Cartoline dalla Russia con laVerdi

Posted on 8 ottobre 2013 di

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Una vecchia cartolina di Mosca

S. Rachmaninov: Vocalise (strumentale) op.34 n.14
S. Rachmaninov: Concerto per pianoforte e orchestra no.2 in do minore op.18
N. Rimskij-Korsakov: Shéhérazade op.35

Orchestra sinfonica di Milano Giuseppe Verdi
Violino: Luca Santaniello
Pianoforte: Simone Pedroni
Direttore: Gustavo Gimeno

 

Primo tempo Rachmaninov, secondo tempo Rimskij-Korsakov. Tanto basta a laVerdi per attirare all’auditorium un folto pubblico di amanti di quella cosa suadente e seducente che è la musica russa. E’ un salvataggio in corner dopo l’improvvisa indisposizione del maestro Aldo Ceccato, che avrebbe dovuto dirigere il concerto dando tutt’altro taglio, ovvero proseguendo la sua personale rassegna delle sinfonie di Dvořák (sarebbe toccato alla Terza). Sarebbe stata soprattutto interessante così la sovrapposizione di questo ciclo, che giunge oramai al terzo anno, con quello più breve che ha caratterizzato gli ultimi appuntamenti con laVerdi: l’integrale dei concerti per pianoforte di Rachmaninov. Non era difficile trovare un direttore sostitutivo per un brano di repertorio come il Secondo concerto in do minore op.18, più problematico era invece trovare qualcuno capace di leggere adeguatamente una sinfonia poco eseguita come la Terza di Dvořák. Ecco perché, con l’arrivo in sostituzione del giovane spagnolo (o meglio catalano) Gustavo Gimeno, il programma ha dovuto virare su un “usato sicuro” come il poema sinfonico Shéhérazade di Korsakov, grande cavallo di battaglia delle sale da concerto e soddisfazione garantita per il pubblico. D’altro canto si è perso molto dell’interesse programmatico che animava questa puntata della stagione de laVerdi, istituzione a cui non è mai mancata negli ultimi anni un’attenzione particolare per l’ideazione di un vero e proprio “percorso” (annuale o anche pluriannuale) per gli abbonati. Ci restano le belle melodie e le grandi atmosfere della Russia musicale a cavallo fra XIX e XX secolo, ma inevitabilmente le condizioni d’emergenza del concerto ce le fanno arrivare filtrate da una patina di inautenticità che ce le presenta, più che altro, come delle cartoline. Un magro surrogato quando ci si aspettava un viaggio vero e proprio.

Non è stato oggettivamente di grande aiuto il già citato direttore sostituto Gustavo Gimeno, che, nonostante sia dotato di un gesto preciso e chiaro, non è mai riuscito a comunicare adeguatamente con l’orchestra. Impossibile dare giudizi definitivi in casi particolari come questi, ma è certo che gran parte dei problemi esecutivi della serata sono imputabili a lui. La nota più positiva di questo giovane è un evidente talento nella gestione dei ritmi (il programma di sala ci rivela che ha un passato da percussionista), specialmente per precisione (come si sente nei pizzicati) e per sapienza nella gestione delle deviazioni dal tempo (i famosi rubati inevitabili in questi repertori). Il problema è che da qualche parte fra il bel e ambizioso movimento della mano e l’esecuzione del suono da parte degli strumentisti qualcosa va storto, e la resa non è mai soddisfacente, con alcune eccezioni (vedi l’inizio del terzo movimento del concerto) che dimostrano le qualità potenziali del ragazzo e il valore sottostante dell’orchestra. In sintesi: troppo si vuole e nulla si stringe, e non lo aiuta certo l’impegno da solista che costringe il primo violino Santaniello a trascurare un po’ i compiti da concertatore. E’ specialmente il fraseggio a risultare continuamente appesantito dalla mancanza di coordinazione dei vari reparti, con conseguente perdita di incisività nell’accentazione della battuta e quindi nell’enfasi sui punti chiave della frase melodica. Queste imprecisioni sono state particolarmente dannose per Shéhérazade, che, con l’eccezione del terzo movimento, è interamente basata sulla cadenza esotica della melodia e sulla brillantezza dell’accompagnamento. Nei due brani di Rachmaninov, che invece col loro lirismo si prestano evidentemente molto di più ad un legato che si spalma edulcorante dappertutto, il risultato è stato meno problematico. Da una parte si è fatto valere l’oramai elevato livello di molti dei componenti dell’Orchestra Verdi: su tutti i violoncelli che hanno raggiunto un colore di suono degno delle maggiori orchestre del mondo ma anche gli ottimi legni (flatuo e clarinetto in particolare dialogano dolcemente nel secondo movimento del concerto, ma quasi tutti sono stati preziosi nelle parti in assolo di Shéhérazade). Rivedibili solo i corni, o almeno uno di essi in frequente stonatura. Dall’altra parte sono venuti in aiuto all’incerto direttore anche i due bravi solisti “di casa” (Santaniello per Vocalise al violino e Pedroni per il concerto per pianoforte n.2), a ciascuno dei quali è rigoroso dedicare un paragrafo.

Luca Santaniello è un volto notissimo a chi frequenta l’auditorium dato che è (quasi) sempre lì pronto a presidiare la prima fila dei violini alla sinistra del podio. Negli ultimi anni la stima dell’ambiente (tanto dei colleghi e dei direttori quanto del pubblico) gli ha dato un crescente ruolo d’importanza anche come solista all’interno della stagione. Da una parte è evidentemente un modo di evitare i costi delle ospitalità, ma dall’altra è anche una bella occasione per incrementare i rapporti di un’artista interno con un pubblico affezionato. Qualcosa di analogo è accaduto anche col giovane Jader Bignamini, che sta emergendo come una delle realtà più interessanti della direzione d’orchestra italiana. E’ chiaro che il paragone termina qui, nella misura in cui Santaniello ha altra età e altra specializzazione musicale. Non ha la virtuosità o la proprietà di sfumature espressive che permettono ad un violinista di battere l’attuale agguerrita concorrenza dei solisti e girare in continuazione le massime sale da concerto del mondo, ma ha tutte le carte in regola per dare un ottimo contributo in pezzi come Vocalise o Shéhérazade. Specialmente il primo brano, essendo una trasposizione per violino di un pezzo scritto per voce, non affatica l’esecutore in ornamentazioni spropositate ma gli permette invece di godersi il canto del suo strumento (un Vuillaume copia Maggini del 1617) e il gusto della concertazione coi colleghi e amici dell’orchestra. La breve romanza in tale armonia e complicità è risultata in effetti uno dei momenti più riusciti della serata, nonostante l’infelice ruolo di “antipasto” ad inizio concerto. Le parti solistiche del poema sinfonico hanno invece teso qualche trappola in più, senza causare cadute né inciampi (la parte è padroneggiata) ma semplicemente togliendo un po’ di naturalezza e libertà all’esecuzione (specialmente per quanto riguarda il quarto movimento). Tanti gli applausi finali per quanto minori di quelli sentiti in altre occasioni per questo artista molto amato dal pubblico degli abbonati.

Simone Pedroni e Luca Santaniello

Simone Pedroni e Luca Santaniello

Simone Pedroni è anch’egli presenza ricorrente all’Auditorium in quanto pianista “in residence” de laVerdi. In parte vale quanto detto per Santaniello (non è un giramondo) ma in questo caso ha per le mani una parte non altrettanto agevole. Parliamo chiaramente del secondo concerto per pianoforte di Rachmaninov, che richiede un mix di doti impressionanti per essere portato all’eccellenza esecutiva. Lo stile pianistico di Pedroni non manca certamente di una di queste doti: il carattere. Fin dai primi accordi si è mostrato interprete attento alla ricerca della particolarità, con una scansione molto lenta e imprevedibile che ha ricordato il ticchettio di un pendolo inquietantemente fuori orbita. Purtroppo questa è stata quasi l’unica finezza che ci è stato concesso di godere, dato che con l’intromissione dell’orchestra il solista è stato quasi costantemente coperto e trascinato in una velocizzazione dei tempi che gli era del tutto estranea. Non potevano essere più opposti gli approcci delle due metà del concerto: da una parte lui, introspettivo, meditativo, analitico, articolato e marcato nel fraseggio ma delicato nelle timbriche; dall’altra l’orchestra, spavalda ad avanzare come un treno in una sonorità compatta e densa ma non proprio pulita e precisa. Nei momenti di apice del climax, quando i fortissimi dell’uno devono sincronizzarsi con quelli degli altri, la discrepanza è stata decisamente troppo evidente. Fra i due oltretutto soccombe chi fa la parte del timido, cioè in questo caso (e nonostante una interpretazione di per sé corretta) il pianoforte. Alcune ricercatezze sono risultate così quasi gesti di impaccio, riscattati solo dalla possibilità, nel bis, di esibirsi ed esprimersi finalmente senza altre interferenze. La mela non cade lontano dall’albero e si va sull’Elegia op.3 dello stesso Rachmaninov, che è stata insieme alla romanza l’altro momento eccellente della serata. C’è grande intensità nel timbro scuro di Pedroni, che lascia le corde gravi molto risonanti ma ovattate, mentre fa squillare le note acute come singhiozzi non trattenuti di dolore in un clima di generale malinconia. La ripresa in pianissimo è infine estremamente poetica, stagliandosi come momento sincero e autentico della voce del singolo in mezzo alle non riuscitissime esecuzioni d’assieme. Ricordiamo in chiusura che, dopo l’appuntamento dedicato a Milano Musica, la rassegna dei concerti di Rachmaninov proseguirà a metà Ottobre col Terzo, nelle mani di Luca Buratto e Jader Bignamini.

 

Alberto Luchetti

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