Chung inaugura la Filarmonica 2013/14

Posted on 8 novembre 2013 di

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Myung Whun-Chung

M. Ravel: Ma mère l’Oye
M. Ravel: Daphnis et Chloé, suite n.2
M. Mussorgsky: Quadri di un’esposizione (orch. Ravel)

Orchestra Filarmonica della Scala
Direttore: Myung-Whun Chung

Le rose bianche delle grandi occasioni ornano il fronte del palcoscenico quando Myung-Whun Chung sale sul podio per il suo settantasettesimo concerto con la Filarmonica della Scala, orchestra della quale è socio onorario ma dalla quale mancava dal 2009. Solo lui poteva sostituire un altro socio onorario come il previsto Georges Prêtre, purtroppo assente per motivi di salute, nell’inaugurazione della nuova stagione 2013/14. Il programma è una festa pensata appositamente per lo sfoggio orchestrale, dato che risulta tutto orbitante attorno al nome di Ravel. Un omaggio anche indiretto, attraverso i Quadri di un’esposizione da lui orchestrati che coprono tutta la seconda parte della serata, mentre la prima parte inanella due delle sue pagine più suggestive: la fiabesca Ma mère l’Oye e la seconda suite dal balletto Daphnis et Chloé. Nonostante siano ravvicinate nel periodo di composizione (1911 e 1913), queste due opere sono estremamente diverse per ragion d’essere. La prima nasce come ispirazione privata, presso Fontainebleau, inizialmente pensata per i due piccoli figli di dell’amico Godebski, la seconda invece è una commissione del patron dei Ballets Russes Djagilev, nonché uno dei più lunghi e complessi pezzi di Ravel (la suite ne copre solo una parte).

Con la sua consueta economia nei gesti, sempre pacati, Myung-Whun Chung ci sprofonda nella sospensione particolarissima della Pavane de la Belle au bois dormant, primo dei cinque “pezzi d’infanzia” di Ma mère l’Oye. La cifra stilistica della sua lettura è una moderazione anche nelle scelte di dinamica, articolate intorno al piano (con rarissime puntate al forte nei crescendo di Petit poucet e Laideronnette), senza che ciò coincida con un rallentamento dei tempi, tendenzialmente rapidi. Ne risulta l’impressione di una realtà impalpabile ma scorrevole, come quella dei sogni. Orchestra che risponde bene, seppur con qualche inciampo (ad esempio i legni negli ardui interventi in appoggiatura in fortissimo in Laideronnette, il violino solista in Les Entretiens de la Belle et la Bête), ma mostrando sempre concentrazione e impegno nel mantenere il fragile equilibrio di queste atmosfere rarefatte. Anche perché esso è già abbondantemente minacciato da una quantità inesauribile di colpi di tosse, complici il cambio di stagione e l’età non proprio primaverile della media del pubblico in sala! Quando Chung mantiene a lungo la pausa dopo il terzo dei cinque pezzi pare quasi lo faccia per permettere alle gole degli spettatori di liberarsi, si spera definitivamente. A fronte di qualche detta imprecisione (che l’orchestrazione trasparente del brano metteva impietosamente in risalto) si devono registrare anche gli straordinari effetti timbrici quali quello dell’estatico finale di Le Jardin féerique. Su queste premesse si capirà che il secondo brano, la suite n.2 da Daphnis et Chloé, ha invece messo a frutto le qualità migliori messe in campo oggi. Chung riesce infatti a costruire una base vellutata nel legato degli archi, di modo che il resto dell’orchestra possa spiccare senza mai rimanere scoperto nell’impasto. I fiati possono così dedicarsi ad impreziosire l’insieme di colori e figure idiomatiche estremamente evocative. Non guasta anche una perfetta gestione delle dinamiche, che qui devono essere amministrate con cura per coprire forcelle a volte anche di svariate decine di secondi. La suite coincide infatti con la terza parte del balletto, che si apre col sorgere progressivo dell’alba e che, dopo gli episodi bucolici con protagonista il flauto (buona risposta di Marco Zoni), si conclude quasi agli antipodi con uno sfrenato baccanale. Non si può non citare lo straordinario livello di compattezza e precisione raggiunto dalla Filarmonica in questo passaggio orgiastico, scritto in uno scomodissimo 5/4 che Chung pare riuscire a gestire con piccolissime vibrazioni del polso. In chiara vicinanza al Boléro, siamo qui all’apice delle grandi prove di virtuosismo che Ravel ha saputo pretendere da un’orchestra. Dopo l’accordo conclusivo il primo pienamente soddisfatto è Chung stesso, mentre scoppia un convinto applauso.

Smaltito l’entusiasmo durante la pausa, il secondo tempo dedicato ai Quadri di un’esposizione si apre subito con un incipit delle trombe ampiamente incerto e rivedibile, tanto che la ripresa del famoso tema della Promenade da parte degli archi è un sollievo per l’orecchio. Per tutto il brano Chung chiede evidentemente al reparto degli ottoni di esporsi senza paura, un gioco piuttosto pericoloso conoscendo le caratteristiche dell’orchestra. Le cose migliori sono arrivate dunque dagli altri reparti, specialmente nelle atmosfere gotiche de Il vecchio castello o nella processione tetra del carro Bydlo. Molto evidente è stata la discrepanza di valori interna all’orchestra nel pezzo che ritrae i due ebrei polacchi opponendo proprio un recitativo scuro (reso ottimamente con tempi dilatati) ad un’isterica risposta delle trombe (in cui il tempo velocizzato ha messo ulteriormente in difficoltà gli esecutori). Col procedere dei quadri si è ritrovata una maggior omogeneità nella prestazione dei vari reparti, prima peccando solo di una certa sbrigatività negli intereventi da parte degli ottoni gravi in Baba Yaga e poi finalmente, dopo un intenso crescendo, con una decisa e perfetta scansione del tema al varcare della Grande porta di Kiev. Le cose migliori arrivano comunque dagli archi, che pur nel tripudio riescono a far sentire con nitidezza il loro disegno di accompagnamento. Griffe finale di Chung, che finora aveva lavorato soprattutto sulla scelta di tempi molto variati, è l’accordo conclusivo eseguito improvvisamente in piano dopo l’apoteosi in fortissimo che lo precede. Lo avevamo già sentito dirigere quest’opera con la Filarmonica nel settembre 2009 ma non ricordavamo questa finezza.

Prolungati, seppur mai scroscianti, gli applausi finali per orchestra e direttore, che (come già aveva fatto un mese fa con la Staatskapelle Dresden) non vuole figurare da protagonista e accenna a sedersi ad applaudire lui stesso gli orchestrali. Il pubblico che ascolta tutti i mesi questa compagine sa tuttavia quale merito Chung abbia per il buon esito di questa sera, e lo richiama a gran voce per un bis, che purtroppo non è stato preparato e non arriva. Lo aspettiamo allora nel gennaio 2014 quando tornerà con un programma che strizza l’occhio al suo maestro Giulini: sesta di Beethoven e quarta di Brahms. 

Alberto Luchetti

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