Jérusalem a Fidenza

Posted on 21 novembre 2013 di

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Carlo Colombara è Roger in Jérusalem a Fidenza

Gaston: Rosario La Spina
Il Conte di Tolosa: Donato Di Gioia
Roger: Carlo Colombara
Ademar de Montheil: Gianluca Breda
L’Emiro di Ramla: Massimiliano Catellani
Hélène: Daria Masiero

Orchestra Giuseppe Verdi di Parma
Coro dell’Opera di Parma
Direttore: Marco Dallara
Balletto di Siena
Primo ballerino: Giuseppe Picone
Regia: Riccardo Canessa
Scene e costumi: Artemio Cabassi

E’ stata una grande e piacevolissima sorpresa l’esecuzione, in un teatro che non fa parte del normale circuito operistico, di un’opera rarissima di Verdi. Le forze del teatro Magnani con il forte contributo del Gruppo di Promozione Musicale “Tullio Marchetti” hanno permesso di mettere in scena un vero e proprio grand-opéra, nella sua lingua originale e con il corredo indispensabile di trenta minuti di balletto, un must per le scene parigine. Un vero approccio filologico che ha permesso di ascoltare l’opera nella sua integralità, sforzo che va assolutamente premiato.

L’opera è il rifacimento in francese de I Lombardi alla Prima Crociata, opera che ebbe molto successo in Italia poiché era a tutti noto il poema dallo stesso titolo di Tommaso Grossi, che cercava di emulare con le sue ottave la Gerusalemme liberata. Successivamente tuttavia Verdi, conscio che la sua creazione italiana doveva essere migliorata in molti punti, collaborò con i librettisti Alphonse Royer e Gustave Vaez per modificare la trama e di conseguenza aggiungere pezzi musicali nuovi. Invece che due primi tenori i francesi ascoltarono un unico tenore con una parte quindi più estesa e con l’impegnativa nuova aria della degradazione nel terzo atto, dove Duprez aveva modo di risaltare massimamente. Fra le novità troviamo poi un nuovo bellissimo preludio all’opera, che include il tema del terzetto finale, un nuovo duettino per gli amanti che si spegne prima di cristallizzarsi (vero stile francese), l’affascinante levarsi del sole musicato, una nuova marcia imponente per l’arrivo dei crociati (con un nuovo potente inno alla guerra) e come abbiamo accennato 4 airs de dance per la scena nell’harem. Tutto risulta molto raffinato e i pezzi presi di blocco dalla partitura italiana vengono introdotti da eccellenti recitativi accompagnati che nulla hanno a che spartire con i rozzi segmenti de I Lombardi. Un’opera quasi completamente nuova dunque, ripensata a fondo, arricchita ovunque e degna di avere una vita e sé stante. A Parigi venne molto apprezzata per 30 anni: logicamente quando la Scala la presentò in una zoppicante traduzione italiana il pubblicò non apprezzò, essendo l’originale italiano amato soprattutto per il suo patriottismo (non si poteva certo sostituire il quadriportico di Sant’Ambrogio con la città di Tolosa!).

I meriti scenici vennero quindi posposti ai meriti musicali e quindi Jerusalem fu l’unico rifacimento verdiano che non sostituì l’originale, situazione che si mantiene fino ad oggi: è infatti l’unico spartito che non compaia nelle edizioni Ricordi, lacuna che dovrebbe essere colmata presto con una bella edizione critica che renda giustizia anche alla versione definitiva del balletto (esistente in due versioni di poco differenti).

A Fidenza abbiamo ascoltato con piacere Carlo Colombara, già interprete anni fa del ruolo al Carlo Fenice e quindi già preparatissimo. Non solo ha sfoggiato una voce calda e robusta, sicura degli slanci di Roger come la sua potente cabaletta (unica nota negativa le mancanza della ripresa della stessa), ma si è anche rivelato potente nella vibrante aria all’inizio del secondo atto. Gli applausi più intensi sono stati indubbiamente strappati da lui.

La cantante esperta in ruoli pucciniani Daria Masiero non ha temuto né le grandi arcate nei concertati supremi del primo atto né il virtuosismo pieno di trilli e sincopi della polacca che viene cantata nel sapere che Gaston sia ancora in vita. Convincente anche il lirismo nel lungo duetto con il tenore nell’harem. Proprio il tenore australiano Rosario La Spina è risultato l’elemento debole del cast: si riscontrava una certa sicurezza nel canto, ma al passaggio nel registro acuto ecco enormi problemi, la voce si incrinava con emissione alquanto legnosa. Pessimo esempio quindi la sua aria “Je veux encore entendre”, che avrebbe dovuto essere giocata sulle mezze voci come giustamente ha fatto Juan Diego Flòrez nei bis del suo recentissimo recital alla Scala: un confronto così immediato ed evidentemente alquanto inclemente ci mostra comunque cosa significhi il vero controllo del fiato, che segna la superiorità del tenore peruviano, che a differenza di La Spina mai sforzava i la bemolle o i due stupendi do acuti che Verdi ha posizionato proprio per far risaltare la voce del primo interprete Duprez, pur ormai a fine carriera. Solo per la sua bravura è stata composta anche l’aria della degradazione, che ha perso a Fidenza un po’ della sua magnificenza a causa del ridotto organico delle masse corali (la partitura prevedrebbe infatti anche un coro di monaci che ci fa pensare già agli inquisitori del Don Carlos). La Spina ha cantato quest’aria meglio della precedente, essendo protetto dai pertichini e dalla presenza del coro, eseguendo infine integralmente la cabaletta.

G. Picone

G. Picone

L’ultimo protagonista di questa serata elettrizzante è stato Giuseppe Picone, che ci affascinato nella mezz’ora delle danze. Étoile di rinomanza internazionale, ha scelto per sé i movimenti del balletto più intimi e suadenti incantando con movimenti studiati. I brani più brillanti erano invece interpretati da 5 ballerine attingendo al repertorio classico (nell’ultimo movimento 4 ballerine sembravano riprendere la danza dei piccoli cigni dal Lago dei Cigni). La musica, che è il primo esperimento nel campo del balletto di Verdi e quindi non ha ancora la varietà e l’orchestrazione di un balletto come “La Peregrina”, ha preso dunque una nuova vita dal protagonista Picone secondo forse solo a Roberto Bolle.

L’orchestra, con solo tre prove alle spalle, ha fatto miracoli: certo alcune sfilacciature erano ben udibili, ma per una partitura di tre ore il direttore Marco Dallara è riuscito a mantenere alta la tensione senza mai perdere il controllo di una buona concertazione. Il coro, che come detto era in numero nettamente inferiore rispetto a quanto richiesto in partitura, ha mostrato qualche insicurezza in alcuni attacchi ma nel complesso ha svolto con onore il suo compito, soprattutto in due squarci: la versione francese di “O Signore dal tetto natio” e, nel quarto atto, il grande coro con invocazione a Gerusalemme che dà il titolo a questa poco eseguita opera, che meriterebbe una conoscenza più approfondita per i suoi grandi meriti musicali.

Regia molto limitata dalla dimensione del palcoscenico e dai pochi mezzi scenografici ma intelligentemente risolta con l’uso delle luci da Riccardo Canessa, colpevole forse solo di non far muovere particolarmente i personaggi sulla scena. Anche le scene e costumi di Artemio Cabassi sono dunque difficilmente valutabili dato l’evidente budget ridotto.

Grazie al Teatro Magnani che deve essere orgoglioso di aver tributato con coraggio un notevole omaggio a Verdi nel suo bicentenario con una rarità da noi tanto apprezzata. Grazie!

 

Fabio Tranchida

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Posted in: Opera