Chailly torna a laVerdi con l’8a di Mahler

Posted on 26 novembre 2013 di

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L'impressionante dispiegamento dell'Ottava di Mahler al MiCo

G. Mahler: Sinfonia n.8

Orchestra sinfonica di Milano Giuseppe Verdi
Direttore: Riccardo Chailly

Coro sinfonico di Milano Giuseppe Verdi
Maestro del coro: Erina Gambarini

Coro di voci bianche de laVerdi
Maestro del coro: Maria Teresa Tramontin

 Coro Orfeón Donostiarra
Maestro del coro: José Antonio Sainz Alfaro 

Soprano (Magna Peccatrix): Riccarda Merbeth
Soprano (Una Poenitentium): Manuela Uhl
Soprano (Mater Gloriosa): Valentina Farcas
Mezzosoprano (Mulier Samaritana): Lioba Braun
Mezzosorpano (Maria Aegyptiaca): Annely Peebo
Tenore (Doctor Marianus): Brenden Patrick Gunnell
Baritono (Pater ecstaticus): Markus Werba
Basso (Pater profundus): Samuel Youn

 

La data del 21 novembre 2013 era segnata su molti calendari degli appassionati di musica milanesi e non. Certamente era segnata nella mente di tutti coloro che seguono la stagione de laVerdi, dato che l’appuntamento è in qualche modo il culmine dei festeggiamenti nell’anno del ventennale. Per chi non lo sapesse, stiamo parlando dell’esecuzione dell’Ottava sinfonia di Gustav Mahler, colossale impresa anche per le più grandi istituzioni musicali e dunque scelta ideale per consacrare un’orchestra in grande crescita come questa. Solo due anni fa, quando ci si impegnò nell’integrale delle sinfonie di Mahler, l’Ottava fu evitata in quanto fuori portata. Oggi invece è diventata anche l’occasione perfetta per riabbracciare chi più di ogni altro ha fatto maturare questa compagine: Riccardo Chailly, direttore della stessa per 6 anni. Al suo seguito arrivano grandi nomi per il cast vocale, quali Markus Werba, Manuela Uhl e Samuel Youn. A completare gli oltre 500 artisti richiesti per la cosiddetta “sinfonia dei mille” ci sono infine ovviamente i coristi, con ospite il coro Orfeón Donostiarra ad integrare l’organico (che include già le voci bianche) de laVerdi. Il colpo d’occhio, a vedere schierata questa massa di cantanti e musicisti, è già impressionante. L’auditorium, usuale sede, non poteva ospitare tanta grazia, e si è così creato lo spiraglio per gettare un ponte fra questa Ottava e la sfida progettuale per eccellenza per la Milano d’oggi: l’EXPO del 2015. Ad ospitare l’evento è infatti il nuovo centro congressi MiCo, nel cuore del progetto di riconversione Fieramilanocity. Se pensiamo che la prima esecuzione di questa sinfonia fu data proprio nel padiglione di una esposizione universale, a Monaco nel 1910, siamo di fronte un ricorso storico piuttosto significativo.

E significativa è stata anche la risposta dei milanesi: non sono bastati gli oltre 1500 posti della sala, completamente gremita e trepidante d’attesa quando il maestro Chailly ha fatto il suo ingresso. C’è addirittura qualcosa di rituale, di religioso nella maniera in cui il direttore si posiziona nel fulcro dello straordinario assembramento umano. che, fra esecutori e pubblico, lo circonda. Come in un panopticon invertito, migliaia di occhi tutt’intorno sono puntati verso il cerimoniere al centro che deve dare il via all’evento (da intendersi nel senso più alto ed etimologico) musicale, di cui il compositore diceva che avrebbe dovuto suonare come il correre “di pianeti e soli”. Un gesto di bacchetta, l’organo attacca con un semplice pedale di mi bemolle (forse reminiscenza del primordio del Ring?), e tutto comincia. Da subito si comprende la linea che Riccardo Chailly vuole tenere: una direzione controllata, compassata, che scandisce bene ogni frase e non vuole perdersi nulla per strada. I gesti delle braccia sono elementari, costanti e quanto più chiari possibili, anche perché devono viaggiare in oltre 500 teste in una frazione di secondo, mentre gli attacchi sono quasi tutti affidati agli occhi, straordinario strumento di telepatia. Ne risulta da subito una esecuzione corretta e che supera quasi con facilità gli scogli (tanti) che la partitura presenta. D’altro canto è anche un approccio conservativo, che col trascorrere dei minuti suscita una impressione di monotonia. Sembra quasi Chailly sia troppo preoccupato di far quadrare i conti per poter mettere qualche firma decisiva sul fronte interpretativo (ad esempio con qualche rubato o con qualche decisione marcata nei tempi o nelle dinamiche). Ne escono valorizzati i colori piuttosto vari che l’orchestra Verdi sa trovare, specialmente negli archi (spicca su tutto il passaggio per violino solista sul tema di “infima nostri corporis”). Peccato un’acustica non ideale che ci è parsa ovattare un pochino i suoni, mettendo spesso l’orchestra in secondo piano, coperta nel volume dai cori, che assurgono così a grandi protagonisti. Davvero meritoria peraltro la prova di tutte e tre le compagini, con il coro de laVerdi che ha brillato particolarmente anche nel confronto con gli ospiti. Proprio i cori, sostenuti dalla direzione puntuale di Chailly, hanno infatti ridato intensità alla seconda parte del Veni creator spiritus, ovvero dall’Accende lumen in poi, quando la partitura diventa più plastica e ricca di effetti dinamici e ritmici che chiedono solo di essere eseguiti con precisione e sarebbero addirittura indeboliti da eventuali finezze interpretative. La propulsione energetica dura così almeno fino al climax finale, che purtroppo (come capita quasi sempre, anche nelle migliori esecuzioni) è stato piuttosto caotico e sguaiato, con gli ottoni gravi e la banda aggiuntiva troppo prominenti. Viene il sospetto, guardando la partitura di Mahler, che qui egli abbia voluto mostrare proprio lo stato vulcanico in cui lo spirito creatore getta l’animo artistico, che da questo magma di suggestioni dovrà trarre fuori (o, goethianamente, come vedremo, trarre in alto) un qualche principio ordinatore.

Il Maestro Chailly in mezzo ai suoi "mille"

Il Maestro Chailly in mezzo ai suoi “mille”

Abbiamo finora tralasciato di parlare dei cantanti solisti proprio perché ci pare che possano essere loro gli “spiriti guida” che conducono dall’accavallamento eccedente del Veni creator spiritus alla precisa drammaturgia del finale del Faust II di Goethe. Ne fa le spese il coro, che lascia il campo ad una lunga introduzione orchestrale. Ottimi gli ottoni e molto buoni i pizzicati e tremoli degli archi, meno soddisfacenti i legni, che pagano troppe imperfezioni in un pezzo che dovrebbe invece trasmettere cristallinità assoluta. Al suo ritorno il coro è ridotto ad un pianissimo sillabato, con tanto di effetto eco, che lo rende oramai solo uno sfondo, un paesaggio, su cui si stagliano le figure dei solisti. In primis il Pater Ecstaticus del grande baritono Markus Werba, che ha mostrato la bellezza e particolarità del suo timbro nonché la facilità nel piegare la voce a tutte le inflessioni, purtroppo non armonizzandosi sempre alla perfezione con l’orchestra (che in Mahler non è mai solo un accompagnamento di supporto). Avendo assistito alla prova generale ieri e non avendo visto Werba, ci chiediamo quante prove abbia effettuato con gli altri! In ogni caso i suoi sono stati spunti interessanti che sarebbe forse dovuto essere Chailly ad accogliere per vivacizzare anche qui la sua direzione, avara di enfasi nei passaggi di svolta, che in Mahler sono tutto. Adorno non a caso paragonava questo compositore ad un romanziere, che può e sa dilungarsi in decine di pagine di racconto di contorno per poi stringere le fila in poche parole decisive. Non identificare e far risaltare questi momenti, quasi sempre segnalati peraltro da indicazioni agogiche e da nette risoluzioni armoniche, è togliere tutto il potenziale poetico di Mahler. Se Werba ha viaggiato troppo con la sua testa, quasi l’opposto vale per Samuel Youn, che nel ruolo del Pater Profundus modera certi eccessi mostrati nella prima parte e valorizza così l’impressionante timbro scuro della voce attraverso i timbri dell’orchestra. Completa il trittico maschile il Doctor Marianus di Brenden Patrick Gunnell, voce non proprio omogenea ed educata ma efficace in spinta nel registro acuto, che è il più battuto dalla parte. Proprio lui beneficia peraltro del risveglio di Chailly, improvviso (ma forse anche studiato, consapevole) dopo il grande gesto musicale di salto in acuto dei violini che corrisponde alla parola “Jungfrau”, nella prima perorazione del tenore. Da qui in poi il pathos cresce continuamente, come se l’immagine della Madonna avesse risvegliato l’impulso maschile alla ricerca e la sua tensione verso l’eterno femminile. Essa ha ridato un ordine, una coordinata, un sopra e un sotto. Il caos dell’inno iniziale attraversa così la catarsi del pentimento, portato in scena dalle tre peccatrici. La prima è Riccarda Merbeth, che riscatta qui l’inizio approssimativo nel Veni creator spiritus, seppur senza brillare, mentre le altre due sono i mezzosoprani Lioba Braun (voce non grande ma scura e sicura) e Annely Peebo (voce invece ingrossata in gola con pericolose conseguenze nella cantabilità e intonazione). Francamente insopportabile e deleteria infine la Una Poenitentium (cioè Gretchen) di Manuela Uhl, evidentemente indisposta, in quanto conosciamo il valore di questa interprete (nettamente migliore anche solo alle prove). È proprio il tema di Margherita, che ricorda da vicino certi temi che Mahler associava esplicitamente a sua moglie Alma (a cui l’Ottava è dedicata), a portare il discorso musicale fino alla comparsa della Mater gloriosa, che, posizionata suggestivamente in cima alle gradinate del coro, ha volto e voce di Valentina Farcas, la quale ha sostituito Malin Hartelius certo senza farla rimpiangere. Non mostra problemi nelle poche ma acutissime note filate che le vengono chieste, regalandoci anche un timbro piacevole, senza traccia di stridore (abbondante invece nella Uhl) e quindi ben allineato all’accompagnamento estatico.

La conclusione, con la seconda perorazione del Doctor Marianus, è la prova che Chailly sa essere un grande direttore, ovvero che sa aspettare per piazzare la zampata decisiva, concentrata in un unico evidente e marcato rubato in un’ora abbondante di sinfonia. Tutto avviene alla ricomparsa del tema di Margherita sulle parole culminanti “bleibe gnädig”, che dopo l’allargamento precedente diventa un raptus estatico. Splendida poi tutta la trattazione dei colori, da un estremo all’altro, dai tremoli estatici dei mandolini (che torneranno nel Lied von der Erde) alle splendide frasi degli ottoni (in quei tipici controcanti mahleriani che, fin dal finale della terza sinfonia, rappresentano per lui il travaglio amoroso che genera vita). Vita questa volta eterna, ewig, come recita il coro mistico conclusivo su quell’intervallo di seconda discendente che ritroveremo nelle prossime due composizioni di Mahler (Lied von der Erde e Nona sinfonia). È il momento in cui “l’intemporale si fa evento” e “l’indescrivibile viene messo in atto”. È il momento in cui la musica, arte temporale per eccellenza, entra nell’eternità e cerca di guardarla in faccia per tanto tempo quanto le è concesso (forse tanto quanto può durare quella nota tenuta del soprano, ovvero la durata di un fiato umano, di un Aiòn greco, che significa un fiato, una vita e l’eternità allo stesso tempo).

Dunque una sfida vinta, e non è solo un gioco di parole, sul tempo, grazie ad una grande conclusione dopo un avvio che aveva un pochino deluso le attese. Ne esce vincitrice soprattutto l’orchestra Verdi e il suo coro, mentre qualche osso rotto rimarrà nella compagnia di canto. Comunque uno spettacolo raro se non unico, che andrà in scena ancora questo sabato 23 novembre e che è da non perdere, perché non si sa quando potrà ricapitare… probabilmente fra un’eternità!

Alberto Luchetti

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