Buon natale col Messiah di Händel!

Posted on 30 dicembre 2013 di

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M. Chagall, American Windows (dettaglio)

Soprano: Karina Gauvin
Contralto: Sonia Prina
Tenore: Anicio Zorzi Giustiniani
Basso: Christian Senn

Orchestra e Ensemble vocale laVerdi Barocca
Maestro dell’Ensemble vocale: Gianluca Capuano
Direttore: Ruben Jais

 

Come da tradizione, laVerdi Barocca propone in periodo d’avvento uno dei suoi cavalli di battaglia: l’oratorio Messiah, capolavoro sacro di Händel scritto nel 1741 in soli 24 giorni per la piazza di Dublino. Non c’è mai un calo di tensione in questa compatta partitura dove accompagnati, ariosi, arie e notevoli cori si susseguono per un totale di quasi 50 numeri di catalogo. L’esecuzione de laVerdi è stata in questo senso quasi integrale, specialmente per quanto riguarda la prima delle tre parti, mentre nelle due successive (accorpate senza intervallo) sono stati recuperati altri tre cori rispetto alle esecuzioni degli anni scorsi.

Merito di questo impegno vivo va soprattutto alla presenza di Gianluca Capuano, da sempre collaboratore de laVerdi Barocca ma di recente (dal 2008) incaricato pienamente della cura dell’Ensemble vocale dopo i successi con “Il canto di Orfeo”. Sorprende come egli sia riuscito, grazie alla sua profonda conoscenza del trattamento delle voci nella musica antica, a rendere così bene i pezzi scritti da Handel con solo 16 coristi, preparati personalmente da lui. Addirittura, anziché essere un difetto, la presenza di sole quattro voci per corda dà una limpidezza unica alle complesse linee vocali: in altre parole i coristi risultano quasi dei solisti, essendo così in pochi e la loro prova così esposta. Inoltre, raffinatezza nella raffinatezza, ecco due (ottimi) contraltisti a sostituire due dei quattro contralti per conferire una inconfondibile nuance settecentesca al colore d’assieme.

La drammatica sinfonia di apertura in due movimenti è stata diretta come sempre oramai a menadito dal maestro e factotum de laVerdi Barocca Ruben Jais, che con gesti decisamente semplici e intuitivi (probabilmente più adatti ad ensemble di queste dimensioni che a grandi orchestre ottocentesche) mantiene il suono asciutto e preciso. Il feeling fra direttore e orchestra è evidente e il gusto stilistico al solito molto accurato, senza mai trascurare l’importanza della parte vocale, sempre sostenuta e mai coperta. La scelta di grande equilibrio dà vita ad un insieme compatto e concertante in cui un risalto particolare viene concesso solo alle trombe, impegnate nei brani gioiosi o apocalittici.

Dopo la sinfonia apre l’oratorio un accompagnato del tenore Anicio Zorzi Giustiniani, che ha saputo trarre il meglio dalla sua parte invero non eccessivamente impegnativa: bravo soprattutto nell’aria successiva a rendere la fitta coloratura alla parola “exalted”, che si protrae per ben dieci battute di notevole difficoltà. La stessa tecnica di ornamentazione e virtuosismo vocale viene usata dal compositore per la voce di basso sulla parola “shake”. Il basso che si è incaricato di questo “terremoto” vocale è ormai ospite fisso delle serate barocche: il cileno naturalizzato italiano Christian Senn, che ha recentemente dato ottima prova di sé anche nel repertorio donizettiano con un ottimo Cardenio nell’opera  “Il furioso all’isola di San Domingo”. Influssi italiani sono senza dubbio presenti nell’altra sua aria “Why do the nations so furiously”, un Allegro che in ambito operistico non faremmo fatica a definire un’aria di tempesta. Senn si dimostra sempre capace di superare tutti gli ostacoli grazie ad una voce non certo grande ma molto ben educata, sicura e di bel colore (ancorché lo squillo cominci ad appannarsi con gli anni). Abbondanti gli applausi per lui, anche se la favorita dal pubblico è stata comunque Sonia Prina, che torna all’Auditorium dopo i recenti fasti della mirabile incisione del Catone in Utica vivaldiano. La parte, che svaria da cullanti larghetti fino ad incredibilmente difficili prestissimi, non mette in difficoltà la voce brunita e duttile allo stesso tempo della Prina, che non teme alcuno scoglio nella scrittura. Il momento più intenso della sua prova è stata comunque il Largo dell’aria A-B-A “He was despised”, che sembra sempre rigenerarsi alla parole “sorrow” e “grief”, che imprimono quello che in antichità si chiamava l’affetto (oggi diremmo il “mood”) a tutto il pezzo. Molto disinvolta e precisa nella pronuncia (piccolo difetto degli altri tre solisti) infine la soprano Karina Gauvin, che nella sua aria “Rejoice greatly, O daughter of Zion” deve affrontare la coloratura sulla parola chiave “rejoice” e subito dopo unirsi in duetto con il contralto. Händel sapeva bene dove collocare i duetti tra le due donne protagoniste, lezione appresa poi da Rossini (Tancredi, Aureliano, Sigismondo, Semiramide) e Meyerbeer (Crociato in Egitto, Profeta, Vasco de Gama).

LaVerdi Barocca

LaVerdi Barocca

Fra i numerosi cori si è segnalato soprattutto “For unto us a Child is born”, complesso come un mosaico ed eseguito con la perfezione di veri cesellatori dall’Ensemble vocale. Segue poi uno dei momenti più particolari della partitura, un momento per il quale Händel indica Larghetto e mezzo piano: è la sua “Pifa”  cioè una Piva in 12/8 che suggerisce l’entrata in scena dei pastori con ritmo cullante. E’ l’unico brano per sola orchestra della partitura insieme alla sinfonia d’apertura. Ottima la direzione con un suono in pianissimo che man mano va a rinforzarsi prendendo vigore, dimostrando l’attenzione per i segni della partitura e quindi per le intenzioni del compositore. Altro passaggio notevole per sinergia fra coro e orchestra è stata l’introduzione del coro “Glory to God”, con gli archi che si animano nelle regioni acute per poi sostenere festosamente soprani e contralti che cantono “in the Highest”, mentre tenori e bassi intonano più gravemente “on earth”. Jais ha saputo cogliere così come il compositore differenzi la componente celeste e terrena con le diverse voci. Precise anche le agogiche delle trombe, che suonano da partitura “da lontano ed un poco piano”.

Il brano più celebre, l’Hallelujah!, ha perso un po’ di risalto non essendoci il conseguente intervallo dopo la fine della seconda parte, ma la resa dell’articolazione complessa e piena di rimandi e sotto-dialoghi è stata comunque mirabile. La riproposizione come bis gli ha poi restituito anche l’efficacia della posizione conclusiva.

Molto ispirata e intensa è stata infine tutta la terza e ultima parte, fin dal Larghetto per soprano, che lascia da parte i virtuosismi tecnici che hanno caratterizzato fin qui la partitura per abbandonarsi interamente alla grande inventiva melodica. Non a caso è un’aria tutta dedicata alla pace nella speranza della resurrezione, che è il tema di quest’ultima sezione. Il coro successivo alterna con ottimo effetto momenti in pianissimo a sezioni in fortissimo, esprimendo anche qui quella antinomia tra morte e resurrezione, tra terra e cielo, che abbiamo già notato nel precedente coro di gloria. Con “The trumpet shall sound” la fervida immaginazione händeliana si scatena in un duetto tra voce di basso e tromba che non sfigurerebbe nel giovanile Rinaldo. Davvero encomiabili i due esecutori per la perfetta intonazione sia della voce che della tromba naturale. Ultimo numero della complessa partitura è un lungo coro in Largo con sezione finale in Allegro moderato che funge da fuga per l’Amen. Forse il tempo scelto da Ruben Jais per questo Amen è quello che ci ha convinto meno di tutta l’opera: un po’ troppo lento e privo di nerbo per essere un brano conclusivo. Per il resto comunque la direzione e la scelta dei tempi è stata perfetta.

Ogni anno dunque si rinnova con successo l’appuntamento col Messiah all’Auditorium, ed ogni anno abbiamo modo di ascoltare brani nuovi che vengo ristabiliti nella seconda e terza parte. La speranza è che già l’anno prossimo potremo ascoltare questo Messiah completamente integrale: il fedele pubblico de laVerdi barocca è pronto per immergersi in pieno in questa affascinate musica sacra, che ci suggerisce di chiudere augurando a tutti voi buone feste!

Fabio Tranchida

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Posted in: Musica sacra