Axelrod vuol far l’eroe con laVerdi

Posted on 21 gennaio 2014 di

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John Axelrod

 R. Strauss: Ein Heldenleben op.40
L. van Beethoven: Sinfonia n.3 in mib maggiore op.55 “Eroica”

Orchestra sinfonica di Milano Giuseppe Verdi
Direttore: John Axelrod

 

Dopo la scorpacciata (a tratti indigesta, con più quantità che qualità) del bicentenario verdiano e wagneriano, potrebbe passare un pochino in sordina un altro anniversario non irrilevante: il centocinquantenario della nascita di Richard Strauss. Mentre a Monaco, Dresda, Stoccarda e a Salisburgo (Festival di Pasqua) si festeggia con intere stagioni quasi dedicate al compositore monacense, da noi gli omaggi sono sparuti. Qualche Elektra, un curioso Feuersnot a Palermo, un ciclo di concerti alla Scala e poco più. Anche laVerdi ha voluto dare il suo contributo con una prova di enorme impegno, uno degli ultimi poemi sinfonici straussiani ed uno dei più complessi: Ein Heldenleben, Una vita da eroe. Orchestra sterminata con passaggi virtuosistici per quasi tutti gli strumenti e per la concertazione: questo l’ostacolo più grosso di questa partitura straordinaria. Doveroso l’accostamento inoltre con la Terza sinfonia di Beethoven, che tutti conosciamo come l’Eroica appunto, e che era per Strauss stesso una delle fonti d’ispirazione. Forse anche con una vena polemica, dato che egli confessò ad un amico di aver deciso di scrivere una sua “Eroica” proprio perché i direttori dell’epoca eseguivano troppo poco quella beethoveniana! Sotto l’ironia di Strauss si cela comunque una presa di posizione importante: dimostrare che l’eroe, tanto nella Terza quando in Heldenleben, è l’artista stesso messo di fronte alla prosaicità dell’esistenza. Così egli immaginava di omaggiare la composizione di Beethoven restituendola alla sensibilità dei contemporanei, che non potevano più immedesimarsi nell’idea dell’eroe ottocentesco, a metà strada fra Napoleone e Prometeo. D’altronde lo stesso Beethoven aveva dato un segnale in questo senso eliminando come è noto la dedica al grand’uomo.

Per questo impegno notevole laVerdi ha richiamato sul suo podio uno dei maestri che meglio la ha saputa dirigere: il texano John Axelrod. Abbiamo sempre elogiato questo direttore per la sua capacità di dare tonicità, intensità e colori all’orchestra, specialmente in Brahms dove ha raggiunto davvero risultati eccellenti (incidendo anche), con un approccio molto personale e d’effetto. Nel suo ultimo concerto all’Auditorium avevamo cominciato a vacillare sentendogli invece dirigere Mahler (Blumine) e soprattutto Wagner (Idillio di Siegfriedo) in maniera precisa ma non altrettanto originale e convinta. Arrivando a Strauss avremmo dunque potuto e forse dovuto mantenere qualche riserva: avremmo così lenito una discreta delusione. È evidente da subito che Axelrod non ha possesso della composizione come in altri casi. Munito di occhiali (che per Brahms e Beethoven non porta mai), è infatti costretto a stare troppo spesso con la testa abbassata a seguire le pagine della ponderosa partitura per evitare guai peggiori. La tecnica è sempre salda, ma per opere del genere questo non basta. Anche perché l’orchestra, ricca di aggiunti e forse non preparata a dovere nelle prove, non è omogenea nella lettura dei suoi segnali. Le prime battute sono sporcate da un sensibile ritardo ed eccesso di volume di quasi tutti i reparti dei fiati (a loro volta non sincroni al loro interno) rispetto al resto dell’orchestra: una cosa veramente rara per laVerdi, in genere estremamente compatta e specialmente con questo direttore. Ne viene fuori un tema dell’eroe, in apertura, che è quasi parodia. Strauss era una natura estremamente ironica, è vero, ma non certo qui, dove la parodia quando c’è è quella riprovevole che i “critici” nel secondo movimento fanno di quello stesso tema (al corno inglese). Anche perché, come contraltare dissacrante, Strauss aveva pensato di abbinare a Ein Heldenleben l’altro poema sinfonico coetaneo: Don Quixote. Una versione sguaiata, incespicante e confusionaria come quella sentita stasera è insomma difficilmente interpretabile come una scelta voluta e pare a tutti gli effetti una perdita di controllo dell’insieme (che è peraltro monumentale, come abbiamo detto, e pone di questi problemi). Le cose migliorano un po’ col passare delle battute, dimostrando che poi la professionalità e la qualità dell’orchestra è la medesima di sempre. In generale sono stati molto buoni tutti gli archi, purtroppo troppo spesso sepolti da una valanga di suono disordinato alle loro spalle. Le parti più cameristiche, ad esempio nella seconda e terza parte, sono infatti risultate di ottima resa, ma il loro ruolo nella partitura è minore rispetto alle grandi parti d’assieme. Si è difeso anche il violino solista di Luca Santaniello, che ha peccato solamente di poca caratterizzazione del suo ruolo di immagine musicale dell’amata dell’eroe. Strauss costella questa parte di dettagli agogici, tradendo (volutamente, come sempre) un ritratto della terribile quanto amabile moglie Pauline. Ci vorrebbe dunque una padronanza suprema delle sfumature peculiari del suono per rendere tutti questi cambi di umore lunatico, dai capricci alle moine, dall’altezzosità alla scenata: una dolcissima despota insomma. Santaniello è preciso, agile quando serve e piuttosto intonato, ma non ci ha comunicato proprio questa idea di femminilità bizzosa. L’idillio amoroso che chiude la terza parte è stato comunque uno dei momenti migliori della prima parte del concerto, probabilmente perché finalmente qui sono gli archi ad avere predominio indiscusso. Dato l’inizio non incoraggiante ci saremmo aspettati i guai più seri nella successiva quarta parte, che rappresenta la battaglia. Axelrod ha invece preso in mano la situazione battendo il tempo in maniera chiarissima (ricordiamo che Harding, di scuola affine, qui fece una cosa simile) e tenendo così unito tutto l’assieme, con gli ottoni che possono anche finalmente sfogarsi senza rompere nessun equilibrio (siamo in guerra!). In un costante fortissimo si è tuttavia persa la possibilità di giocare sulle dinamiche per dare un po’ di direzionalità a questa sezione piuttosto pesante. Restano ottimi comunque i ritenuti, una specialità di Axelrod che si presta perfettamente alla tecnica compositiva di Strauss. L’esecuzione si è assestata alla fine su un discreto livello con un buon tessuto di colori e contrappunti nelle “opere di pace dell’eroe” (che sono poi citazioni da precedenti composizioni del nostro) e con la trasfigurazione finale dove si è finalmente sfruttata a pieno l’escursione dinamica per dare progressione e forma all’oceano di suoni che Strauss fa produrre all’orchestra. Un salvataggio in corner che ha portato gli applausi all’intervallo: rischio scampato, ma partitura nettamente sottovalutata e con conseguenze evidenti. Peccato, perché sarebbe un capolavoro resa in altra maniera. Settimana prossima, sempre con Axelrod, tocca alla Seconda sinfonia di Mahler: rischio forse ancora maggiore, ma se non altro laVerdi ha frequentato molto questo compositore negli ultimi anni e partirà dunque con maggior rodaggio.

Per queste stesse ragioni è andata molto meglio, fin dai primi accordi, la seconda parte con la Terza sinfonia di Beethoven. Qui siamo in pieno repertorio per direttore ed orchestra, nessuno deve tenere l’occhio fisso sul pentagramma e tutta la magia del dialogo fra artisti torna a realizzarsi. La sguaiata esplosione dell’inizio di Ein Heldenleben lascia il posto a due turgidi accordi prima del tema morbidissimo, sia agli archi prima che ai legni poi. Il gioco di contrasto fra questo velluto melodico e la ritmica serrata sottostante rende il tutto molto tonico e vibrante, realmente eroico, con lo sguardo proiettato in avanti. Nell’insieme la scelta di Axelrod cade dunque su un suono corposo, scurito e scavato da un gesto più legato che staccato che non lascia mai scappare un suono senza dargli uno spessore di sfumatura. Come detto il contraltare di questo approccio, altrimenti tendente al languido, è il tempo sempre sostenuto e un polso molto forte sulle scansioni ritmiche (si noti che il primo tempo è, piuttosto eccezionalmente, in 3/4). Il culmine di questa gestualità che dà rilievo al battere è nella serie di accordi in fortissimo con cui Beethoven spezza in due tutto il discorso dell’Allegro. Axelrod enfatizza qui il momento chiave, cioè l’accordo che precede la serie di settime diminuite, con un ritardo di una frazione di secondo che, in mezzo all’ossessiva e metronomica ripetizione degli altri accordi, è di enorme effetto. Essere in possesso della partitura significa potersi poi permettere queste scelte, che ci hanno fatto conoscere e apprezzare Axelrod e che ci sono mancate nella prima parte. Tutto lo sviluppo e specialmente la ripresa hanno poi visto molte di queste altre chicche interpretative, fatte soprattutto di piccoli interventi sul modo di fraseggiare, cioè accentare e cadenzare, il tema principale. Le due caratteristiche che abbiamo descritto poco sopra (suono corposo e ritmo scandito) sono state decisive anche nella resa del secondo movimento, la Marcia funebre. Axelrod infatti opta per non allargare eccessivamente il tempo, mantenendo la pulsazione intensa ed affidandosi al colore degli archi scuri e dell’ottimo oboe per dare profondità e solennità alla melodia. La volontà di dare questa caratterizzazione timbrica è risultata addirittura un poco monocorde quando si è estesa anche alla parte centrale del movimento, che ha perso così un po’ di vivacità di contrasto. Di grande impatto invece la ripresa della marcia in una versione più asciutta, sempre meno lamentosa e dunque sempre più capace di elaborare il lutto in forza d’azione. Il vero eroismo, che non è solo baldanza idiota. Abbiamo anche sentito finalmente degli ottimi ottoni, specialmente i corni, che salvo qualche eccesso nel trio del terzo movimento sono stati encomiabili. Lo scherzo ha in effetti entusiasmato meno del resto, risultando opaco e poco definito. Non è mancata però la firma di Axelrod, che ha variato l’ultima ripetizione del gesto di cesura trillato con un incisivo ritardando simile a quello utilizzato per la serie di accordi ossessivi nel primo movimento. Si arriva così al quarto ed ultimo movimento preso con uno slancio che mette alla prova l’agilità e sincronia degli archi nella cascata di semicrome discendenti. Meraviglioso è stato poi il successivo ingresso dei legni, che in generale sono stati i migliori in tutta la sinfonia per colore e senso estatico nel fraseggio. In tutta la corsa del finale abbiamo ritrovato l’Axelrod e laVerdi che abbiamo conosciuto con Brahms: energia, precisione, sfumature espressive, scelte sorprendenti, bellissimo suono. Immenso l’accumulo di tensione nella sezione conclusiva, con liberatorio sfogo che strappa l’applauso convinto dell’Auditorium.

Resta da sperare insomma che settimana ventura la Seconda di Mahler si avvicini per convinzione e controllo più a questo Beethoven che a questo Strauss. In ogni caso appuntamento da non perdere con una delle sinfonie più imponenti del repertorio e con tanto di solisti (soprano e mezzosoprano) e coro. E poi, lo ricordiamo, c’è la Sesta sempre di Mahler diretta da Jurowski la settimana successiva. Insomma ci aspettano altri eroi, eroi che risorgono ed eroi che cadono, come tronchi abbattuti da impietosi colpi di scure.

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Posted in: Sinfonica