Un 2014 di gioia con laVerdi

Posted on 11 gennaio 2014 di

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Buon 2014!

L. van Beethoven: Sinfonia n.9 in re minore op.125

Soprano: Maida Hundeling
Mezzosoprano: Deborah Nansteel
Tenore: Gregory Warren
Basso: Rudolf Rosen

Orchestra e coro sinfonici di Milano Giuseppe Verdi
Direttore: Zhang Xian
Maestro del coro: Erina Gambarini

Dopo i bagordi da ultimo dell’anno, il risveglio del primo giorno di gennaio non è sempre esente da traumi. Rimedio infallibile è la diretta (ammesso la Rai non abbia nulla in contrario, come di recente) del concerto di capodanno viennese, che rinnova la gioia togliendo ogni malinconia postuma. Finire e iniziare l’anno in musica risulta insomma qualcosa più che una tradizione ed è oramai l’espressione di una forte volontà, diffusa e in continua crescita. Non a caso in tutte le città si moltiplicano gli eventi musicali legati al capodanno. A Milano, constatato il silenzio della sua istituzione musicale più rilevante, la Scala, sono l’Orchestra e il coro Giuseppe Verdi, meglio noti come laVerdi, a festeggiare nel migliore dei modi proponendo tutti gli anni la Nona beethoveniana. Quale miglior modo d’altronde di comunicare la gioia per un nuovo inizio? Quest’anno inoltre la tradizionale proposta si è replicata per quattro appuntamenti (dal 29 dicembre al 1 gennaio), registrando comunque e sempre il tutto esaurito ed un enorme entusiasmo con tantissimi ingressi in piedi. L’orchestra al gran completo arricchisce l’effetto scenografico con il dettaglio di capodanno: le donne sono vestite di rosso, colore ripreso anche dai libretti dei coristi, in un bel bicromatismo (specialmente per chi ha un debole per il rossonero!) col colore degli usuali abiti da performance.

Sul podio è sempre un piacere trovare la direttrice stabile Zhang Xian, che dirigerà anche il concerto della prossima settimana, dedicato a nomi meno usuali quali Lutoslawski e Martinsson sotto l’egida dei più noti Bartók e Dvořàk. Con una carriera internazionale sempre più brillante, e quindi con un numero sempre crescente di richieste in giro per il mondo, sono sempre più brevi i periodi nei quali laVerdi può godersi la propria direttrice musicale. Ciononostante, Zhang Xian non può mancare nelle grandi occasioni come questa, ed è il quarto anno consecutivo che la Nona di fine ed inizio anno all’Auditorium è animata dalla sua bacchetta. La ritroviamo in ottima forma e con i consueti assi nella manica: energia, controllo, compattezza del suono, attenzione al dettaglio, originalità interpretativa. Insomma la sua Nona non è più una sorpresa, e molte delle intenzioni che avevamo scorto lo scorso anno si possono vedere chiaramente anche in questa esecuzione. Innanzitutto riconosciamo la medesima economia a lungo termine che vuole articolare il discorso musicale tanto all’interno di ogni movimento quanto successivamente nella cornice più ampia dell’intera sinfonia. Il primo movimento, nel quale è molto evidente la struttura di forma-sonata, diventa l’occasione per una progressiva presa di coscienza (e quindi di forza) che nasce dall’incertezza e si afferma solo dopo il lungo travaglio dello sviluppo con lo sfociare nella ripresa. I primi passaggi di quinta sono quindi timidissimi e morbidissimi, addirittura ulteriormente smorzati al loro ripetersi, e i momenti d’assieme hanno la pesantezza ovattata (rispondente all’indicazione un pocomaestoso della partitura) di un grande organismo che deve ancora del tutto scoprire se stesso. Ciononostante, l’estrema differenziazione dei colori in orchestra permette di leggere con precisione tutte le voci e il fraseggio anche nelle parti più contrappuntistiche. A fine movimento emerge tutta la tragicità del tema in re minore, ma la compattezza oramai raggiunta dall’insieme pare come avere sviluppato la solidità necessaria a flettere i muscoli, alzare la fronte e sostenere con dignità stoica il peso del macigno.

Il secondo movimento compensa la solennità del primo con un tempo estremamente spedito che pure non mette in difficoltà la coesione de laVerdi, che quando conosce bene brano e direttore raggiunge livelli di concertazione davvero eccellenti. Zhang Xian avanza come un treno lungo tutta la prima esposizione dello scherzo, snobbando forse eccessivamente qualche silenzio in corona e giocando tutto sull’alternanza fra inesorabile, meccanica e metronomica scansione della parte in re minore e allargamento nella modulazione a do maggiore. Il ritorno dello scherzo dopo la parentesi del trio (reso con grande tridimensionalità di suono grazie alla bravura dei fiati) sostituisce il battere monotono con un singhiozzare che incrementa il senso di angoscia di questa corsa a perdifiato e il senso di trionfo vittorioso al compiuto passaggio al do maggiore. La codetta infine, con la pausa che interrompe il discorso sul più bello, ironizza sulla tutta la foga esasperata di questo movimento, suggerendo che stia già maturando la riflessività meditativa del successivo Adagio. Citiamo l’indicazione di tempo perché, come peraltro nelle precedenti esecuzione della Nona da parte di Zhang Xian, rimaniamo sempre spiazzati dalla lena con cui viene attaccato questo movimento. Specialmente poiché Beethoven gioca su una dialettica iniziale (fra l’Adagio in si bemolle 4/4 del primo tema e l’Andante del secondo in re maggiore 3/4) che, uniformando il tempo sull’Andante, perde di efficacia. Ne risente chiaramente di più la prima parte (ad esempio l’ingresso dei violini dopo le due battute d’introduzione dei fiati che non ha tempo per sorgere delicatamente a mezza voce), mentre il secondo tema si giova di questa fluida scorrevolezza nelle quartine di semicrome in legato che sgorgano accorate e come impossibili da trattenere. La prima variazione, che segue una poetica modulazione a salire dei violini ed è introdotta da un’appoggiatura, si dipana leggerissima, celestiale, legatissima e in pianissimo su una scia di pizzicati. Mano a mano questo idillio aumenta di velocità e corposità, come riprendendo quell’incapacità di trattenersi di fronte all’approssimarsi della commozione. In questo senso la scelta direttoriale di non allargare quasi mai il tempo ha un suo effetto, ma si incaglia poi nell’ultima variazione, in cui il percorso a salire viene interrotto da fanfare che ci precipitano negli abissi della sofferenza. Ci è parso quindi un po’ naif, dopo un tale passaggio, riprendere con noncuranza l’andamento idilliaco e quasi spensierato delle semicrome senza identificare l’importanza del cantabile ricco di pathos sottostante, al basso (specialmente ai corni).

Qualche riserva anche sulla scelta di non lasciare nemmeno un momento di assorbimento dopo l’accordo finale del terzo movimento, attaccando subito il duro recitativo degli archi gravi che spalanca le porte del Finale. Il gioco d’opposizione è chiaramente interessante, ma Beethoven consciamente gli dà spazio dopo, nel corso dell’introduzione, quando il tema dell’Andante si ripropone e viene soffocato dai violoncelli: ribadire la cosa già qui ci pare tarpare invece eccessivamente presto le ali all’atmosfera meditativa in cui si chiude il movimento lento. È comunque l’ultima critica che ci sentiamo di fare all’interpretazione di Zhang Xian, che sfrutta poi gli ottimi violoncelli della sua orchestra per scandire categoricamente le tre negazioni ai tre temi dei movimenti precedenti, smorzando poi la chiusa di ognuno di questi dinieghi in un diminuendo che suggerisce proprio la dissoluzione nel nulla mefistofelica (Sono lo spirito che nega sempre! / E con ragione, perché tutto ciò che nasce / è degno di perire. / Ergo, sarebbe meglio se non nascesse nulla). Eppur tuttavia, quando compare appena accennato il tema della gioia, tutto si ribalta e sono proprio gli archi gravi a riprenderlo e farlo germogliare. Beethoven in un primo momento voleva che la voce umana comparisse già qui e dicesse: “è questo! l’abbiamo trovato, amici”. E gli amici potrebbero essere gli altri archi, che a turno, nei registri sempre più acuti, si contagiano con questa melodia semplicissima e profondissima al tempo stesso, che permette a Beethoven di fare la stessa operazione di glorificazione del banale che era già alla base delle Variazioni Diabelli (di appena un anno precedenti la Nona). Già all’esposizione delle viole il tema ha la dolcezza di una scoperta consolatoria la cui naturalezza fa immaginare che essa fosse in realtà sempre stata lì, maternamente, ad aspettare la ricongiunzione alla fine del percorso. L’affermazione del tema su tutta l’orchestra non può poi che avvenire con qualche fatica in più, in fortissimo e con accentuati strappi di sforzo. Davvero elevato per intensità e precisione il livello raggiunto da laVerdi in questo ultimo movimento, prendendo velocità col fugato che elabora il conflitto fra gioia e sofferenza fino a liberarsi nel grido “überm Sternenzelt / muss ein lieber Vater wohnen” (sopra la volta stellata deve vivere un Padre benevolo).

Come è noto, la Nona è anche il primo esempio di sinfonia per voci nella storia della musica. Per quanto riguarda i solisti il cast è stato ampiamente selezionato attingendo ai partecipanti al Placido Domingo – Cafritz Young Artist Program (il mezzosoprano Deborah Nansteel ed il tenore Gregory Warren), nonché ad Operalia (il soprano Nazanin Ezazi, risultato poi indisposto). Largo ai giovani dunque, anche se questa partitura non è certo il banco di prova migliore per giudicare voci, a maggior ragione se nuove. Specialmente del mezzosoprano Nansteel non possiamo dire più che ci è parsa precisa per intonazione e ben amalgamata per timbro nelle parti concertate. Per quanto riguarda il tenore Warren (già protagonista di un Parsifal fiorentino) invece abbiamo notato un certo sforzo nella tessitura e nei fiati scomodi predisposti da Beethoven. Più convincenti dunque gli altri due interpreti, da una parte il baritono svizzero Rudolf Rosen, che (anch’egli giovane) ha dimostrato doti di fraseggio elegante, seppur con voce non immensa e leggermente chiara per la parte, dall’altra il soprano Maida Hundeling, che da sostituta è risultata un’ottima sorpresa, risaltando nettamente negli assiemi e lasciando qualcosa a desiderare solo negli ultimissimi, lunghissimi, acutissimi e dunque difficilissimi acuti, leggermente calanti. Completano la parte vocale ovviamente i coristi de laVerdi, che a fronte di qualche attacco non del tutto compatto (che ascriveremmo a cali di concentrazione da primo dell’anno) hanno comunque dato come sempre ottima prova di sé in una parte che conoscono nota per nota. Il merito alla preparazione di Erina Gambarini va dunque riconosciuto anche oggi.

Constatando ancora una volta insomma i progressi e l’elevato livello raggiunti da questa compagine, ci accodiamo all’augurio di buon anno con cui coro e orchestra hanno introdotto il bis (la coda in Prestissimo del finale) e lo estendiamo a tutti i lettori di OperaClick, per un 2014 il più possibile all’insegna della gioia!

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Posted in: Sinfonica