Caetani e l’8a di Shostakovich con laVerdi

Posted on 10 dicembre 2013 di

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S. Dalì, Il volto della guerra

F. Schubert: Sinfonia n.6 in Do maggiore D.589 “Piccola”
D. Shostakovich: Sinfonia n.8 in Do minore op.65

Orchestra sinfonica di Milano Giuseppe Verdi
Direttore: Oleg Caetani

Strano abbinamento quello scelto da Oleg Caetani per il suo consueto appuntamento annuale con l’orchestra Verdi di Milano. Da una parte il brillante do maggiore della Sesta sinfonia di Schubert, opera di un ventunenne nel pieno dell’entusiasmo e dell’emulazione dei modelli classici, dall’altra lo scurissimo do minore dell’Ottava sinfonia di Shostakovich, che con questo brano mostrò tutto il suo scetticismo e pessimismo in piena seconda guerra mondiale (con non molta gioia del partito). Non dunque una scelta casuale, anzi, piuttosto un voluto gioco di contrasti a distanza. Il diverso peso specifico delle due sinfonie (molto scolastica quella di Schubert, tremendamente intensa e personale quella di Shostakovich) ha tuttavia fatto sì che la prima parte venisse nettamente eclissata dalla seconda. Anche perché l’abbinamento Caetani-Shostakovich è oramai assodato per i frequentatori de laVerdi, che dalla sua ottima bacchetta hanno visto dirigere addirittura l’unica integrale italiana delle sinfonie del compositore russo negli ultimi anni.

Della Sinfonia n.6 abbiamo detto che trattasi di opera giovanile. In realtà siamo proprio in una fase di passaggio per la vita di Schubert, che stava per entrare nel pieno della sua scelta artistica, con tutte le inquietudini che essa gli porterà. Lo stile è un evidente patchwork di influenze diverse fra i colossi dell’epoca. Nel primo movimento si sente fortemente Mozart, nel terzo (dove per la prima volta Schubert sceglie la forma dello Scherzo) pare di essere di fronte ad un mezzo plagio dall’analogo della Settima di Beethoven, mentre in altri momenti spunta fuori addirittura una vena rossiniana. Nel comprendere ed evidenziare questo gusto manieristico abbiamo trovato estremamente intelligente la direzione di Oleg Caetani, dapprima molto settecentesca appunto (movimento di braccio limitato, osservanza del ritmo e leggerezza apollinea del suono, mantenuto in sospensione da un legato quasi perpetuo), poi sempre più ottocentesca (più enfasi sui timbri scuri, sui grandi gesti armonici, sugli staccati). Mutano completamente anche le dialettiche interne: nei primi due movimenti si potrebbe parlare di alternanze fra giocoso e serioso, negli ultimi due (ma già dalla fine del secondo) di sfrenato e di tragico. Come sempre poi l’orchestra Verdi è estremamente duttile e precisa quando la bacchetta è chiara e consapevole. In particolare citeremmo la buona prova dei legni, che hanno un ruolo imperante tanto nel primo quanto nel secondo movimento, dovendo eccellere in due maniere completamente differenti (prima d’agilità, poi di dolcezza). Tuttavia nessuno ha potuto nulla, purtroppo, per lenire l’effetto di ridondanza del finale (difetto frequente in Schubert, che pare compiacersi talmente tanto della bellezza della melodia inventata da non voler mai concludere senza averla riproposta ancora una volta). Bello comunque il gusto dell’onniscienza con cui Caetani “insegue” il tema che circola da uno strumento all’altro dell’orchestra, arrivando, con lo sguardo o con il gesto, sempre in anticipo dove esso apparirà a breve.

O. Caetani

O. Caetani

Ci sarebbero voluti due intervalli per separare a dovere la sinfonia che occupava la prima parte del programma da quella che copre tutta la seconda. Già dalla fase di accordatura si intuisce che siamo in tutt’altro mondo, coll’aspro ticchettare dello xilofono a scandire l’impazienza ansiosa del mondo moderno. Fin dall’incipit è poi Shostakovich stesso a sintetizzare (come i geni sanno fare) in un piccolo stilema musicale tutti i nodi della sua contemporaneità luttuosa: è il più semplice intervallo, quello di seconda minore, ovvero lo spazio di un tono, do-sib-do, che nasconde tuttavia le più grandi insidie di dissonanza. Caetani ha cambiato, giustamente, il suo stile di direzione in toto. Il gesto è ampio, le deviazioni dal tempo frequentissime (in genere per estenuanti ritenuti) e la tavolozza si lascia invadere soprattutto dai colori più scuri. Egli ci spalanca così davanti una visione torbida, in cui le linee melodiche non si dispiegano mai nella chiarezza di uno spazio aereo ma si impigliano sempre nella coesistenza con altre, magari perfino con copie della medesima melodia ma ad un’altra voce. Siamo d’altronde nel 1943, in piena guerra, nel momento in cui fa ancora più male sapere che tutti gli uomini sono fratelli, ma per si ammazzano per una differenza di “colore”. Non a caso quella parola dava titolo ad un eloquente poesia di guerra di Ungaretti. Sempre non a caso, nell’Inno schilleriano usato da Beethoven per il finale della Nona, è solo la gioia a rendere gli uomini fratelli, e qui di gioia ce n’è decisamente poca. E quando si toglie quella fratellanza resta dunque solo una somiglianza spaventevole, una monotonia di accenti, di intervalli e di colori che è disperante. Tutta l’efficacia nella resa della sinfonia passa così dalla gestione delle tensioni che questi annodamenti generano. Fin da subito Caetani opta per esaltare l’accumulo di tensione sfruttando i poli opposti, come in una pila. In particolare e già nelle prime battute (che Shostakovich affida ai soli archi, preludendo a ciò che farà nei suoi successivi quartetti) ci si presenta un vero e proprio squarcio fra violoncelli e contrabbassi, sordi e mugugnanti, e violini e viole, che producono quasi un grido lacerante. Dopo l’esaurimento di questo primo climax è un movimento ostinato di poche note a condurre la tensione di nuovo all’apice, e ancora una volta tutto avviene fra i medesimi due poli: prima è il basso sempre più testardo a mangiarsi l’accenno di melodia del registro superiore, quindi in maniera completamente inversa sono gli strumenti più acuti ad entrare in un loop psicopatologico di coazione a ripetere. Il tutto confluisce nel tanto immancabile (come già nella Settima) quanto inesorabile ritmo di marcia. Nell’apocalisse che segue potremmo trovare l’unica piccola pecca stilistica in certi eccessi degli ottoni (trombe, tromboni e tuba, non nei corni) che risultano quasi parodistici, un gusto frequente in Shostakovich ma, a nostro parere, qui poco pertinente. E’ questa forse una delle partiture in cui il suo sarcasmo fa più fatica a vincere le resistenze dell’oggettività della materia, che parla solo di morte. Invano si alzano infatti molte voci diverse da ogni parte dell’orchestra per contrastare l’incedere monopolizzante di quel banalissimo intervallo di tono che abbiamo visto all’inizio. Alla fine la può spuntare solo lui, in una tregenda in cui si fa notare soprattutto il timpano. La chiusa del primo, lunghissimo (mezz’ora), movimento è una coda delegata al lamento solista del corno inglese (che dopo il Tristan und Isolde è voce della disperazione per eccellenza: Öd und leer ist das Meer!) sul suolo più incerto che ci sia: un tappeto di tremoli degli archi.

Degli altri movimenti segnaliamo solamente alcuni momenti fra i più riusciti. Nel sempre più ossessivo procedere della medesima logica musicale (dal tono si passa al semitono, quindi al tono più un’ottava, quindi di nuovo al tono) sono di grande impatto le fanfare sguaiate, in un ffff volutamente esagerato e parossistico, che tentano di affermare una gioia svelandola invece immediatamente come posticcia e frutto del mero autoconvincimento. Tutte piccole lame per le sicurezze del partito, che infatti bandirà questa sinfonia, colpevole di non sfociare in nessun finale trionfale. Dopo un Largo che pare una panoramica su una distesa di cadaveri (peccato la solita intromissione di un cellulare, oltretutto capace di squillare addirittura per due volte nel giro di pochi minuti), la sinfonia farebbe anche lo sforzo di approdare ad un evidentissimo accordo di do maggiore, ma il seguente Allegretto dimostra tutt’altre intenzioni. La scrittura “sporca” degli archi divisi ci dice subito che non si tratta della stessa luce apollinea che illuminava la sinfonia di Schubert: qui è una luce invernale, fredda, pallida, opaca, che nasconde soltanto la turbolenza nella cristallizzazione del gelo. E quando il ghiaccio si rompe ne escono le immagini speculari dei due poli che aprivano la sinfonia: da una parte gli (ottimi) ottoni gravi intonano un corale funebre, dall’altra i registri acuti si straziano in grida disperate e ripetute. La coda finale è fra le cose più intense e innovative scritte da Shostakovich. In una totale perdita delle coordinate spaziali e temporali, comincia un dialogo quasi cameristico fra solisti (violino, violoncello, clarinetto basso) e orchestra in totale dissonanza, fino a spegnere tutto in un commovente mormorio coronato da lacrimevoli arpe che ci fa venire in mente il “murmur of maternal lamentation” di T.S. Eliot in The Waste Land. Potrebbe essere un classico finale che si completa arpeggiando in do maggiore ascendente, e invece qualcosa si intromette sempre a rendere più fragile, più sofferta, più caparbia quell’affermazione in principio tanto scontata. Nessuno ha avuto il coraggio di muoversi dopo l’ultimo accordo, né sul palcoscenico né in sala, e per lunghi secondi di assoluto silenzio più di un cuore ha certamente tremato. Segue il grande applauso, forse anche liberatorio, e ovazioni per il direttore e per quasi tutti i membri dell’orchestra, chiamati ad alzarsi uno per uno.

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Posted in: Sinfonica