Die Soldaten impressiona Zurigo

Posted on 30 ottobre 2013 di

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Marie (Susanne Elkmar) nell'apocalisse finale

Wesener: Pavel Daniluk
Marie: Susanne Elmark
Charlotte: Julia Riley
La madre di Wesener: Cornelia Kallisch
Stolzius: Michael Kraus
La madre di Stolzius: Hanna Schwarz
Il colonnello: Reinhard Mayr
Desportes: Peter Hoare
Pirzel: Michael Laurenz
Eisenhardt: Cheyne Davidson
Haudy: Yuriy Tsiple
Mary: Oliver Widmer
Contessa de la Roche: Noemi Nadelmann

Philarmonia Zürich
Direttore: Marc Albrecht
Regia: Calixto Bieito

Se è lecito parlarne in questi termini, Die Soldaten di Bernd Alois Zimmerman è senza dubbio il caso operistico più significativo degli ultimi anni. Nonostante l’opera risalga al 1965, è solo dal 2012 che ha avuto una notevole emersione dal mondo dell’avanguardia poco o mai replicata in direzione dei verdi pascoli del repertorio consolidato. In principio fu il Festival di Salisburgo, che l’anno passato la propose in pompa magna con la regia di Hermanis e i Wiener in buca diretti da Metzmacher. Il successo salisburghese ha così aperto a quest’opera le porte di molti grandi teatri (Amsterdam, Zurigo, Monaco, Berlino e teoricamente anche in Scala, sebbene non sia dato di sapere quando) facendone una delle partiture oramai più rilevanti della seconda metà del Novecento. Non solo, questo boom è un caso a sé stante poiché raramente si è vista un’opera di questa complessità (tanto di messa in scena quanto di fruizione) riempire con tanta facilità le sale più importanti d’Europa. La voce si sparge e tutti sembrano voler vedere di cosa si tratta. Cercheremo dunque di rendervene conto, ricordando che la produzione di Amsterdam di alcuni anni fa era stata già recensita per operaclick da Edoardo Saccenti.

Il sipario della bomboniera della Zürich Opernhaus si apre immediatamente con una sorpresa: L’orchestra (enorme e variegatissima, specialmente nelle percussioni) non è in buca ma sul palco, su una pedana rialzata di tralicci gialli, con tutti gli orchestrali in tutta mimetica. Anch’essi soldati per l’appunto. Tutti soldati. Il direttore Marc Albrecht è invece in maniche di camicia rimboccate, e il suo primo attacco è come una dichiarazione di guerra a tutto e a tutti, che si traduce immediatamente in un profluvio di dissonanze scandite da sordi colpi di timpano. Da qui fino alla fine dell’opera l’orchestra sarà sempre impeccabile, riuscendo a dare ad una partitura a tratti illeggibile e incomprensibile una trasparenza e chiarezza straordinarie. Albrecht non è nuovo a queste sfide (quasi sempre vinte) e sa che il suo ruolo può essere proprio quello di un generale che deve in primis far rigare diritto le sue truppe: il gesto è sempre chiaro, regolare, implacabilmente privo di orpelli e suggerimenti di agogica. La posizione dell’orchestra (rialzata e arretrata in fondo al palcoscenico) ha inoltre favorito il contenimento delle impressionanti forze orchestrali prescritte da Zimmerman, permettendo ai cantanti-attori (mai come in quest’opera il limite non è tracciabile) di stare sempre in primo piano e di emergere senza dover ulteriormente sforzare le voci, già messe abbondantemente alla prova da una scrittura ardua. Per far funzionare questa macchina perfetta, che ribalta la prossemica tradizionale dell’opera lirica, è stato necessario anche aggiungere degli “aiuto-direttori” che stessero invece come di consueto fra il palco e la platea per dare gli attacchi agli interpreti. Completa il quadro di assoluta complessità (finora mai realizzato con questa completezza, nemmeno a Salisburgo) la presenza di schermi e amplificatori per il materiale audio e video pre-registrato da coordinare con tutto il resto. Insomma musicalmente un’impresa titanica ma di straordinario successo, che già di per sé risulta così uno spettacolo per il suo stesso titanismo e virtuosismo.

L'innovativa disposizione dell'orchestra

L’innovativa disposizione sopraelevata dell’orchestra, diretta da Marc Albrecht

La scena, posta dunque in posizione privilegiata a immediato contatto col pubblico, è stata curata dalla regia del controverso Calixto Bieito, personalità artistica senz’altro affine ai temi e all’approccio di Die Soldaten: sesso, violenza, sfruttamento, smascheramento della morale dominante, istinto di branco, colpa, perdizione sono tutti elementi portanti di questa produzione. L’attenzione di Bieito si concentra soprattutto sulla protagonista Marie. Ancor prima che inizi l’opera troviamo infatti una sua immagine proiettata sul sipario: è ancora una bambina, bionda e dai grandi occhi azzurri. L’inquadratura indugia poi fra le braccia, dove scopriamo un gallo, che presto richiama l’immagine della lotta assassina fra questi animali. Il fragile velo dell’innocenza è rotto per sempre, l’orchestra spalma le sue dissonanze e il gioco insensato ma inesorabile della violenza ha inizio. Al suo culmine, nel finale, l’ultima immagine risponde alla prima: vediamo Marie, fiore presto sfiorito, inginocchiata al centro del palco a braccia larghe, come crocefissa, completamente ricoperta di sangue e intenta a gridare a squarciagola il suo orrore per questo mondo. Tutto ciò che intercorre fra la bambina dell’inizio e la martire finale è Die Soldaten, ovvero una feroce fenomenologia dei rapporti umani alienati. Ogni scena diventa dunque variazione su questo tema, seguendo sul palcoscenico la stessa logica ferrea che struttura la musica (ogni scena è una forma musicale che varia un materiale tematico di partenza, come in Berg, con un ancor più largo uso del serialismo dodecafonico). Nessuno si salva dall’apocalisse (anche atomica, come è enfatizzato dall’ambientazione negli anni sessanta) che ci viene presentata in piena sinergia agli occhi e alle orecchie. Perfino i personaggi teoricamente meno negativi, come la sorella Charlotte o la Contessa, vengono presentati in tutto il sadismo della loro compassione orgogliosa e piena di malcelato disprezzo, secondo la traduzione decostruzionista da Nietzsche in avanti. Si sprecano chiaramente i denudamenti, gli stupri e gli sfoghi animaleschi, che tutto sommato restano la cosa più banale e meno efficace per comunicare realmente l’ottica disperata dell’autore. Resta comunque il grande merito di non aver concesso niente ad una possibile lettura moralistica, che era propria di Lenz (autore settecentesco del dramma originario) ma assolutamente non di Zimmerman. Ultimo strike di Bieito è stata la capacità di porre questa messa in scena in continuo contrappunto con gli stilemi della tradizione operistica. Ancora una volta si sta seguendo una volontà del compositore stesso, che proprio nel sovrapporre e intersecare le scene voleva dare un significato nuovo alle forme concertate italiane e alle potenzialità della musica di mescolare ottiche diverse sul medesimo dramma. Qui tutto è a rovescio: i drammi, ovvero i palcoscenici, sono molteplici, ma è l’ottica a risultare tragicamente sempre identica (identicamente priva di speranza) ovunque la si collochi. Ed è poi lo spazio settecentesco e rococò della Opernhaus di Zurigo a fare il resto, in un continuo dialogo coi tralicci della scena che sfocia nel finale nell’atto di vandalismo di uno dei soldati, che con una mazza da baseball frantuma un puttino esornativo.

Sperando di avere detto l’essenziale per dare un’idea delle innovazioni di regia e direzione musicale, possiamo passare a raccontare il cast di interpreti, premesso che vige una intrinseca difficoltà nel valutare il canto in parti che non sono certo state scritte per esaltare gli organi vocali più dotati ed educati. Quest’opera esige soprattutto precisione assoluta nell’intonazione, poiché si è chiamati ad intervalli assolutamente non ortodossi e spesso anche in registri scomodi se non scomodissimi (soprattutto verso l’acuto). Il resto è efficacia e incisività nel fraseggio, a cui si devono sommare infine doti attoriali non indifferenti. Queste caratteristiche sono state presenti sostanzialmente in tutti i membri del cast, seppur con differenze poi nel grado di perfezionamento e nella padronanza della parte. Impressionante la soprano (“di coloratura”, dice la partitura) danese Susanne Elmark nel ruolo della protagonista Marie, scenicamente perfetta come sfortunata e fragile Lolita anche grazie ad una vocalità che risulta precisa pur senza mai essere tonante e matronale, come invece sono la sorella Charlotte (il mezzosoprano Julia Riley) e la madre di Stolzius (una rediviva Hanna Schwarz, ancora in grande forma vocale). Meno impeccabile nell’intonazione ma incredibilmente abile nel piegare il fraseggio è stata invece Noemi Nadelmann, che ha dato vita ad una inaspettatamente sadica Contessa de la Roche. Per quanto riguarda il cast femminile infine spicca, seppur nella brevità della parte, la madre di Wesener di Cornelia Kallisch, che sfrutta le sue doti di contralto molto profondo per profetare il destino di crocefissione metaforica di Marie.

Marie (Susanne Elkmar) donna oggetto

Marie (Susanne Elkmar) donna oggetto

Molto nutrita la compagine maschile, con un gran numero di soldati trattati come parti soliste di cui sarebbe impossibile rendere conto nel dettaglio. Emergono certamente ai due opposti l’acutissimo Pirzel di Michael Laurenz e il prete-heldenbariton Eisenhardt di Cheyne Davidson, che battibeccano sull’origine del male nella donna con voci da caratteristi che pure non hanno nulla di buffo ma molto di tragicamente straniante (è questo straniamento quasi brechtiano uno degli effetti più diffusi di questo spettacolo). Ottima oltre ogni dubbio anche la prova dei due protagonisti fra cui Marie oscilla: Michael Kraus è uno Stolzius che non perde mai la bussola vocale anche nella peggior disperazione, mentre Peter Hoare è un Desportes (che in partitura è denominato “sehr hoher tenor”!) lascivo anche per la bellezza innaturale e seducente dei suoi acuti e sovracuti. Più ordinari, anche per via della parte meno sviluppata, Pavel Daniluk (Wesener), Reinhard Mayr (il colonnello) e Yuriy Tsiple (Haudy). Leggermente carente Oliver Widmer (Mary).

Chiudiamo il resoconto con un piccolo bilancio. L’opera in questo allestimento merita assolutamente una trasferta, poiché è senza ombra di dubbio una delle produzioni teatrali più intense e interessanti degli ultimi anni. Bisogna armarsi di pazienza e di buona volontà, preparandosi a mettere in discussione ciò che significa andare all’opera. Non sarà certo Die Soldaten a risolvere l’oramai centenario problema della dissociazione fra musica d’avanguardia e fruizione di massa, ma essa resta un esempio tangibile di come un’idea forte, portata avanti con coerenza nella musica e nella scena, possa attrarre in sala migliaia di spettatori interessati e curiosi e risvegliare un dibattito culturale che oggi latita. Sperando che essa non si limiti a “far discutere” sterilmente, ma sia anche una vera esperienza estetica. Le carte in regola ci sono, ora sarà il tempo a dirci se dopo questo boom iniziale ci sarà margine per un ingresso in repertorio che avrebbe più dell’unico che del raro per un’opera degli anni sessanta.

Alberto Luchetti

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