Vecchi e nuovi mondi con laVerdi

Posted on 19 gennaio 2014 di

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Zhang Xian

W. Lutoslawski: Ouverture per archi
B. Bartók: Dance suite
R. Martinsson: A. S. in Memoriam
A. Dvořák: Sinfonia n.9 in mi minore op.95 “Dal Nuovo Mondo”

 Orchestra sinfonica di Milano Giuseppe Verdi
Direttore: Zhang Xian

Sfogliando la stagione dell’Orchestra Verdi di Milano, il concerto di questa settimana era senza dubbio uno di quelli che suscitava maggior curiosità. Non certo per il solito cavallo di battaglia messo a fine programma, come è purtroppo d’uso e necessità per non far scappare il pubblico, quanto per una prima metà decisamente inusuale. Accanto alla trascinante Sinfonia “Dal Nuovo Mondo” di Dvořák troviamo infatti la Dance suite di Bartók, opera ancora discretamente di repertorio, ma soprattutto un pezzo raro come l’Ouverture per archi di Lutoslawski o addirittura una prima esecuzione per l’Italia come A.S. in Memoriam del contemporaneo (e presente in sala) Martinsson. La scelta di questo mix particolarissimo va sicuramente a Zhang Xian, che oltre che essere direttrice musicale dell’istituzione si è anche riservata il podio per questo specifico appuntamento.

La serata si è aperta con la riposizione (dopo il concerto per violoncello dell’aprile scorso) di un pezzo di Witold Lutoslawski, compositore polacco di grande rigore formale ed equivalente asprezza. In questo caso, con L’Ouverture per archi, la componente timbrica è ulteriormente prosciugata, mentre anche la melodia viene disintegrata in centinaia (per la precisione 132, ci informa il programma di sala) di ripetizioni ed elaborazioni della medesima serie di quattro note (si, la#, sol#, la). Lo sviluppo del brano, peraltro brevissimo (5 minuti), risulta così tutto puramente formale, spaziale, con aumenti e riduzioni dell’intensità e densità di un medesimo tratto dissonante, che riesce così a diventare anche piuttosto evocativo, come se nell’astrazione esso prendesse ogni volta una caratteristica che lo avvicina ad una forma (melodica, ritmica, armonica, dinamica) della tradizione. Il ritmo è sempre serrato, specialmente se è nelle mani di Zhang Xian, che cerca sempre di alzare l’asticella del virtuosismo della sua orchestra. Qui ne ha grande possibilità, perché la quantità di sfumature tecniche è impressionante: repentini i cambi di tempo, complesse le parti divise e frequentissime le variazioni dinamiche.

Se la scelta del primo brano si giustifica anche come omaggio nel ventennale della scomparsa dell’autore, il secondo brano, la Dance Suite, vi si collega in quanto Lutoslawski dichiarò sempre di avere fra i propri modelli proprio Bela Bartók. Certo l’ungherese ha tutt’altra priorità ed è piuttosto chiara, come in quasi tutte le sue composizioni, la predominanza della ricerca melodica e coloristica. Resta in comune invece la grande varietà e incisività delle ritmiche, qui giustificate in quanto danze, lì come necessario principio ordinatore di un mondo musicale alienato e meccanizzato. Ancora una volta si è fatta apprezzare proprio la capacità di Zhang Xian di trasmettere con gesto brusco ma estremamente controllato e ragionato tutte le inflessioni che il battere del tempo deve prendere. Sempre pulsanti le percussioni, che non hanno perso un colpo. Su questo fronte (dell’importanza cioè del ritmo) un paragone doveroso è da fare col Sacre du Printemps, con cui queste danze condividono anche l’uso esotico di scale particolari e di strumenti fuori dal loro registro usuale (specialmente i legni). Come nel Sacre infatti non si ricerca una singola tradizione (come faceva Bartók inizialmente), ma si presentano svariati approcci in un caleidoscopio di richiami. In certi passaggi, forse più su suggestione della presenza sul podio che su reali basi musicali, ci è parso quasi che il pezzo avesse un carattere spiccatamente cinese, almeno nella forma manierata ed europeizzata che hanno le chinoiseries. I sei pezzi sono stati eseguiti con una sola pausa effettiva, dando così risalto al ruolo delle stasi (il passaggio Tranquillo della seconda danza e il Molto tranquillo della quarta) in cui l’arpa apre come dei sipari su scorci di sospensione in mezzo alla corsa sfrenata delle danze. L’idea della suite di tradizione barocca d’altro canto struttura tutta la composizione in forme a ritornello e strofa che permettono di muoversi con ordine ed equilibrio nell’eterogeneità del materiale, che viene peraltro riesposto quasi interamente sotto forma di citazione nel Finale. Nel complesso risulta un pezzo affascinante e trascinante, che ancora una volta è occasione di sfoggio di virtuosismo per tanti membri dell’orchestra (in particolare i fiati, anche quelli meno alla ribalta come controfagotto e clarinetto basso) e per l’assieme. Forse qualche prova in più avrebbe reso più morbida la cantabilità di certi passaggi, resi invece un po’ spigolosi dall’attenzione pedissequa con cui gli orchestrali erano costretti a seguire il gesto del direttore.

Dopo un salto cronologico all’indietro ne facciamo uno doppio in avanti, arrivando fino al 1999, anno in cui lo svedese Rolf Martinsson decide di omaggiare Arnold Schönberg in occasione del centenario della sua Verklärte Nacht. Così nasce A.S. in memoriam, che in effetti è proprio un tentativo di riprendere il linguaggio di quell’opera ma con una sensibilità evidentemente mutata. Organico di soli archi dunque (creando un ponte anche con Lutoslawski) e stile carico di drammaticità e tensione armonica, senza mai sfociare nell’atonalità che caratterizzerà lo stesso Schönberg di lì a pochi anni. Rispetto al predecessore l’invenzione pare comunque meno brillante, i gesti si dilatano all’eccesso e tutta la scrittura rimane come soffocata dall’eccessivo distendersi di lunghi accordi complessi e in continua modulazione. Delle suggestioni simboliste di Verklärte Nacht non rimane quasi nulla, ma è apprezzabile l’atmosfera contemplativa che comunque si crea, partendo da un pianissimo con tremolo e arrivando ad un finale speculare in cui una forcella tocca il mezzoforte prima dell’estinzione. Difficile giudicare la prova dell’orchestra in una prima esecuzione (almeno per l’Italia), ma si può giudicare la reazione del pubblico: sempre molto concentrato e ci pare sinceramente plaudente al termine, con tanto di piccola ovazione per il compositore in carne ed ossa che sale sul palco.

L’antologia tutta novecentesca della prima parte del concerto lascia il posto ad una delle composizioni più pomposamente ottocentesche che abbiamo: la Sinfonia “Dal Nuovo Mondo” di Dvořák, che in questa posizione dialoga inevitabilmente con Bartók come suo prezioso antecedente nella ricerca etnomusicologica. È nota a tutti infatti l’attenzione che, forse per primo, il compositore boemo dedicò alle melodie popolari da usare come temi a tutti gli effetti per una composizione d’impianto classico come la sinfonia. In realtà questo procedimento non può mantenere la melodia così com’è nella tradizione folkloristica, proprio perché un tema sinfonico richiede una serie di caratteristiche di maneggevolezza e trasformabilità che spesso l’istintuale motivetto tradizionale non ha. La fortuna di Dvořák, e di questa sinfonia specialmente, sta proprio in questa capacità di adattare il fascino di melodie inusuali e quindi ricche di suggestioni ad una struttura solida in cui possono entrare in un discorso più articolato e complesso, e perciò anche più interessante. La letteratura sinfonica, giunta oramai a fine ottocento ad un grado di estrema saturazione per quanto riguarda ogni possibile elaborazione tematica (specialmente con Brahms, grande patrono di Dvořák), scopre così una nuova vena melodica da cui attingere per dare linfa al genere. Ancora oggi la freschezza e la potenza di una sinfonia come questa si comunicano immediatamente anche ad un pubblico di nuovi ascoltatori qual’era quello della recita a cui abbiamo assistito, gremita di studenti. Anche perché Dvořák non si fa mancare nessun elemento per colpire lo spettatore. L’introduzione, in adagio e pp, mette subito in un clima di fragilità e sospensione, che Zhang Xian accentua rendendo bruschissimi gli interventi in forte che prima zittiscono la voce dei violoncelli e poi interrompono anche il secondo tentativo dei legni acuti. La bacchetta si fa sentire anche nell’andamento singhiozzante che incrementa la tensione verso l’aspro risveglio. Tutta l’esecuzione si è caratterizzata per questa enfasi nelle rotture, negli strappi, particolarmente evidente nel corso della prima parte del primo movimento. Ne è rimasto travolto il lezioso temino idiomatico in sol minore introdotto dai flauti, che diventa ulteriore paglia per il fuoco della fucina Zhang Xian, cosicché la locomotiva si ferma solo giunta al vero secondo tema, sempre ai flauti ma in sol maggiore, in un clima finalmente di totale oasi sonora. Oasi che dura chiaramente poco, con la partitura che conferma qui l’idea direttoriale di non lasciare scampo ai momenti di tranquillità. In questo richiamo a dare sempre di più sono risultate veramente molto “americane” tanto la sinfonia quanto la lettura (la direttrice in effetti, pur di origine cinese, ha completato gli studi in America). Qualche nota meno positiva va registrata all’inizio del secondo movimento per qualche attacco non precisissimo, ma resta un’eccezione temporanea in avvio e dovuta probabilmente all’ambizione di una direzione mai banale, ricca di rubati e di risalto ai dettagli. È davvero notevole, dal punto di vista tecnico, il lavoro di polso di Zhang Xian per legare il suono e rifinirlo in sfumature. Alla fine di questo intenso movimento la soddisfazione sul podio è evidente, tanto che in un larghissimo sorriso sfugge anche un “bravissimi” sottovoce all’orchestra. Ringalluzzita da questo riconoscimento, tutta l’orchestra si è scatenata in uno scherzo precisissimo, saettante e vibrante, perdendo un po’ di verve solo dopo il trio e la ripresa (complice l’eccesso di articolazione interna in cui Dvořák ha spezzettato questo movimento). Energia subito recuperata da un finale roboante in cui hanno brillato gli ottoni, che più di tutti gli altri reparti hanno la responsabilità di far tuonare il celebre tema risolutivo. I tempi di Zhang Xian diventano a dir poco garibaldini, facendo risaltare la compattezza dell’assieme de laVerdi in una prova che conferma il livello elevato raggiunto da questa compagine, specialmente con questa direttrice. La chiusa, in una plateale forcella che lascia l’ultimo suono spegnersi lentamente, ha trascinato il pubblico entusiasta come poche volte.

Ennesimo successo dunque nel repertorio tardoromantico per Zhang Xian, che tornerà poi ad inizio febbraio per un’altra data programmatica dedicata a Verdi e Milano. Nel frattempo segnaliamo in stagione da non perdere tre concerti di grande sinfonismo con pezzi quali Ein Heldenleben di Strauss, l’Eroica di Beethoven e la Seconda e Sesta sinfonia di Mahler (quest’ultima diretta da Vladimir Jurowski). Arrivederci a queste date!

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Posted in: Sinfonica