Chailly alla Scala… coi Wiener e Kavakos

Posted on 22 gennaio 2014 di

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Chailly e Kavakos sullo sfondo dei Wiener Philarmoniker

J. Sibelius: Finlandia op.26
J. Sibelius: Concerto per violino e orchestra in re minore op.47
A. Bruckner: Sinfonia n.6 in la maggiore

 Wiener Philarmoniker
Direttore: Riccardo Chailly
Violino: Leonidas Kavakos

Ogni anno la stagione della Filarmonica della Scala si impreziosisce di un concerto straordinario con una grande orchestra ospite. Quest’anno è toccato forse alla regina di tutte le orchestre, i Wiener Philarmoniker, e simbolicamente a guidarla è Riccardo Chailly, che sale sul podio della Scala per la prima volta da quando è stato annunciato come prossimo direttore musicale del teatro. Non fosse sufficiente, c’è anche un gradito ospite ricorrente come Leonidas Kavakos, fra i violinisti più quotati oggi e con ragione. Il programma porta a Milano brani di pieno repertorio ma di autori che pure non si sentono così spesso in Italia: primo tempo dedicato a Jan/Jean Sibelius, con Finlandia e il Concerto per violino, due delle opere più note, e secondo tempo per un austriaco doc come Anton Bruckner, con invece una delle sue sinfonie meno eseguite, la Sesta. Il motivo per cui da noi musiche come queste sono insolite è purtroppo impietoso: difficilissimo è infatti trovare violinisti capaci di affrontare il Concerto di Sibelius senza sfigurare, per non parlare delle esigenze che Bruckner impone (anche al pubblico). Purtroppo in occasioni come queste la percezione della distanza che separa il nostro grado di cultura sinfonica da quella austriaca (e tedesca) è acuta. La Filarmonica della Scala da decenni sta cercando di colmare questo vuoto, ma quasi due secoli di ritardo sono un handicap ancora troppo grande. La reazione al termine della sinfonia di Bruckner ha chiaramente distinto l’entusiasmo di un piccolo gruppo di appassionati (venuti probabilmente apposta da fuori) e l’attonito applauso di circostanza degli abbonati.

Cominciando con ordine la serata si è aperta con Finlandia, poema sinfonico della durata di una manciata di minuti (faceva infatti parte di una raccolta di sette brani) che ha se non altro il merito di essere animato da un desiderio forte: quello di affermare l’indipendenza della propria nazione in anni (siamo nel 1899-1900) di invadenze russe. Non altrettanto intensa ci è parsa la direzione di Riccardo Chailly, che si compiace molto della bellezza dei suoni prodotti dall’orchestra e per lo più lascia che siano essi a compiere la magia, limitandosi a poche necessarie indicazioni, specialmente di tipo dinamico, e affidandosi molto ad un legato avvolgente. Si vede che dirigere i Wiener è un piacere e non perde l’occasione di goderselo, pregustando il suono con quel battere in anticipo che è solo dei binomi fra grandi direttori e grandi orchestre. Dei reparti dell’orchestra non sapremmo a chi dare la palma: da una parte ci sono degli archi impressionanti per sfumatura di colori e di armonici, precisione organica nei passaggi stretti e vastità dell’escursione dinamica, dall’altra dei legni di una delicatezza e morbidezza d’emissione incantevole, infine ancora degli ottoni dal suono corposo e sempre intonato, intensi ma senza mai invadere il campo degli altri strumenti, anzi sostenendoli in rotondità. Se dovessimo proprio decidere opteremmo probabilmente per questi ultimi, non fosse che perché sono in genere ciò che maggiormente manca alle orchestre italiane. Un repertorio come quello di Bruckner ad esempio pone problemi proprio in questo reparto. La chiusa di Finlandia dimostra peraltro molto bene cosa significhi essere una grande orchestra: in un crescendo che, da partitura, si muove fra il f e il fff per chiudere su un ffz (fortissimo forzato), è impressionante sentire come il suono non arrivi mai a saturarsi in un mélange incondizionato ed indiscriminato ma riesca anzi ad arricchirsi di armonici e di distinzione fra i registri tanto più quanto più aumenta di intensità. Solo una compagine in cui tutti suonino con cognizione di causa (cioè potendosi permettere il controllo sul suono che hanno in genere solo i solisti) può raggiungere questi livelli.

Passando al Concerto per violino l’orchestra inevitabilmente cede la ribalta al violinista, per il quale Sibelius ha scritto ogni genere di acrobazia e ammiccamento. Rispetto ad altre esecuzioni abbiamo invece trovato in Leonidas Kavakos (che è l’unico al mondo ad averne inciso la versione originale) un interprete molto poco gigione, esuberante o estroverso (come sa esserlo Repin, ad esempio), tanto che ci ha fatto scoprire che questo concerto può anche avere un anima timida e riservata. La chiave sta innanzitutto nella dinamica, che inizierebbe in mezzoforte del violino su pianissimo degli altri violini e che invece è parsa nettamente un piano del solista su un estremo pianissimo dell’orchestra. La difficoltà tecnica di mantenere un suono pulito e intonato su queste dinamiche è chiaramente ancora maggiore, ma Kavakos dimostra di avere un controllo totale, producendo vere e proprie lamine sottilissime ma precisissime di tono. Non ha problemi né per i tanti salti da una parte all’altra del pentagramma né per le frequenti doppie e a volte triple corde, né per i passaggi d’agilità (a dir la verità perfino troppo rapidi, col rischio di sfuggir via all’ascoltatore). Non si lascia mai andare alle cavate ad arco pieno con cui tanti hanno conquistato le platee, sdilinquendosi in note estreme prese con il tipico atteggiamento da violinista sfrenato che oscilla fra il muscolare e il lacerante. Il suo è un lamento miniaturizzato, interiorizzato, scavato nei dettagli di piccoli portamenti e oscillazioni sui semitoni, trilli vibranti e doppie corde che scuriscono il suono senza sfibrarlo. Le parti più suggestive, proprio per queste caratteristiche, sono state sia la doppia cadenza del primo movimento, tutta eseguita su un filo di voce, che il movimento lento centrale, dove Kavakos ha aggiunto un vibrato intenso che ben si fondeva con le luci soffuse (tipicamente nordiche!) dell’orchestra (fagotti su tutti), chiudendo con un morendo strepitoso. Incredibile il tempismo di un sciura in platea, capace di far cadere la borsa proprio sullo spegnersi di questa ultima nota. Chissà se per questo episodio, per il cellulare che ha accennato a squillare poco prima o per un semplice check up, direttore e solista si sono fermati in un breve ma fitto colloquio prima di attaccare il terzo movimento. Probabilmente, dato il livello di impegno richiesto al solista da questo folle Allegro, Chailly ha voluto premurarsi che Kavakos si sentisse pronto. Tutta la direzione di questo concerto è stata d’altronde al servizio del solista, aspettandolo e supportandolo con un ottimo sostegno ritmico. La scrittura di Sibelius, che d’altra parte fa entrare poco in dialogo le parti e per lo più preferisce l’unisono al contrappunto, aiuta a tenere una compattezza assoluta. Tanto era stato efficace comunque l’approccio di Kavakos nei primi movimenti quanto ci è parso insipido in quest’ultimo, dove le peripezie del solista giungono presto a noia e l’attenzione cade quasi più su qualche finezza dell’orchestra (i colori degli archi e degli ottoni gravi ad esempio). Successo comunque garantito ma senza l’esplosione immediata che si sarebbe potuta immaginare e che in ogni caso meritava l’esecuzione. Certo è che la scelta del brano, che non è né di cassetta né particolarmente raffinato, non ha convinto a pieno nessuna delle due componenti del pubblico (appassionati e abbonati). Molto più indiscutibile il bis, dove il miracoloso Stradivari di Kavakos ha intonato con testa e cuore l’Andante dalla Seconda sonata per violino solo di Bach. Qui l’uso della doppia corda non è più un virtuosismo ma è meravigliosa conduzione di una voce di basso che il greco riesce a tenere ritmicamente e armonicamente in evidenza senza perciò perdere il legato cantabile della voce superiore. Sono invece le doppie o addirittura quadruple corde (spesso con la nota prima a fare da appoggiatura) a segnare le cesure espressive su cui il canto si ferma doloroso, per poi riprendere. La ripetizione poi è ancor più moderata, riflessiva, ed il registro più acuto è contemporaneamente più afflitto e più lucido.

Riccardo Chailly e Leonidas Kavakos

Riccardo Chailly e Leonidas Kavakos

Se Sibelius aveva spiazzato, Bruckner era destinato a dare il colpo di grazia. Eppure chi meglio dei Wiener Philarmoniker può farsi ambasciatore di questo compositore nel mondo: furono loro infatti ad eseguire la prima completa di questa sinfonia, nel 1899, postuma, con sul podio niente meno che Gustav Mahler (altro grande ambasciatore di Bruckner). Impressiona da subito ancora un volta la capacità di questa orchestra (e del direttore certamente) di gestire le dinamiche in maniera progressiva, significativa e coerente. Arma fondamentale per affrontare un compositore che affida spesso alle differenze fra forti e fortissimi intere sezioni (quelle conclusive, e parliamo di centinaia di battute) dei suoi movimenti. Qui nella Sesta poi la dinamica è rilevante da subito, dato che il primo tema (o primo motivo, dato che egli si serve di più motivi per dar vita ad un gruppo tematico) viene proprio esposto prima dagli archi gravi in piano e poi, dopo un crescendo di una ventina di battute e quattro invece di improvviso pianissimo, da tutta l’orchestra in fortissimo. Ottima la scelta di Chailly di applicare un leggero rubato sulla prima di queste due esposizioni del tema (che è un classico ritmo bruckneriano con terzina) e non sulla seconda, in modo da enfatizzare ancora di più la differenza di carattere fra premonizione e compimento. Altra arma in più dei Wiener per eseguire Bruckner è la ricchezza di colori che non si perde ma anzi si esalta nei grandi pezzi d’assieme, rispondendo all’esigenza del compositore di trattare i reparti più o meno come si trattano i registri di un organo. Molti dei rapporti fra temi avvengono infatti proprio per sovrapposizione e per variazione timbrica e ritmica. Non è facile seguire nel corso del primo movimento tutta l’evoluzione del materiale, estremamente ambiguo tonalmente e commisto in una scrittura a dir poco contrappuntistica. Originalissima in questo senso tutta la parte legata al secondo gruppo tematico, che pure con la sua sospensione del procedere drammatico fu quella che fece lamentare tanti critici per la sua inconcludenza. Un senso di incompiutezza è in realtà ricercato da Bruckner, che dopo la consueta ripresa del primo tema attende ancora qualche battuta prima di raggiungere realmente il la maggiore d’impianto, peraltro ancora e sempre messo in discussione fino alla chiusa del movimento con una molto ritenuta cadenza plagale (analoga a quella della Quarta di Brahms) che saltando la dominante non soddisfa pienamente l’orecchio abituato ad una più netta affermazione di tonalità. Chailly non si è fatto sfuggire questo aspetto, enfatizzando l’incompletezza degli accordi finali che arrivano proprio all’apice del climax lasciandolo poi sospeso. Il successivo Adagio, come è stato percepito da molti in sala, sembra scritto proprio appositamente per gli archi dei Wiener Philarmoniker. Le linee opposte, speculari, di violini e viole contro violoncelli e contrabbassi intessono da subito un accorato afflato a cui risponde l’oboe (eccellente l’interprete) singhiozzante. Le stesse figure si dilatano e arricchiscono del sostegno degli ottoni (che qui sono chiamati ad estrema delicatezza) elaborando quella forma di Adagio interminabile che, partendo da Beethoven e sfruttando le invenzioni armoniche di Wagner, arriverà fino a Mahler. Particolare in questo caso è tuttavia la scelta della forma sonata anche per il movimento lento, generalmente invece in forma ternaria. Il secondo tema è un meraviglioso canto d’amore ascendente, mentre il terzo (il triplice tema è un’altra peculiarità bruckneriana) è addirittura una marcia funebre in do minore. Il tutto (almeno nell’esposizione, cambia nello sviluppo) sempre agli archi, a cui è richiesta una varietà di colori e accenti impressionante, e che oggi con questa orchestra ci è data occasione di godere. Bravo Chailly a tenere inizialmente le dinamiche al massimo sul mezzoforte, in modo da poter poi sfruttare le escursioni al forte e fortissimo per gli squarci lirici dello sviluppo e della ripresa. Meno interessanti le scelte un po’ scontate sul fraseggio. Ben riuscita è stata poi indubbiamente la coda, uno straordinario ossimoro fra quiete contemplativa e pathos estremo: tutto si rarefa, il tempo si dilata e il suono si spegne sempre più nel ppp che, miracolo viennese, non perde tuttavia di intensità e nitore. Dovremmo aver esaurito tutti i complimenti per questa orchestra, che nello Scherzo successivo dà ancora prova di precisione in un movimento dove il ritmo è tutto e Chailly non intende rinunciare ad andare spedito (peraltro seguendo le indicazioni di partitura, come è spesso suo trademark). A voler essere di una pignoleria estrema qualche minima sbavatura negli ottoni, che nel Trio sono molto esposti in una sorta di fanfara, ci sarebbe, ma è quasi consolante vedere un po’ di umanità! Peraltro, se passiamo al quarto movimento, essi si riscattano abbondantemente in tutti i loro interventi, che hanno il compito strutturale di intralciare continuamente il tema tonalmente più ambiguo per affermare con decisione il la maggiore. In realtà tutto il movimento dovrà ancora peregrinare parecchio fra una tonalità e l’altra prima di arrivare alla classica chiusa enfatica prolungata con cui Bruckner, spesso in maniera imprevedibile rispetto agli sviluppi precedenti, fa culminare le sue sinfonie in maggiore. Notevole il colpo di genio che fa tornare nella coda l’inversione del primo tema del primo movimento col suo caratteristico ritmo a terzine bruckneriano. In questi tripudi conclusivi qualsiasi orchestra italiana sarebbe incappata in sguaiataggini e pasticci, mentre, pur nell’enfasi un po’ ingenua e goffa del ripetersi ottimisticamente la stessa formula con sempre crescente convinzione, i Wiener Philarmoniker riescono a restituirci un vero senso esplosivo di gioia e bellezza. Eppure queste sue cadenze ancora in corso di crescendo non scatenano una equivalente esplosione di entusiasmo nel pubblico, che con incertezza inizia ad applaudire solo dopo che una voce sparuta ha rotto il ghiaccio gridando “bravo” al maestro. Gli applausi crescono poi con Chailly che fa alzare le sue prime parti (innanzitutto, e ci pare significativo, il primo corno), ma l’impressione è sempre quella di un plauso di stima doverosa più che una sincera commozione.

Nessun bis purtroppo o per fortuna, perché sarebbe stato difficile dopo cotanta sinfonia. Il bilancio evidentemente non può che essere positivo per la grandezza dell’evento musicale. Peccato una evidente fatica nella ricettività di un pubblico forse attratto più dal nome dell’orchestra che da una effettiva voglia di sentire ciò che essa suonava (che peraltro non era certo musica indigeribile). Peccato perché in queste occasioni si evidenza una certa provincialità (e senilità) dell’elite milanese che, alla vigilia dell’Expo 2015 (per la quale Chailly avrà un ruolo determinante con una Turandot italo-cinese), non è un buon segnale. 

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