Gatti per il 150° della Società del Quartetto

Posted on 8 ottobre 2013 di

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Daniele Gatti

R. Wagner: Siegfied-Idyll in mi maggiore WWV 103
G. Mahler: Rückert-Lieder
L. van Beethoven: Sinfonia n.3 in mib maggiore op.55 “Eroica”

Mahler Chamber Orchestra
Direttore: Daniele Gatti
Baritono: Matthias Goerne

In un’annata di celebrazioni bicentenarie che coinvolgono tutto il mondo musicale, la città di Milano ha un suo anniversario specifico da onorare: il centocinquantenario della Società del Quartetto. Molte le iniziative dunque che animeranno la stagione di festeggiamenti 2013/2014. Spiccano le due integrali beethoveniane (dei quartetti col Quartetto di Cremona e delle sonate con András Schiff) ma anche la musica barocca con Koopman e Savall, il violoncello di Dindo e il violino di Kavakos o i pianoforti di Zimerman, Lisiecki e Luccherini. L’appuntamento più vistoso tuttavia è proprio l’odierno concerto d’apertura, che trova per l’occasione l’ospitalità del Teatro alla Scala. Sul podio sale un grande maestro autoctono, milanese di nascita e diplomato al conservatorio della città: Daniele Gatti. I suoi destini incroceranno spesso questo palco nel prossimo futuro, certamente per La Traviata del prossimo 7 Dicembre, forse anche per il posto da direttore musicale dell’istituzione. Per il momento possiamo registrare la calorosa accoglienza e il gradimento del pubblico milanese, a cui il maestro ha offerto una grande prova guidando l’encomiabile Mahler Chamber Orchestra. Il programma, tutto d’oltralpe, vedeva una triade impegnativa ma gratificante per un direttore di sensibilità tedesca come lui: Wagner, Mahler e Beethoven. Completa il pantheon della serata il baritono Matthias Goerne, che si incarica dei mahleriani Rückert-Lieder.

Chi ha seguito Daniele Gatti nella sua carriera, e specificamente negli ultimi anni, conosce ormai quali siano le particolarità che lo rendono riconoscibile fin dai primi accordi e indipendentemente da quale sia l’orchestra che egli sta dirigendo. Che siano i Wiener, la Royal Concertgebouw Orchestra, la Mahler Chamber Orchestra, la sua Orchestre National de France o quella del MET, egli riesce sempre a piegare il suono (inevitabilmente caratteristico per ogni organico) fino a mostrarci un medesimo volto, il suo, e attraverso esso il suo sentire più profondo. L’Idillio di Sigfriedo è peraltro una delle sue composizioni predilette proprio perché pare accordarsi così bene a quelle sue corde interne. Egli ne accentua ulteriormente il carattere cameristico, intimo, allontanandolo anni luce dal Wagner istrionico (secondo la frecciatina di Nietzsche) delle opere per palcoscenico. Proprio la presenza di materiale tematico comune ai drammi musicali (in particolare al finale del Siegfried) offre la possibilità di un confronto ed evidenzia le differenze che una buona interpretazione, come quella di questa sera, deve riconoscere. Tutto parte dal gesto, misuratissimo e delicato nel battere su un piano immaginario del suono mantenuto estremamente costante. Ne risulta un equilibrio assoluto nel fraseggio dell’orchestra, che trova un colore intenso senza dover mai ricorrere al fortissimo o all’arcata ampia. I segnali del direttore paiono quasi scarni e impercettibili, ma risultano evidentemente leggibilissimi, specialmente per quanto riguarda le articolazioni della frase (favorendo un legato avvolgente e di ampio respiro), mentre grande libertà viene concessa per quanto riguarda la resa del suono. In questa maniera ogni reparto dell’orchestra, estremamente compatto al suo interno ma non totalmente assorbito nell’insieme, riesce ad emergere con la sua voce caratteristica in una forma concertante che a tratti ha addirittura ricordato la ben più complessa tessitura d’archi di Metamorphosen di Strauss. All’orecchio più puntiglioso può infastidire qualche attacco non pulitissimo (evidente conseguenza di questo stile di direzione), ma nel complesso, considerando sempre le caratteristiche del brano, il risultato è eccellente e del tutto azzeccato: un idillio! Anche le parti più dolorose, segnalate dal precipitare in armonie dissonanti, non hanno la carica tragica e apocalittica che ci si aspetta in un Ring o in un Tristan, ma si tingono giustamente dell’indulgenza e della comprensione che tengono unito un focolare domestico. Segnaliamo a questo proposito che non ci discostiamo molto dalla lettura molto “addomesticata” dei Meistersinger (unica opera di Wagner in cui il focolare domestico non sia ridotto a brandelli) che lo stesso Gatti ha recentemente proposto a Salisburgo.

M. Goerne

M. Goerne

Le linee morbide e il clima intimo di sospensione e contemplazione affettuosa si confermano cifra interpretativa anche per i successivi Fünf Lieder di Mahler su testi di Friedrich Rückert. Vi sono stati momenti, specialmente nel meraviglioso Ich bin der Welt abhanden gekommen, in cui la percezione è stata dilatata a tal punto da dare quasi l’impressione che il tempo si fermasse. Aiuta anche la rarefazione preziosa dell’orchestrazione liederistica mahleriana, ad esempio in Ich atmet’ einen linden Duft, dove gli archi sono ridotti alla strana combinazione di soli violini primi in sordina e viole senza sordina. Non è semplice per il direttore mantenere la tensione alta con tempi così allungati e senza inficiare timbri così particolari, esattamente come non è semplice per l’orchestra non perdere definizione nel suono quando si filano dei pianissimi. Si capisce in ogni caso che entrambi si sentono pienamente a loro agio in questo repertorio (Gatti è un grande mahleriano e l’orchestra prende il nome dal compositore!) e si identificano in queste atmosfere. Chi è risultato invece parzialmente escluso dal perdurare dell’idillio è Matthias Goerne. Non perché abbia difettato sul fronte vocale o, men che meno, su quello interpretativo: semplicemente il suo timbro così scuro e cavernoso aveva poco in comune coi colori limpidi e cristallini prodotti dagli strumenti. L’effetto straniante è stato particolarmente forte nei primi tre Lieder (Ich atmet’ einen linden Duft, Blicke mir nicht in die Lieder e Liebst du um Schönheit), mentre gli ultimi due (Ich bin der Welt abhanden gekommen  e Um Mitternacht) si sono comunque giovati della statura dell’interprete, della sua maniera di smorzare le frasi e di rendere espressive e intense le note tenute, per risaltare. Non è un caso che in generale questi Lieder siano per lo più eseguiti e registrati da mezzosoprani. Anche in questi brani infine si sono riscontrate le controindicazioni dello stile di direzione di Gatti, ovvero qualche piccola e trascurabile imprecisione nella coordinazione delle parti, specialmente dei fiati in Um Mitternacht, dove si è fatto anche sentire eccessivamente il suono del pianoforte (che dovrebbe essere solo una sorta di raddoppio e variegatura dell’arpa). Complessivamente l’opinione condivisa è stata in ogni caso quella di aver assistito ad una delle rese mahleriane più interessanti degli ultimi tempi in questo teatro (che aveva visto pochi mesi fa sempre Goerne eseguire i Lieder aus des Knaben Wunderhorn con Harding e la Filarmonica). Tanti applausi ma nessun bis per questa prima parte di grande intensità e coinvolgimento.

Inevitabile un cambiamento stilistico per la seconda parte invece, che vede protagonista un classico dei palcoscenici come l’Eroica di Beethoven. Eppure la mano di Gatti è ancora assolutamente distinguibile e riconoscibile. Certo non ci sono più le dilatazioni tardo romantiche della prima parte, non ci sono gli effetti brillanti di scintillio in superficie di Mahler, ma c’è comunque la morbidezza di un composto musicale che non perde la sua consistenza eterea e il suo carattere ideale. Per Gatti non esiste la materia sorda contro cui inveiva Dante, tutto è plasmabile e spiritualizzato. Lo si scopre fin dall’introduzione, con ampi ritenuti sui punti di svolta della frase (dove i timpani aggiungono un tocco plastico) e gesti a scatti che si aprono e si chiudono come respiri mozzati. Eccezionale la malleabilità degli ottoni, che generalmente soffrono più di tutti le rapide variazioni dinamiche e di tempo, e notevole come anche nei passaggi turbinosi si riescano a sentire distintamente l’articolazione e la stratificazione dei vari reparti degli archi. Tutto molto affascinante, ma togliere totalmente dal panorama l’opposizione della sorda materia, contro cui Beethoven ha lottato tutta la vita arrivando infine a sperimentarla letteralmente nel suo stesso corpo, ha anche tolto parte del pathos “eroico” di questa sinfonia. L’eroe beethoveniano non è l’Eracle figlio di Zeus che supera tutte le fatiche in souplesse, è piuttosto il Prometeo goethiano che rifugge l’origine divina per far suo il destino umano, per “soffrire e per piangere, per godere e gioire” senza che una diade possa esistere senza l’altra. Esulando dalle questioni interpretative resta assolutamente apprezzabile come Gatti riesca a gestire le dinamiche (specialmente nel crescendo), spremendo fino all’ultima goccia la grande invenzione di questa sinfonia: la forza propulsiva verso ciò che segue. Emerge a tutto tondo la volontà forte del genio di Bonn, ostinata e sempre desiderosa di spingere l’asticella più in alto, come nell’impressionante passaggio di accordi ribattuti e dissonanti che si colloca nel cuore (cronologico e drammaturgico) del primo movimento. Si sente anche la mestizia, con l’evidenziazione dei contrabbassi in apertura del secondo movimento, e il dolore, con una parentesi molto passionale al culmine del climax funebre. Non si trova invece il grande rigore formale, il gesto muscolare e teso della materia stessa che si fa, nella sua sordità, principio di forza interno. E’ soprattutto lo scherzo ad essere deficitario: là dove il vigore e la precisione della scansione ritmica sono tutto, diventa infatti decisamente disfunzionale il già citato laissez-faire di Gatti. Ne consegue che non può risultare completo il riscatto finale, che dovrebbe mettere insieme tutte queste energie in un grande gesto di accettazione (si noti il richiamo alla marcia poco prima della conclusione). Beethoven si affida qui ad un tema, variato in forma di rondò, che egli aveva scritto su ispirazione mitologica non casuale: Le creature di Prometeo. Torniamo dunque inevitabilmente a Goethe e ai versi del suo Prometeo: “Quando tutto – desiderio e gioia e dolore – si sarà dissolto in un turbine di gioia, poi ristorato in un sonno gaudioso, allora rivivrai, rivivrai dall’inizio, per temere, sperare, desiderare daccapo”. Peccato non aver ritrovato questo altissimo senso del “daccapo” nel Rondò finale di questa sera, avremmo avuto una Terza memorabile. Resta invece una prova maiuscola, particolare, virtuosa e notevole, ma non del tutto centrata.

Un pubblico decisamente competente (come è quello della Società del Quartetto, a differenza del consueto scaligero) ha tributato applausi proporzionati al valore della prova e particolarmente enfatici per specifici interpreti meritori. Se il buongiorno si vede dal mattino dobbiamo dunque concludere che la stagione si prevede ricca di interesse, a scapito di tagli e crisi che funestano quasi tutte le altre istituzioni musicali nostrane, sperando che possa essere profetico lo slogan della Società: “Verso il futuro, dal nostro passato”.

Alberto Luchetti

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Posted in: Sinfonica