Otello di Verdi al Carlo Felice

Posted on 30 dicembre 2013 di

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Otello al Carlo Felice

Otello: Gregory Kunde
Desdemona: Maria Agresta
Jago: Carlos Alvarez
Emilia: Valeria Sepe
Cassio: Manuel Pierattelli

Orchestra e coro del Teatro Carlo Felice
Direttore: Andrea Battistoni
Maestro del coro: Pablo Assante
Regia: Davide Livermore

L’Otello di Giuseppe Verdi mancava da parecchi anni dal palcoscenico del Carlo Felice di Genova (per la precisione dal 1968!) e finalmente questa lacuna è stata colmata con uno spettacolo di notevole qualità sia sotto il profilo vocale che sotto quello visivo, oggi di certo non meno importante. Ci voleva evidentemente l’occasione di un gran finale dell’anno del bicentenario verdiano per riportare in scena qui quest’opera matura, che ebbe la sua prima il 5 febbraio del 1887 al Teatro alla Scala e da allora fu considerata fin da subito un capolavoro. Capolavoro doppio: da una parte per la geniale riduzione drammaturgica di Boito, dall’altra per la superba musica di Verdi, che viveva una nuova stagione compositiva affinando il suo stile verso vette inaspettate, superando se stesso.

Alvarez e Kunde

Alvarez e Kunde

L’opera aveva un importante antenato e antagonista nella versione di Gioachino Rossini, che fino ad allora era rimasta in repertorio soprattutto per la bellezza del terzo e ultimo atto. Verdi aveva un rispetto per il capo d’opera rossiniano e in un certo momento pensò di chiamare il suo lavoro “Jago” per deferenza. In effetti la figura maligna, relegata quasi ad un ruolo di comprimario in Rossini, assume in Verdi proporzioni gigantesche, fino a quasi nascondere i due protagonisti: Otello e Desdemona. Questa rilevanza del personaggio di Jago per l’innovazione portata avanti da Verdi e Boito è stata ben compresa in questo allestimento in coproduzione fra Genova e Valencia. Innanzitutto per la scelta di un grande interprete come il baritono Carlos Alvarez in quel ruolo, reso davvero in maniera formidabile: presenza scenica imponente unita a voce sempre controllata e duttile, che non si accontenta del bel colore ma ne ricerca anche le sfumature, dipanandosi in un fraseggio fluido ed efficace. Ha realizzato insomma un personaggio a tutto tondo, superando brillantemente uno stato di forma vocale probabilmente non ottimale: si è notata infatti qualche piccola imprecisione, ad esempio nel Credo, ma l’autorità dell’interprete l’ha fatta del tutto dimenticare dando vita ad una professione di ateismo e nichilismo di forza immane. Una curiosità: Verdi scherzando disse di comporre i Pezzi Sacri proprio per farsi perdonare da Dio questo oltraggioso exploit, anche se faceva ricadere in parte la colpa di questo Credo su Boito, il quale ne aveva preparato una preliminare versione per l’aria di Alvise nella Gioconda di Ponchielli. Abbiamo dunque avuto modo di ascoltare forse il miglior Jago oggi in carriera, sostenuto anche da una regia che gli dava la centralità dovuta, mostrandolo a tratti finto umile nei riguardi di Otello e a tratti rivelandolo torreggiante come spirito del Male trionfatore e beffardo.

Se la prova positiva di Alvarez era una prevedibile conferma, davvero eccezionale e sempre sorprendente è stata invece la prova di Gregory Kunde, che sta vivendo una seconda giovinezza dopo tanti fasti con le opere di Rossini e Donizetti. Dopo aver debuttato con successo il ruolo di Otello a Venezia, lo scopriamo davvero in stato di grazia: un vero e proprio miracolo di tecnica. Già dal suo primo apparire discendendo dall’alto su una pedana mobile, il suo “Esultate” impressiona per la potenza dello squillo e la perfetta esecuzione dell’acciaccatura che dà potenza alla sua frase d’apertura. Siamo abituati a sentire questa frase da tonitruanti tenori tutti tesi a inscurire il suono, ma sentire finalmente Otello cantato con la padronanza vocale del belcanto è tutt’altra cosa (la stessa piacevole “scoperta” la avemmo col recente Peter Grimes dello stesso Kunde). Fu d’altronde lo stesso Verdi a lamentarsi dello stentoreo Tamagno alla prima. Efficacissimi per duttilità e controllo delle emissioni sono stati entrambi i monologhi: intenso e drammatico “Ora per sempre addio, sante memorie”; più incisivo ancora “Dio! mi potevi scagliar tutti i mali”, nella più completa disperazione dopo il sofferto duetto con la sposa creduta fedifraga. In contrasto con il viso da moro c’erano i suoi due occhi bianchi e mobilissimi che lampeggiavano ad ogni espressione, seguendo con la sua altrettanto mobile capacità di piegare la frase esaltando il significato più recondito. Anche in questo caso si tratta insomma di un Otello unico non solo fra i cantanti d’oggi, ma anche nei confronti con grandi del passato.

Terza protagonista è la sventurata sposa Desdemona, che in Verdi diventa a tutti gli effetti il polo opposto di Jago: tanto malvagio è l’uno quanto pura l’altra. Questo ruolo ha quindi tutta la complessità tecnica di un canto che deve risultare sempre etereo, spirituale, sul fiato, come a provenire da un altro mondo, da un mondo superiore in cui le rozzezze dell’esistenza terrena sono trasfigurate nell’amore (nell’ultima scena ella dirà infatti che il suo unico peccato è aver amato). Trovare un’interprete di questo ruolo è quindi almeno difficile quanto per gli altri due, ed ancora una volta questa produzione si distingue per la perfezione nella scelta: Maria Agresta ha negli attacchi morbidi nell’emissione e puliti nell’intonazione, nella capacità di non forzare mai i suoni specialmente nell’ottava acuta e nel colore flautato le tre armi decisive per uscire trionfante dalla prova. Queste tre qualità sono particolarmente esaltate dalla struggente Canzone del Salce e dalla seguente Ave Maria, che la Agresta riesce a cantare da posizione completamente supina, dimostrando un perfetto controllo del diaframma. Senza questa dote impressionante non sarebbe stato possibile da una parte al regista di mostrare la fragilità di Desdemona nel suo rannicchiarsi quasi fetale e nel suo tendere verso l’ascesi, dall’altra al direttore di tenere tempi dilatati all’estremo. L’insieme riuscitissimo di scena, canto e accompagnamento che la Agresta ha reso possibile è stato non a caso coronato da un lungo e improvviso applauso, purtroppo anche eccessivamente impulsivo dato che ha coperto il suo amen e la coda strumentale predisposta da Verdi: un peccato che il pubblico non abbia frenato il suo entusiasmo in un momento così delicato che meritava maggior rispetto (tanto che qualcuno in sala si poi lamentato ad alta voce).

Desdemona (Agresta) e Otello (Kunde) nel finale primo

Desdemona (Agresta) e Otello (Kunde) nel finale primo

Certamente è comunque l’ennesima dimostrazione che siamo su livelli interpretativi d’eccellenza assoluta, e non hanno sfigurato neanche gli altri ruoli, tra cui l’eccellente Valeria Sepe come Emilia e il preciso Cassio di Manuel Pierattelli, penalizzato solo dalla voce un po’ nasale. Ottima anche la prova del Coro del Teatro Carlo Felice impegnato soprattutto nel primo atto nella turbinosa tempesta con notevoli squarci sonori. Nel secondo si è unito il coro dei fanciulli con ottima intonazione e spazialità del suono. Unico neo era il risicato ensemble sulla scena: una chitarra e un mandolino non sufficienti a contrapporsi alla massa corale (Verdi aveva previsto un diverso e più nutrito organico).

Non molto felice è stata, a proposito del coro, la scelta costumistica, probabilmente il punto più debole di uno spettacolo di altissimo livello. Oltre ad una generale inconcludenza dei costumi (in stile rinascimentale ma con tessuti lucidi modernissimi che ricordano certa fantascienza a basso budget), con tanto di incomprensibili creste da punk, non sono stati molto convincenti anche i movimenti scenici delle masse, con balletti naif poco intonati all’atmosfera cupa dell’opera e duelli di spada piuttosto da imbranati. Potrebbe essere questo aspetto l’unica critica da muovere al regista Davide Livermore, che non è nuovo a queste scelte coreografiche discutibili. Per il resto la sua regia è una delle più riuscite e interessanti degli ultimi anni, grazie soprattutto all’intuizione non originalissima ma assolutamente efficace di inserire i personaggi in uno spazio circolare estremamente significativo. Ci ha ricordato la rappresentazione di un pianeta (nel libretto si cita il “pianeta maligno” che sconvolge le vite dei protagonisti, appunto) con i suoi satelliti. Gli spalti circolari riservati alle scene corali chiudevano dunque senza possibilità di scampo lo spazio centrale, riservato ai protagonisti ed in particolare alla coppia Otello e Desdemona. Alla fine del primo atto, durante il duetto d’amore dei due, è proprio il disco centrale a staccarsi dalla struttura d’intorno come a isolarli estaticamente dal mondo. Sarà Jago a fare la prima intrusione in questo cerchio intimo di pace e serenità, e sarà lui a trasformarlo nel macigno della gelosia che, scendendo, schiaccia Otello durante il terz’atto. Lo stesso elemento centrale tornerà poi a salire alla fine dell’opera, risultando tuttavia ora ciò che divide i due amanti per sempre: Otello rimane sopra di esso, capace solo di allungare una mano piena di rimpianto e rimorso verso la sua fedele sposa che resta invece a terra (nella “terra” in cui l’aveva gettata a fine atto terzo). L’idillio è diventato incubo, mentre Jago scappa dileguandosi nell’ombra in fondo alla scena, pronto a tornare a funestare gli idilli e le speranze dell’umanità. In piena tradizione shakespeariana è stata la scelta di non utilizzare nessun oggetto in scena, sfruttando le ottime luci (sempre di Livermore), le proiezioni e soprattutto la recitazione dei protagonisti per creare tutte le situazioni necessarie.

Ultimo capitolo di questa lunga recensione è necessariamente da dedicare al direttore Andrea Battistoni, uno dei più discussi negli ultimi anni. Non neghiamo di ascoltarlo sempre con inevitabile preconcetto, dovuto a sue recenti prove non brillantissime che pure paiono non frenare una carriera lanciatissima e generalmente accompagnata anche dal consenso (più del pubblico che della critica). In una partitura come Otello lo attendevamo dunque al varco, e dobbiamo riconoscere che ne esce con meno ossa rotte del previsto. È evidente che il ragazzo ha una sua intuizione musicale, e, seppur con una apparente ingenuità, azzecca spesso i tempi staccare e i colori da ricercare (riconoscendo anche il merito all’ottima Orchestra del Carlo Felice). D’altro canto è altrettanto evidente che manca totalmente una base tecnica degna di questo nome, e la gestualità sguaiata, eccessiva e del tutto inutile ne è espressione visibile. Ne conseguono due difetti nella resa: in primis molte sconnessioni fra buca e palcoscenico (Otello è infame da questo punto di vista, si pensi alla tempesta e a tutte le scene d’assieme), in secundis una diffusa sporcizia e imprecisione negli attacchi, che risalta soprattutto nelle scene invece più intime e cameristiche (ad esempio tutto l’incipit del quarto atto). Peccato davvero, perché con più studio e attenzione, e quindi con un po’ più di modestia, autocritica e umiltà, le grandi occasioni che stanno capitando a Battistoni potrebbero dare ossigeno ad un nuovo direttore nostrano di livello. Se egli persevera invece nei vezzi da enfant prodige, ci pare che tolga questo stesso ossigeno a direttori più coscienziosi e dunque a lungo termine più interessanti e meritevoli.

Nel complesso comunque vogliamo esprimere ancora una volta l’impressione assolutamente positiva che ci ha lasciato questa notevole performance del Carlo Felice, teatro che si dimostra più forte dei problemi finanziari e dà prova della grande qualità e perizia del suo organico e dei suoi dirigenti. A tutti loro dunque il pubblico ha tributato applausi infiniti sia al termine dei singoli atti che al termine dello spettacolo. Applausi ai quali ci accodiamo volentieri sperando che questo successo si ripeta presto.

Un ultima curiosità: esistono tre pezzi alternativi nella partitura di Otello: un preludio all’opera di sicura attribuzione e inciso da Chailly (6 minuti che riassumono l’opera, composti molto probabilmente a partitura conclusa ma subito accantonati), una versione diversa, più breve, del concertato del terzo atto e i brevi balletti composti per Parigi (ultima musica di scena realizzata da Verdi essendo seguenti il Falstaff). Ecco i link per chi volesse ascoltarli:

Preludio (Chailly): http://www.youtube.com/watch?v=SmUw5Ky6zD8
Concertato breve (Karajan): http://www.youtube.com/watch?v=xoo2iFq6X_s#t=1h39m30s
Balletti (Toscanini): http://www.youtube.com/watch?v=8Fn83hY4zGY

Fabio Tranchida

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