Eiji Oue stravolge il Mahler de laVerdi

Posted on 2 marzo 2014 di

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Eiji Oue

G. Mahler: Sinfonia n.6 in la minore “Tragica”

Orchestra sinfonica di Milano Giuseppe Verdi
Direttore: Eiji Oue

 

L’atteso appuntamento di questa settimana con la stagione sinfonica de laVerdi è stato purtroppo segnato più dalle assenze che dalle presenze. Tutti aspettavano infatti Vladimir Jurowski, che sarebbe tornato dopo anni nella sala che lo ha rivelato al pubblico italiano come uno dei più promettenti direttori d’orchestra (oggi è stabilmente alla guida della London Philarmonic Orchestra, con parecchie registrazioni all’attivo). Anche la scelta del programma era degna dell’interprete, con la Sesta sinfonia di Mahler, di cui non è necessario ricordare la grandezza. Come avrete capito dai condizionali invece il direttore russo non si è fatto vedere, sostituito all’ultimo dal giapponese Eiji Oue, che tuttavia, pur con volontà, entusiasmo e tecnica, non è riuscito a compensare la delusione.

Da Jurowski tutti si aspettano oramai una lettura molto particolare e unica, e non ha voluto essere da meno Oue con una indipendenza dai tempi dello spartito come raramente se ne ascoltano. Mahler è certamente compositore che, essendo stato anche direttore d’orchestra, sa come dare soddisfazione a chi impugna la bacchetta: le sue partiture sono ricche di momenti in cui il podio è protagonista assoluto. D’altro canto egli era anche molto timoroso dell’eccesso di libertà che sapeva essere vizio dei suoi colleghi, e perciò infarcì quelle stesse partiture di indicazioni piuttosto particolareggiate e quanto più chiare possibili (nei limiti della traducibilità dell’intenzione musicale in parole) su come ogni passaggio dovesse essere eseguito. Eiji Oue non ci ha probabilmente badato troppo, ricercando continuamente l’effetto e perdendo, è inevitabile, il senso delle proporzioni dell’insieme. Anche perché la Sesta è, fra le sinfonie di Mahler, quella maggiormente ancorata agli equilibri della forma sinfonica classica (c’è perfino la ripetizione dell’esposizione daccapo, una eccezione assoluta nel Novecento), e ne ha un bisogno estremo, proprio perché è dall’interno di essi che sviluppa la sua forza necessitante, “tragica”, come appunto viene spesso etichettata.

Inizialmente abbiamo tentato di tenere fedelmente conto delle tante decisioni interpretative particolari con le quali il direttore Oue ha voluto imprimere il suo marchio sull’esecuzione. Col passare dei minuti tuttavia ci abbiamo rinunciato, perché una lettura univoca non era decisamente riconoscibile, e per lo più il discorso si infrangeva in una serie di gesti ostentati, con svariate disconnessioni brusche nelle scelte dei tempi (in particolare con singole frasi isolate dal contesto ed eseguite a metà della velocità, in maniera del tutto bizzarra) e con un certo gusto per l’eccesso in genere. Incluso il gran finale con qualche ruffianeria di troppo durante gli (abbondanti) applausi. 

Merito alla volontà di non fare una esecuzione banale dunque, ma ahinoi qui non basta l’intenzione. Innanzitutto perché essa stessa non sempre è buona, si vedano tempi mediamente troppo rapidi che hanno gettato alle ortiche tanto l’inquietante cadenzare del la minore iniziale quanto il fraseggio nostalgico dell’Andante moderato, oppure invece rallentamenti estremi quasi immancabilmente scattati nei momenti più sbagliati, come nel finale del primo movimento, che ha perso tutta la sua verve. Poi perché troppo spesso la cura dei dettagli è stata scarsa rispetto alle ambizioni. Eseguire una sinfonia di queste proporzioni volendo cambiare tempo ogni dieci battute, applicando ritardandi quasi parodistici nella loro lunghezza e correndo poi in altri passaggi altamente contrappuntati richiederebbe un numero di prove che, evidentemente, un’orchestra che suona tutte le settimane non può permettersi. Altrimenti il risultato è una generale mancanza di attenzione per l’equalizzazione dei volumi fra i vari reparti (ottoni sempre troppo soverchianti) e per la rifinitura dei diversi colori con cui dare alla sinfonia una tinta meno monotona (il che è qui specialmente rischioso, perché è tutto giocato su contrasti fra grigiori e parentesi di luce). In generale la sovrapposizione delle voci è sempre risultata piuttosto confusa e pesante, tendendo alla saturazione del suono proprio là dove invece Mahler ricerca, nell’accumulo, il suo pathos particolare, fatto di controcanti, di ondate di suono frastagliato, di grida di amore e dolore che devono sempre spiccare e mai immergersi in un generico ba-ta-clan orchestrale. Se pensiamo che l’ultimo ad aver diretto questa sinfonia a Milano era stato Claudio Abbado, maestro di trasparenze, la differenza è impietosa.  Anche la gestione dinamica infine ci è parsa un pochino rinunciataria, con una tendenza a non sfruttare mai i piani e i pianissimi, perdendo così la “rincorsa” per i lunghi crescendi che la partitura richiede, specialmente nel Finale, che è un tira e molla fra entusiasmi e frustrazioni della durata di oltre trenta minuti. Senza la modellazione delle dinamiche l’affastellamento di fortissimi uno dietro l’altro diventa insostenibile.

Per fortuna la tecnica non manca a questo direttore, che evidentemente ha ancora in testa qualcuno degli insegnamenti che il suo maestro Bernstein gli ha impartito decenni or sono. Con gesto abbastanza essenziale (seppur poi a tratti più suggestivo che utile) ha saputo tenere sempre abbastanza precisi gli attacchi e sulle spine l’orchestra, esaltando in particolare le percussioni (di svariati tipi: dal timpano alle campane alla frusta al martello). Tutti i reparti si sono comunque comportati bene, perdonando alcune sbavature nelle parti più esposte (gli ottoni hanno a tratti una scrittura folle). I colori che Oue non ha saputo tirare fuori dagli assiemi sono arrivati spesso dai solisti: dal violino di Luca Santaniello, dal primo corno, dall’oboe, ma anche dal basso tuba (nel corale conclusivo) tanto per citarne alcuni.

Il rimpianto per quello che avrebbe potuto fare Jurowski (magari anche con qualche prova in più, ma questo è un desiderio purtroppo impossibile) dunque rimane, ed è un peccato quando inconvenienti come questo tarpano le ali ad occasioni musicali che potevano davvero risultare in qualcosa di grande e bello. Anche perché resta inevitabile la sensazione di mancanza, di un tentativo nato con ambizioni diverse e che invece rimane come un figlio adottato da sostituti premurosi ma comunque inadeguati rispetto ai genitori naturali. Una Sesta di Mahler poi non si presta a mediazioni ed arrangiamenti, ed acuisce ulteriormente questa percezione di spreco.

Se dunque, con Jurowski, è venuto a mancare un ponte Italia-Russia, voltiamo pagina e guardiamo ai prossimi appuntamenti all’Auditorium che riprendono lo stesso asse: lunedì 3 febbraio con Pletnev alla guida della Russian National Orchestra ascolteremo la Quinta di Tchaikovsky e il Secondo concerto di Rachmaninov (Cominati al pianoforte), mentre in settimana la direttrice musicale Zhang Xian e laVerdi proporranno un programma tutto verdiano coinvolgendo il coro. Qui, con tutti i nomi al loro posto, il risultato sarà certamente appropriato.

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Posted in: Sinfonica