Chung monumento sinfonico alla Scala

Posted on 2 marzo 2014 di

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Myung-Whun Chung

 L. van Beethoven: Sinfonia n.6 in fa maggiore “Pastorale”
J. Brahms: Sinfonia n.4 in mi minore

Filarmonica della Scala
Direttore: Myung-Whun Chung

Era stato Myung-Whun Chung, poco più di due mesi fa, ad inaugurare la nuova stagione della Filarmonica della Scala. Allora doveva toccare al veterano Georges Prêtre, ma nessuno poté lamentare la sostituzione, che aveva dato vita ad un concerto notevolissimo. In quella data si era ulteriormente rafforzato il sodalizio fra il direttore coreano e l’orchestra milanese. Egli è infatti uno dei quattro soci onorari dell’istituzione (Chung appunto, Prêtre, Gergiev e Sawallisch), ma mancava dal teatro da quasi cinque anni. Il suo ritorno era tuttavia in origine concepito per la data odierna, con due significativi monumenti della storia del sinfonismo come la Sesta di Beethoven e la Quarta di Brahms. Sua doveva dunque essere la firma sull’appuntamento più imponente della stagione, suo il compito di confrontarsi con due pilastri della tradizione, reinterpretandoli per un pubblico che li ha sentiti centinaia di volte. Ed è indubbiamente l’uomo giusto: maturo a sufficienza da avere totale indipendenza e lucidità ma ancora nel pieno delle forze per poter dare una sferzata ad un’orchestra che necessita oggi più che mai della guida di grandi bacchette.

D’altronde proprio da una grande, grandissima bacchetta era nata l’idea di una orchestra filarmonica a Milano, sul modello viennese. Prima dell’inizio del concerto era allora inevitabile il minuto di silenzio per quell’uomo, Claudio Abbado. Un eco della suggestione del tardo pomeriggio, quando la Filarmonica guidata da Daniel Barenboim gli ha tributato l’omaggio per i direttori musicali del teatro: la Marcia Funebre della Terza di Beethoven. E sempre con questo autore, tanto amato da Abbado, riprende la vita del teatro, oramai segnata indelebilmente dal suo ricordo.

Il punto di partenza per affrontare la sinfonia Pastorale oggi è chiaramente una padronanza totale della partitura, da parte tanto del direttore quanto dell’orchestra. Condizione ovvia ma non scontata, date alcune recenti prove beethoveniane in questa sala. Il repertorio più spinoso per un’orchestra brillante nelle parti ma discontinua nell’insieme come la Filarmonica ci pare infatti proprio essere questo dei grandi classici, che richiedono una concentrazione e una duttilità totale per dar forma a strutture in cui l’equilibrio è tutto. Su questa base poi il direttore può lavorare per creare i piccoli sbilanciamenti che gli permettono una lettura personale e nuova. Oggi ci si è avvicinati a questa perfezione di intenti e di risultati. La cura del fraseggio di Myung-Whun Chung è assoluta fin dalla prima frase, che come una sorta di introduzione rimane lentissima e indugiante, come un timido assaggio che rimane sospeso per poi riprendere in un crescendo incoraggiato. Il suo gesto è una sorta di perpetuum mobile rotatorio che permette così la massima variabilità nel disegno dei tempi, battuta per battuta. Per assecondare questa complessità nella conduzione melodica egli privilegia un suono denso, che impasta le diverse voci in orchestra facendo delle (inevitabili e piccole) differenze di attacco un morbido cangiare dei colori. L’impressione è proprio quella di essere davanti ad un maestro della resa del suono in tutte le sue variabili. Si preclude in parte la possibilità dei pianissimi e delle trasparenze (che gli abbiamo sentito sfruttare in altre occasioni), ma ne guadagna in compattezza e densità, ideali per una sinfonia materica, elementale, naturale come la Sesta, che nel primo movimento si muove soprattutto per ondate di variazione dinamica. La fluidità del fraseggio conferisce in aggiunta il senso di naturalezza di uno sgorgare continuo di ogni frase dalla precedente. Non ci sono in effetti gesti bruschi almeno fino alla fine dello sviluppo, quando un netto ritardando cerca evidentemente l’effetto di opposizione netta rispetto alla ripresa del fluire del tema, decisamente accelerata. Il finale dell’Allegro torna poi a rallentare su un clima di sospensione e di magnificenza. Sempre nel controllo minuzioso del fraseggio ci pare di identificare l’interevento principale di Chung anche per il secondo movimento. Dei leggeri rubati accentuano l’emergere progressivo della voce dei violini dalla trama degli altri archi: dapprima, in fase di emersione, le frasi sono infatti maggiormente a strappi, mentre, una volta raggiunta la posizione di melodia principale, la voce si distende in un cantabile. Interessante notare come questo schema rimanga caratteristica della voce acuta, anche quando Beethoven passa la melodia al registro grave. Si delinea così un dialogo in cui l’equilibrio classico non viene davvero mai messo in discussione, rivelando contemporaneamente tutta la sua ricchezza di caratterizzazioni su tutti i fronti (intervalli melodici, armonie, colori, ritmi). Giustamente Chung non indulge in alcun tipo di vena drammatica, senza perciò sacrificare la drammaturgia interna dell’opera, che anzi è esaltata da una lettura compatta, panteistica, fatta di variazioni e modulazioni interne di un’unica e solidissima materia sonora. Anche il temporale del quarto movimento non è assolutamente drammatico e caricato di pathos, ma predilige piuttosto il gusto coloristico d’atmosfera all’impatto dei grandi gesti. Rimane così espressione necessaria dello sfogarsi di forze naturali che erano già state solleticate nel precedente movimento, che per analoghe ragioni ha rifuggito ogni intenzione ironica o parodistica. Si arriva in questo modo con estrema disinvoltura e naturalezza al Finale, che si presenta con la sua virata al fa maggiore come un semplice cambio di colori, verso quella bella e calda luce rifratta dai residui acquei della tempesta appena placata. Beethoven usa qui una strana melodia che parte da ampi intervalli che simmetricamente si stringono sempre più verso la nota centrale. Nella resa di Chung, attraverso un doppio crescendo, l’impressione diventa quella dello sbocciare delicato di un fiore. Anche qui senza gesti bruschi, senza strappi. Per tutto il movimento egli tira fuor il meglio dagli archi della Filarmonica, che se spesso hanno faticato a trovare un loro colore caratteristico qui possono sfoggiare la loro brillantezza in un caleidoscopio di colori sempre cangianti. Con l’immagine del fiore o dell’arcobaleno ci pare di poter suggerire anche ciò che avviene nelle ultime cinque battute, che Beethoven arricchisce genialmente con un estatico saliscendi in sedicesimi dei violini prima, delle viole poi e dei violoncelli infine.

Gli applausi per questa ottima Sesta sinfonia sono stati da Chung dedicati soprattutto ai legni, che hanno in questa partitura le parti più articolate e probanti. Abbiamo anche già detto dell’ottima prova degli archi. Non abbiamo finora citato invece il terzo reparto principale, quello degli ottoni, che purtroppo è stato ancora una volta uno dei punti deboli della Filarmonica. Anche perché in arrivo c’è la Quarta di Brahms, che non è clemente nei loro confronti. In effetti potremmo quasi affermare che tutto il secondo tempo del concerto è stato un contrasto fra l’ottima prova di direttore, archi e legni contro un continuo appesantimento e calo di stile e tensione da parte degli ottoni.

Ci dedicheremo in ogni caso soprattutto alle cose più belle ascoltate in questa Quarta. Iniziamo dunque parlando di quel tema incredibile costruito solo sull’alternarsi di coppie di terze, che nella visione di Chung si impone subito come un raggio di luce che rimbalza continuamente fra legni e violini prima di infrangersi in precipitati sempre più incombenti e invasi dai registri gravi in ascesa. Segue una ripetizione variata che Chung rende molto più ansiosa della maggior parte delle esecuzioni di tradizione. Soprattutto non c’è più gerarchia fra le voci, tutto sembra in lotta continua per prendere il sopravvento. Il contrappunto brahmsiano ne sarebbe esaltato, non fosse per qualche farraginosità che inevitabilmente emerge (spesso proprio a causa dei succitati ottoni). L’impulso drammatico è comunque tutto, e spinge continuamente avanti il movimento fino a calmarsi, ma solo per diventare ancor più solenne e doloroso, nella coda. È stata una gioia vedere Chung, di solito così pacato, tirare fuori una grinta e decisione impressionanti, che ha fatto di quella cadenza plagale un gesto turbolento e violentissimo (cioè esattamente ciò che dovrebbe essere). Anche il secondo movimento purtroppo è stato da subito inficiato da corni molto vociferanti e molto poco suggestivi, niente a che vedere con l’intimismo primigenio (per via degli ammiccamenti modali) della medesima frase cantata subito dopo dai clarinetti sul pizzicato dei violini. Ci è piaciuto soprattutto l’ampio respiro che Chung ha saputo dare al fraseggio di questo movimento, che ha qualcosa di estremamente solenne nell’andamento, mostrandone il carattere sempre serioso ma anche profondamente empatico. Interessante il suo gesto, che in un passaggio estremamente dilatato diventa una sorta di pendolo del braccio destro con perno sul gomito. L’interruzione degli ottoni (qui almeno giustificatamente molesti) cambia totalmente atmosfera e riconduce a reminiscenze delle ansie del primo movimento, schema che si ripete nel finale, quando un quasi assolo di clarinetto viene sospeso dal ritorno del tema principale ai corni, oramai totalmente minaccioso. Il terzo movimento può così riprendere i ritmi spediti del primo, con una notevolissima alternanza fra la tendenza al legato tipica di Chung e la secchezza di gesti che questo passaggio, ricco di grandi accordi di rottura, richiede. Proprio questi accordi vengono quasi traslati l’uno nell’altro in un effetto decisamente nuovo. Ottima nel complesso anche l’esecuzione di questo Allegro giocoso (che di giocoso ha molto poco), mentre si poteva forse tirare fuori qualcosa di più dal Finale. O meglio anche qui sono convissute due anime: la deliziosa duttilità di archi e legni che hanno ripreso le variazioni della passacaglia in decine di versioni diversissime per colori, fraseggio e intenzioni, e la già citata rozzezza degli ottoni, intonati ma decisamente troppo pesanti, soverchianti e monotoni nell’emissione sempre e rigorosamente in un forte reso ovattato dalla scarsa sincronia degli interpreti. Chung inoltre non fa sconti e procede col suo tempo rapido, causando a tratti scompensi fra reparti. Per quanto riguarda la gestione del fraseggio anche qui si affida all’enfasi su piccoli dettagli più che sulle grandi gestualità, agendo specialmente nelle fasi di passaggio da una variazione all’altra. Il ritorno del tema nella sua forma iniziale per lo sviluppo (si noti in questo movimento come Brahms integri magistralmente la forma sonata e quella a variazioni) lascia i tempi frenetici dell’inizio per una enunciazione più marcata e con risposte più plastiche e drammatiche degli archi. La terza e ultima ripetizione del passaggio iniziale acuisce ulteriormente questo momento con il primo, unico (e perciò estremamente significativo) grande gesto ostentato da Chung: un ritenuto monumentale prima dell’attacco della ripresa. La chiusa è solenne, con un tempo maestoso che non viene tuttavia percepito come lento o pesante grazie all’estrema propulsione dell’armonia di Brahms, che qui tenta in tutti i modi di risolvere una dissonanza che si porta dietro dall’incipit finendo poi per razionalizzarla soltanto in nuovo ordine armonico capace di accettarla.

La definizione più corretta per questo passaggio conclusivo è quella sfuggita ad uno spettatore proprio al termine del mi minore finale: “Grande!”. Certo grande è Brahms e la sua Quarta sinfonia, ma grande è stato senza dubbio anche Myung-Whun Chung nel dare questo respiro e questa intensità a partiture che non di rado vengono eseguite senza la dovuta “grandezza”. Significativo che a quell’invocazione egli abbia risposto quasi automaticamente annuendo, prima di ritirarsi rapidamente in proscenio per decomprimere la tensione accumulata in quegli ultimi accordi. Al ritorno consueta scenetta di Chung che si siede in tutte le posizioni pur di unirsi all’applauso del pubblico nei confronti dell’orchestra. A nostro parere il miracolo invece oggi lo ha fatto soprattutto lui, e ci pare che anche l’applausometro in definitiva si sia concentrato su di lui. Per chi volesse sentire ancora questo concerto segnaliamo che sarà replicato in tournée a Brescia il 2 febbraio. Alla Scala invece, per rivedere Chung dovrà passare ancora almeno un anno, e speriamo non altri cinque!

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Posted in: Sinfonica