LaVerdi: E adesso Valzer!

Posted on 30 dicembre 2013 di

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A. Renoir, Danse à Bougival

J, Strauss jr.: Die Fledermaus, ouverture
P.I. Tchaikovskij: Valzer dei Fiori da “Lo Schiaccianoci”
J, Strauss jr.: Zigeunerbaron, ouverture
M. Ravel: La Valse
J, Strauss jr.: Prinz Methusalem, ouverture
J, Strauss jr.: Kaiser Walzer
R. Strauss: Der Rosenkavalier, suite

Dopo tanti impegnativi concerti nella stagione del ventennale de laVerdi, reduce da Ottave di Mahler e Shostakovic, l’orecchio si riposa un po’ e si diletta con la musica edonistica e scorrevole che questa orchestra ci regala, offrendoci in qualche maniera un primo sorso del brindisi di Capodanno (che come di consueto sarà invece all’insegna della Nona di Beethoven). Apprezzabile dunque l’idea di dedicare una serata ai valzer, musica “facile” che facile non è (specialmente da dirigere), poiché sono tutti pezzi di solida costruzione e raffina orchestrazione. In una serata come questa non poteva mancare il “re dei valzer”, Johann Srauss jr, che è il re anche del programma con ben 4 brani effervescenti: evitato il troppo scontato Sul Bel Danubio Blu, ci viene proposto il celebre Kaiser Walzer e tre ouvertures da altrettante operette (Fledermaus, Zigeunerbaron e Prinz Methusalem). Ricordiamo che sono tutti brani maturi, dato che Strauss si accostò alle operette relativamente tardi su consiglio del grande Offenbach, che spopolava a Parigi con decine e decine di operette (oltre 120 lavori teatrali nella sua vita). Come spesso accade poi laVerdi ci invita anche a confrontare autori diversi attorno ad un tema comune: in tema di valzer ecco l’”altro” Strauss, Richard, con la splendida suite dal Rosenkavalier, e Ravel, con la sua Valse, due tocchi di novecento che celebrano Vienna con un tocco di decadentismo, nonché il Valzer dei Fiori dallo Schiaccianoci di Tchaikovsky.

Ad aprire il concerto è forse il brano più celebre: l’ouverture de Il Pipistrello di Johann Srauss jr, dove ricorrono tutti i temi dell’opera. Purtroppo l’attacco di Gaetano D’Espinosa non è stato preciso (ci pare essere il suo punto debole), con le volate degli archi un poco arruffate e tempi poco coerenti, ma alla fine la musica ha il sopravvento con la vorticosa coda finale dove grande (forse eccessiva) enfasi hanno avuto le percussioni. Lo Zingaro Barone è un altro riconosciuto capolavoro straussiano: la lunga ouverture ci dona melodie allegre e struggenti insieme a quella patina di folklore boemo che Strauss jr. conosceva bene. Davvero malinconica la resa della melodia in Moderato esposta dai legni e poi dai violoncelli. Contrasto evidente con la brillante polka che segue, fino poi al finale, come sempre travolgente. Davvero bravo qui il maestro D’Espinosa a tenere in tensione un’orchestra così piena di colori, con tempi che cambiano in maniera repentina e improvvisa. Consigliamo vivamente l’ascolto di Der Zigeneuerbaron sotto la direzione di Harnoncourt, che ne ha curato un’edizione critica favolosa e completissima, con il Finale II finalmente ricomposto nelle sue giuste dimensioni. Sperando che edizioni altrettanto filologiche e rispettose del dettame dell’autore possano presto essere disponibili anche per tutte le altre operette di Strauss. La meno nota Prinz Methusalem, del 1876, si fa notare soprattutto per la brillantezza dei pizzicati dei violini, per la successione di vari allegri temi e soprattutto per la presenza costante del tamburo militare, che sfocia in una marcia maestosa per soli ottoni presto accompagnati dall’intera orchestra. Ultimo dei quattro pezzi di Strauss jr. proposti è Kaiser Valzer, dedicato al Kaiser Prussiano in visita a Vienna. La marcia in 4/4 iniziale lascia presto spazio ai ben 5 valzer, come da prassi in tempo 3/4. Molto raffinata questa partitura, con una gemma sul finire che D’Espinosa non si è lasciato sfuggire: arpa, corno e violoncello riprendono il primo valzer in un episodio quasi da sogno che sospende il tempo prima della fragorosa chiusa finale.

Gaetano D'Espinosa

Gaetano D’Espinosa

Decisamente diverso da quello di Strauss jr. era il carattere del primo degli altri compositori proposti nella serata: Tchaikovsky. Lo Schiaccianoci, da cui è tratto il valzer selezionato, risale a pochi anni prima della sua prematura morte, e fu composto assieme all’opera Iolanta per la stessa serata. Ecco perché entrambe le composizioni, dal destino così diverso (Iolanta viene raramente riproposta fuori dalla Russia, Schiaccianoci è un successo internazionale), durano solo un’ora e mezza. Il Valzer dei Fiori eseguito brillantemente dalla nostra orchestra ha davvero un grande respiro, inanellando senza soluzione di continuità temi uno più bello del precedente. La differenza rispetto ai brani ascoltati in precedenza si percepisce già dall’introduzione, dove l’arpa iridescente suonata con maestria da Stella Farina crea un mondo davvero fiabesco. Ai corni è affidato il compito di esporre il primo valzer, mentre i legni seguono con grande raffinatezza e il triangolo dà brillantezza anche agli insiemi più corposi. Ancora una volta ottima l’attenzione ai colori da parte del direttore.

Non era dei migliori anche l’umore di Maurice Ravel all’epoca della composizione de La Valse: stava passando un brutto periodo di depressione dopo la prima guerra mondiale e la morte della madre. Ecco perché la sua è quasi una anti-Valse, iniziando tra “Nembi Turbinosi” come ci spiega lo stesso compositore nell’incipit della partitura. La versione orchestrale incrementa ulteriormente l’impressione di un’atmosfera fosca, tra lugubri tremoli in cui il tema del valzer fatica ad imporsi. Solo dopo alcuni minuti esso emerge e si fa sentire nella sua interezza. La duttilità coloristica de laVerdi e di D’Espinosa ha poi reso giustizia alla capacità di Ravel di elaborare una ricercata orchestrazione per sviluppare i temi (non a caso era allievo di Rimskij-Korsakov). Si arriva quindi ad un parossismo sonoro che sfiora la cacofonia in una coda allucinata. Difficilissimo per il direttore gestire questo rovente magma musicale, ma laVerdi ha superato lo scoglio con successo.

Ultimo brano in programma era la suite da Der Rosekavalier, che Richard Strauss mise assieme nel 1944, ovvero ben 33 anni dopo la composizione dell’opera. Qui è estrema la raffinatezza, tanto nei temi quanto nell’articolazione e nell’orchestrazione, che non mancano mai di dare all’intero brano quella melanconica sensazione di serena decadenza. In ventidue minuti di pura musica c’è quasi un compendio dell’opera stessa, tracciando nel ricordo tutti i momenti più importanti. Tutto risulta calibrato alla perfezione: molto bello è pensare come il vecchio Strauss riguardasse a questo capolavoro composto tanti anni prima dandogli nuova linfa negli anni bui della guerra. Ricordiamo che proprio nel 1944, per il suo ottantesimo compleanno, egli diresse brani di quest’opera, desiderando che fosse poi il terzetto del terz’atto ad salutarlo al suo funerale. Di questo abbiamo un’eccezionale testimonianza video: http://www.youtube.com/watch?v=x1o6D1pTJqc

 Pubblico entusiasta dal primo all’ultimo brano. Giusto quindi accontentarlo con un bis, ovviamente un valzer, e ovviamente di Johann Strauss jr., Éljen a Magyar!, con tanto di sonoro “Viva” urlato da tutta l’orchestra a fine esecuzione. Non saremo a Vienna, ma sicuramente l’orchestra Verdi e il suo direttore ci hanno regalato una bella prova e tanta musica “edonisitica” che trasmette la gioia di vivere con cui oggi più che mai occorre approcciarsi al nuovo anno. Buone feste a tutti!

 

Fabio Tranchida

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