Axelrod fa grande “theVerdi”

Posted on 30 ottobre 2013 di

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John Axelrod

S. Rachmaninov: Concerto per pianoforte e orchestra no.4 in sol minore op.40
J. Brahms: Sinfonia n.1 in do minore op.68

Orchestra sinfonica di Milano Giuseppe Verdi
Pianoforte: Alexander Ghindin
Direttore: John Axelrod

 

Ci ha fatto compagnia nell’ultimo mese la carrellata integrale dei concerti di Rachmaninov che laVerdi ha proposto all’avvio della sua ventesima stagione. Ora giunge al termine, col Quarto ed ultimo concerto, probabilmente il meno noto e il più introverso e delicato dei quattro, essendo costato a Rachmaninov un decennio di lavorazione e un quindicennio di revisioni. Serviva un pianista ricercato, esperto, e preferibilmente… russo. Azzeccata quindi la scelta di Alexander Ghindin, molto noto in patria (dove quasi venti anni or sono fu il più giovane vincitore del premio Cajkovsky) e concertista in tutto il mondo, ma poco noto in Italia. Dietro di lui è solidissima la mano di John Axelrod, direttore principale dell’Orchestra Verdi che completa la serata dirigendo una delle sue specialità: la Prima sinfonia di Brahms, della quale (insieme alle altre sinfonie brahmsiane) usciranno cd e dvd proprio con questi direttore e orchestra.

Nel parlarvi del concerto ci concentreremo soprattutto sul pianista, che ha immediatamente conferito un proprio carattere all’esecuzione, mostrando di essere artista navigato e interprete non banale. Mentre l’orchestra si muove con solennità fin dall’introduzione, egli a sorpresa attacca con nonchalance, smitizzando il modello eroico del grande solista (tardo)romantico che ancora era protagonista nel Secondo e Terzo concerto dello stesso Rachmaninov. L’enfasi sulle distanze di dinamica fra i forti in battere e i piani in levare, insieme ad un senso di generale imprevedibilità ritmica, sembra quasi descrivere un’andatura ciondolante e dinoccolata. L’inizio del secondo tempo ha addirittura qualcosa di salottiero, in una profonda presa di coscienza di ciò che l’arte di Rachmaninov era diventata nel periodo fra le due guerre. Il terzo movimento infine raggiunge livelli di virtuosismo paragonabili a quelli dei precedenti concerti, senza tuttavia mai sfociare nelle grandi espansioni melodiche di quelli. Ci prova a volte l’orchestra, ma sempre in sordina, mentre il solista macina nel suo intimo brevi cellule musicali a raffica. Ancor più meritevole dunque Alexander Ghindin, che da un tale discorso frastagliato e accavallato riesce ad emergere con la naturalezza e nonchalance di cui abbiamo già accennato. Fattore decisivo è stata una sempre molto chiara articolazione delle frasi, evitando eccessi di legato (piuttosto importanti invece negli altri concerti) e giocando molto sugli aspetti ritmici. Scordiamoci i pianisti emaciati e sofferenti che si sdilinquiscono sulla tastiera, ma senza sottovalutare lo sforzo estremo e reale che serve per mantenere questo grado di controllo e di semplicità “di secondo grado”, ovvero di semplicità ricostruita dal complesso. E’ la fronte imperlata di sudore su cui il fazzoletto corre ad ogni pausa a confermarci tutto il lavoro che sta dietro ad una esecuzione come questa. Eppure come sempre il latente non arriva al pubblico, che, orfano dello sfoggio di estro ostentato, applaude con parsimonia e rinnova la tradizione di mediocre successo che questo brano si porta dietro fin dalla sua prima esecuzione (motivo poi delle tante revisioni dell’autore). Le risorse per un grande pianista sono tuttavia infinite, e per i bis Ghindin ha saputo pescare sempre da Rachmaninov le giuste pagine per ottenere il degno riconoscimento che meritava. Pensiamo in particolare al Preludio n.5 dall’op.23 (che peraltro è in sol minore, come il Quarto concerto), dove ha saputo unire la facilità della mano sinistra nelle fioriture ricche di cromatismi con la scansione ritmica di marcia della mano destra, costruendo una timbrica non priva di qualche vena di humour.

Abbiamo volutamente tralasciato i dettagli sull’orchestra e sul direttore per dedicare a loro l’intera seconda parte dell’articolo, utilizzando la Prima sinfonia di Brahms come più che ragguardevole cartina di tornasole. Fin dai primi accordi sono molto evidenti i tratti salienti della direzione di John Axelrod, in cui si riconosce l’eredità del suono cosiddetto “americano”, straripante di effetti fin quasi a meritarsi la nomea maligna di “hollywoodiano”. Prendo a prestito una citazione per meglio descrivere questo approccio: “un esecuzione orchestrale ricca, seducente, espressiva? Piena di emozione? Di grandi cavate? Di archi dal canto setato? Di oboi e flauti palpitanti? Di possenti ottoni e timpani?”. Sono parole di Bernstein (che è stato peraltro maestro proprio di Axelrod), pronunciate ironicamente sotto forma di domanda durante uno dei suoi Young People’s Concert nel quale aveva appena eseguito una sinfonia di Haydn in maniera non esattamente filologica (link). Qui tuttavia siamo in pieno tardo romanticismo, siamo nel 1876, in buca ci sono oltre una sessantina di archi e circa una decina di ottoni, siamo in Brahms e non in Haydn. Possiamo dunque considerare appropriata una lettura enfatica e brillante? Lo era quella (indimenticabile) di Bernstein stesso? Ai posteri l’ardua sentenza. Ciò che è certo è che non può lasciare indifferenti, almeno sul fronte puramente tecnico, la notevole prova di questa sera dell’Orchestra Verdi, e il merito è indubbiamente anche della mano (perché la bacchetta non c’è!) di Axelrod, che da ospite fisso conosce oramai l’orchestra e sa comunicare molto bene con essa. Già qualche mese fa, sempre nell’ottica dell’integrale brahmsiana, avevamo ascoltato una sua impressionante Quarta, e il livello si è mantenuto altissimo. Esaltati su tutti sono stati gli archi (ci capita spesso di nominare i violoncelli, in grande spolvero), appunto gratificati da arcate ampie e cavate profonde, con risultati timbrici ricchissimi e con enorme espressività e intensità. Il gesto del direttore è infatti sempre ampio, spesso a due braccia, e ogni frase è evidenziata da dovute pause che incrementano l’aspetto monumentale di questa sinfonia. Ne fa le spese il ricamo contrappuntistico, annegato nell’incedere perentorio della linea principale. Ne fanno le spese anche gli accompagnamenti dei fiati, spesso costretti ad un fortissimo generalizzato che poco li valorizza, rendendone opaco e stimbrato il suono. Tutt’altra cosa invece quando questi hanno posizione di rilievo melodico, sia di canto che di controcanto, con delicati pianissimi e bellissimi suoni da tutti gli strumenti (tanto dai legni quanto dagli ottoni) che diventano così degni compagni degli archi nel gioco di richiami e risposte del secondo movimento. Conoscendo Axelrod, ci saremmo aspettati una grande prova soprattutto nei movimenti più decisi (primo e quarto), invece ci ha sorpreso proprio l’Andante, carico di senso di abbandono nei tanti crescendo che sfumano poi nella frase discendente dell’oboe sull’arpeggio di tonica (mi-si-sol#). Ripensando alle esecuzioni di Bernstein forse ci sorprende meno che Axelrod abbia saputo tirare fuori tanto da questo movimento. Non è stato in ogni caso da meno il finale, caratterizzato da una lenta metamorfosi a partire da una legatissimo frase ascendente nell’incipit fino ad uno staccatissimo e cadenzato corale conclusivo. Ogni ripresa di una forma musicale viene trattata da Axelrod come una individualità, o meglio come l’ulteriore gradino in uno sviluppo progressivo ed estremamente coerente. A tratti sentiremmo di poter dire che il suono prodotto dall’Orchestra Verdi è stato paragonabile a quello di grandissime orchestre, specialmente americane, per ricchezza e varietà dei timbri, espressività dei vibrati e dei sostegni armonici, efficacia delle dinamiche.

In conclusione, decisamente una bella prova dei risultati che il lavoro degli ultimi anni ha prodotto sotto la guida della Xian, anch’ella formatasi negli USA. Proprio la direttrice principale tornerà all’Auditorium fra due settimane per l’atteso Requiem di Verdi, che Axelrod diresse prima dell’estate, in attesa del culmine dei festeggiamenti con Chailly e l’Ottava di Mahler.

 

Alberto Luchetti

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