900 Italiano con Noseda e la Filarmonica

Posted on 21 ottobre 2013 di

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Mario Sironi, "Periferia" 1922

O. Respighi: Antiche danze ed arie per liuto (Seconda suite)
A. Casella: Concerto per violoncello e orchestra op.35
A. Casella: Sinfonia n.2 in do minore op.12

Orchestra Filarmonica della Scala
Direttore: Gianandrea Noseda
Violoncello: Enrico Dindo

 

Ultimo appuntamento per la stagione 2012-2013 della Filarmonica della Scala, e forse uno dei più significativi. Dopo tante serate dedicate soprattutto ai grandi sinfonisti e concertisti di fine Ottocento, dai tedeschi ai russi, con ospiti i migliori direttori e solisti da tutto il mondo, arriva il momento del Novecento e dell’Italia. È un’operazione mirata, perché vede protagonisti due italiani nel programma e due sul palco (Ottorino Respighi e Alfredo Casella da una parte, Gianandrea Noseda ed Enrico Dindo dall’altra). È un’operazione mirata, perché fa parte del progetto dvd “900 Italiano” presto edito da Sony Classical. È un’operazione mirata, infine, perché si colloca come una testa di ponte a conclusione della stagione. Quale istituzione, meglio della Filarmonica della Scala, potrebbe infatti farsi carico del compito meritorio di riscoprire un repertorio ancora tutto da valorizzare, in un paese a volte troppo identificato nel melodramma e che ancora deve smentire Verdi e la sua constatazione: “l’arte nostra non è l’instrumentale”.

Dei due autori messi sotto la lente d’ingrandimento Respighi è probabilmente il più eseguito grazie al fascino dei suoi poemi sinfonici “romani”. Troppo banale sarebbe stato tuttavia proporre oggi uno di quei brani (peraltro già registrati per il progetto “900 Italiano” dalla Filarmonica con Prêtre), mentre ci viene proposta una sua pagina almeno teoricamente meno sinfonica e figurativa come la Seconda suite di Antiche danze ed arie per liuto. Tuttavia l’aggiunta (rispetto alla prima suite) di clarinetti e celesta porta inevitabilmente la dimensione astratta e concertante più prossima alle atmosfere sinfoniche. Questo avviene in particolare nel terzo movimento (Campana parisienses), dove il superamento del romanticismo non pare più un rifiuto totale delle sue invenzioni tecniche ma anzi una applicazione di esse alle forme del passato. Siamo “così vicini eppur così lontani” dal collega Stravinsky, che faceva sostanzialmente l’opposto. Qui sono le armi della modernità ad essere al servizio degli equilibri antichi, e non viceversa. E’ un territorio ancora poco esplorato dai grandi interpreti e dalla discografia, e tanto più difficile è dunque il lavoro di Gianandrea Noseda, che deve gestire un sistema di bilanciamenti di estrema delicatezza e complessità. La sua consueta energia e precisione nella scansione ritmica gli ha subito permesso di risolvere con successo le danze del primo e secondo movimento, mentre gli ariosi concertanti sono stati soprattutto pane per i denti delle prime parti della Filarmonica. Ottima la risposta di questi ultimi (e dei legni in particolare), specialmente per un grande senso della musicalità, requisito primario in questi casi, che ha creato piacevoli oasi di sospensione in contrasto con l’agitato approccio direttoriale. Notevole anche la fluidità del doppio clavicembalo. È emersa così nel complesso soprattutto la gioia del far musica d’assieme, senza una gerarchia evidente nei ruoli e senza manie di protagonismo: rievocazione di un mondo in cui la musica non era ancora sfoggio di virtuosismo solistico o abuso degli effetti d’orchestra. Troviamo insomma un volto decisamente diverso da quello con cui siamo soliti immaginare Noseda, spesso immerso nelle grandi gestualità e espressioni tipiche del tardo Ottocento e inizio Novecento (a cui torneremo poi con la Seconda sinfonia di Casella). A rigore bisogna tuttavia anche dire che il suo gesto frenetico e vibrante, che tanto premia la resa ritmica, non è sempre di cristallina precisione, sporcando le parti di contrappunto più fitto. Resta comunque trascinante l’entusiasmo con cui affronta e vivifica il “piccolo mondo antico” delle danze di Respighi, altrimenti a forte rischio stucchevolezza.

Gianandrea Noseda

Gianandrea Noseda

Sbarcando sul pianeta Casella siamo su tutt’altro fronte, siamo (con Malipiero e D’Annunzio) sulle barricate in difesa della “nuova” musica di inizio secolo. Nel nostro resoconto invertiremo l’ordine del programma di serata per seguire l’ordine cronologico, cominciando dunque col parlare della Sinfonia n.2, che richiama immediatamente la sua derivazione tardo-romantica (Mahler e Strauss in particolare). Siamo infatti nella prima decade del Novecento, in un’Italia che, dopo l’exploit del Falstaff di Verdi, fatica a stare sulla china dell’avanguardia musicale, e la sinfonia di Casella pare più interessata a rielaborare e far digerire le innovazioni estere più che sviluppare un suo percorso indipendente di ricerca. Strutturalmente siamo infatti in piena dottrina tedesca, ritrovando uno dei pilastri stabili del sinfonismo che ancora Mahler adottava (specialmente nella Sesta): la suddivisione i quattro movimenti, con tanto di evidentissima forma-sonata tripartita per il primo. Anche la cupezza delle atmosfere (già presagita dall’eloquente tonalità d’impianto di do minore) è più teutonica che italica, nonché ancora una volta molto mahleriana (pensiamo sempre alla Sesta ma anche se non soprattutto alla Seconda), tanto che nel secondo e nell’ultimo movimento troviamo perfino un significativo ricorso al ritmo di marcia. Non c’è tuttavia, dell’animo d’oltralpe, la mania per la trasformazione tematica. Il materiale ricorre e si trasforma ovviamente come in ogni sinfonia degna di questo nome, ma senza sfociare in determinanti implicazioni strutturali, senza cioè portare avanti con evidenza un discorso preciso. Più che di un rapporto dialettico fra temi (siano essi uno, due o tre), siamo di fronte ad una lunga descrizione di atmosfere che raramente entrano in contatto l’una con l’altra, sviluppandosi ciascuna nel proprio. È il caso tanto dell’apocalittico incipit con campane quanto dell’estatico finale, in cui una melodia infinita cresce senza soluzione di continuità per svariati minuti. Noseda trova queste pagine senza alcun dubbio più congeniali di quelle di Respighi. Non a caso proprio lui ha diretto la prima tedesca di questa sinfonia nel marzo scorso a Francoforte, conosce a menadito la partitura e sa coglierne l’aspetto più meritorio quando esalta questi grandi panorami in cui la tensione si accumula in un crescendo perpetuo. Bisogna riconoscergli inoltre che raramente si sente la Filarmonica suonare con questa intensità e concentrazione (complice anche la sfida del brano “nuovo”), specialmente per quanto riguarda gli ottoni e gli archi gravi, esausti dopo quasi un’ora di forsennata corsa. Da questo punto di vista brilla soprattutto il secondo movimento, sorta di potpourri orgiastico ad altissima velocità in cui si captano cromatismi degni di Rimskij-Korsakov e agilità di ottoni (qualche affanno, perdonabile, da parte di qualche esecutore) degne di Mahler. Per quanto sia abbastanza chiaro che non siamo di fronte ad un capolavoro immenso (né per innovazione né per perfezionamento di stilemi esistenti), la Sinfonia a cui Noseda ha dato forma risulta molto coerente, chiara e d’impatto, seppur priva del guizzo geniale che possa far vibrare le corde più recondite dell’animo. Forse un po’ plateale il gesto finale del direttore, che bacia addirittura la partitura! Sorprende in ogni caso trovare in un compositore italiano tanta perizia nell’orchestrazione, sia per la ricchezza timbrica che per la gestione delle dinamiche e delle tensioni armoniche.

Arriviamo così a parlare del Concerto per violoncello e orchestra dello stesso Casella, saltando in avanti fino a metà degli anni ’30. Qui, all’affievolirsi delle influenze germanofile, scopriamo una vena più autentica del compositore torinese, con un ritorno anche ad alcune caratteristiche del concertismo italiano. Difficilissimo infatti è ritrovare una struttura classica, un tema che orchestra e solista si rimbalzino. Piuttosto abbiamo a che fare con un fitto dialogo concertante in cui il violoncello, per lo più lamentoso, è perennemente immerso nel contesto dell’orchestra. La sua non può più essere la sfida del singolo all’universale (questo ideale romantico non ha negli anni trenta oramai nemmeno più il fascino tragico della disillusione), gli resterà solo quel tanto di spazio sufficiente a commentare con amarezza il panorama serrato e ostinato che l’orchestra gli pone di fronte. La linea di fraseggio di una sorta di continua cadenza del violoncello torna così a richiudersi in circoli viziosi che ricordano le volute della musica barocca, dove non a caso questo strumento era principe. Ogni frammento musicale viene così rimasticato finché è possibile, quasi in una coazione a ripetere che diventa vera ossessione compulsiva nel frenetico terzo ed ultimo movimento. Impressionante lo sforzo tecnico richiesto ad Enrico Dindo, che pure non sembra affatto in difficoltà ed anzi pare godere molto degli ostacoli che Casella gli dona in abbondanza, difettando solo leggermente in volume. Sorprende in lui non solo la velocità d’esecuzione, quanto anche l’intensità del vibrato e la precisione dell’intonazione a fronte di intervalli spesso inusuali e di una estensione richiesta assolutamente fuori dal normale (soprattutto verso l’acuto). Approfittiamo dunque per parlare anche del bis che Dindo, applauditissimo come d’altronde tutti gli orchestrali e il direttore, ha concesso: l’Alemanna dalla Seconda Suite per violoncello di Bach. Con ancora il concerto di Casella in memoria è stato interessante sentire qui le radici di quella grammatica della rielaborazione di piccolissime cellule melodiche che diventano un lungo canto dispiegato. Notevole soprattutto infine ciò che nel concerto era impossibile: il confronto coi silenzi, in cui la vibrazione del violoncello si spegne per poi riprendere oppure per tacere, quando è ora, nella cadenza conclusiva.

 

Alberto Luchetti

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