questa interruzione nell’interpretazione di Pletnev, che può poi riprendere il filo del motivo dell’Andante piegandolo ad una lamentosa preghiera, sempre più flebile, esaurita in una consolante ma inconclusa ascesa del clarinetto in ppp<pp>ppp. Precisa ma non memorabile la Valse del terzo movimento, con tutta la tensione che corre direttamente al grande Finale. Ritornano qui immediatamente le atmosfere del primo movimento, col fraseggio solenne, il suono denso e il colore scuro. Tutti fattori che leniscono l’aspetto quasi naif di questa fanfara, che mal cela l’ottimismo del suo mi maggiore sotto la coltre di registri gravi con cui Tchaikovsky la ammanta. Con l’imponenza degli accordi perfetti (do maggiore – sol minore, quindi in area di mi minore) che seguono, tutta l’introduzione rende l’impressione di un richiamo che eccede la voce umana. L’umano arriverà infatti dopo, con la rapidissima esposizione del secondo gruppo di materiali tematici (si noti che sono le stesse scelte di contrasto fra tempi del primo movimento): in pieno sfoggio virtuosistico qui l’orchestra va da sola, a memoria, senza sbagliare una nota. La solennità tornerà alla fine, rinnovata in vitalità ma senza perciò dimenticare l’insidia sempre latente. È estrema l’ambiguità con cui Tchaikovsky presenta le ultime trionfali (?) enunciazioni del tema, segnando “marcato” sulla parte discendente e piazzando, proprio poco prima di risolvere per uno stabile e definitivo mi maggiore, il precipitare su un accordo estremamente dissonante. Da questo accordo-cluster, dal suo la# che segna la massima distanza e dissonanza (sei semitoni) dall’armonia di mi, si origina il seguente la inalterato, vertice della settima di dominante (si-re#-fa#-la) che permette infine di risolvere, oramai in maniera molto più mediata e sofferta, su mi maggiore. Questo momento è lo spartiacque di tutta la composizione, prima di allora il tempo deve dilatarsi, e dopo di esso si scatta invece via con un Presto che deve avere la rapidità dell’impazienza. Tutte caratteristiche ben modellate dalla direzione di Pletnev, che chiude convincendoci pienamente.

 Molti gli applausi (e i “bravi”) al termine, ricordando che l’Auditorium era totalmente esaurito in ogni ordine di posto. A tanto entusiasmo non potevano ora sottrarsi gli ospiti russi, con un (breve) e brillante bis dedicato ancora ad un classicissimo di Tchaikovsky, seppur con tutt’altro spirito: la Danza della Fata Confetto da Lo Schiaccianoci. Tempo clamorosamente rapido per esaltare le qualità degli esecutori, con tanto di boato finale del pubblico. Do svidanja!

Alberto Luchetti

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