Maria de Rudenz a Bergamo

Posted on 24 settembre 2013 di

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Corrado (Solari) e Maria (Billeri) nel finale

Maria: Maria Billeri
Matilde: Gilda Fiume
Corrado: Dario Solari
Enrico: Ivan Magrì
Rambaldo: Gabriele Sagona

Orchestra e Coro del Bergamo Musica Festival
Direttore: Sebastiano Rolli
Maestro del coro: Fabio Tartari
Regia Francesco Bellotto
Scene e Costumi: Angelo Sala
Luci: Claudio Schmid

Potremmo definire la Maria de Rudenz di Donizetti, che apre la parte monografica del cartellone lirico bergamasco, tranquillamente come un’opera gotica o meglio ancora come un’opera horror! Essa deriva da un dramma teatrale dal già eloquente titolo di “La nonne sanglante” (la monaca insanguinata), andato in scena nel 1835 a Parigi su testo di Auguste Anicet-Bourgeois e Julien de Mallian, con le musiche di Louis Alexandre Piccini. Durante il successo della pièce Donizetti era proprio nella capitale francese, preparando con la supervisione di Rossini il suo mirabile Marin Faliero. Non ci sono dubbi quindi che assistette a questo drammone, evento teatrale della stagione. I frutti di questa suggestione non arrivarono tuttavia immediatamente. Dobbiamo attendere due anni, e ritroviamo Donizetti a Venezia per la prima della Pia de Tolomei con la Fanny Tacchinardi–Persiani protagonista. Sebbene il successo di quest’opera non fu fin dalle prime sere chiaro, due giorni dopo la prima (precisamente il 20 febbraio del 1837) egli firmò un contratto di 10000 franchi con Alessandro Lanari per una nuova opera, che sarebbe stata proprio la Maria de Rudenz. Conscio dell’importanza di un tale libretto, Donizetti rifiutò il librettista della Fenice e fece affidamento al Cammarano, suo stretto collaboratore non solo sulla piazza di Napoli. Il librettista dovette faticare per ridurre i farraginosi cinque atti del dramma nelle tre parti dell’opera. Soprattutto dovette eliminare diversi elementi che avrebbero dato fastidio alla censura: innanzitutto la protagonista Maria non poteva essere la Madre Superiora del convento di Aarau ma doveva desiderare solo di andare penitente in un chiostro; in secondo luogo la presenza del personaggio Cagliostro, condannato di eresia, non era opportuna da mostrare; infine dovettero essere eliminati anche gli zingari e riformulato il personaggio di Enrico. Venne totalmente soppresso il primo atto (ambientato nelle catacombe di Roma) nonché la scena finale del dramma, nella quale Maria e Corrado bruciano vivi nel castello (quale teatro italiano avrebbe potuto realizzare tutto ciò scenicamente?).

Maria Billeri

Maria Billeri

L’opera musicalmente è di altissima qualità senza nessun cedimento, ogni parte è come un cuneo che aumenta di tensione terminando ogni volta con un confronto terribile tra i due protagonisti Maria e Corrado: confronto risolto tutte e tre le volte in maniera diversa e coinvolgente. La soprano protagonista della prima veneziana fu Carlotta Ungher (o Caroline Unger), già creatrice di Parisina d’Este e Antonina. Una carriera notevole e longeva se pensiamo che anni prima aveva cantato alla prima rappresentazione della Nona Sinfonia e nella Missa Solemnis di Beethoven come contralto. Risulta infatti evidente che la scrittura donizettiana sia piuttosto centrale. L’interprete di oggi, Maria Billeri, ha sfruttato al meglio questa potenzialità inspessendo le frasi e caricando con molta drammaticità le parole “sceniche”. Grande tensione nella sua cavatina di sortita (notare quanto si affonda nel macabro quando asserisce che le sue ceneri sentiranno ancora amore per Corrado), poi colpo di scena quando appare nel finale primo e si toglie il velo da monaca e scarmigliata crea lo sconcerto che dà il via al Larghetto. Il duetto della seconda parte con Corrado sembra non finire mai e il compositore continua ad elargire nuove melodie per entrambi. La Billeri viene trafitta dal suo amato-odiato Corrado ma dice ai vassalli e a Rambaldo che si è colpita da sola: vocalmente è un duetto molto impegnativo, ma entrambi gli interpreti lo hanno risolto da con grande sicurezza, avvolgendo le spire vocali su se stesse in cerchi sempre più stretti. Logicamente tutti aspettavamo poi il soprano alla sua doppia aria finale: prima ha scandito quasi allucinata “Mostro iniquo, tremar tu dovevi” e poi con la morte in seno, dopo aver tolto i bendaggi e riaperto la ferita, ecco cantare più soave “Al misfatto enorme e rio”. Come già nei libretti di Pia e del Devereux, il testo della lenta cabaletta finale ha due strofe diverse: soluzione molto interessante poiché alla ripetizione della musica si associa una continuazione dell’azione drammatica che porta passo dopo passo alla morte della protagonista. E’ proprio in quest’aria finale che troviamo il distico che racchiude il senso di tutto l’opera: “Mi togliesti vita… e cielo! Ti perdono… e… t’amo… ancor…”. Amore e morte che lottano fino alla fine. La Billeri ha dato il meglio di sé con buone arcate sonore nella parte centrale e poi assottigliando sempre più la voce quasi ad esprimere i singulti della morte. Donizetti indulge parecchio in questi particolari: ancora più raffinata sarà ad esempio la morte di Gabriella di Vergy nella di poco successiva versione 1838, di cui si consiglia l’ascolto della edizione Opera Rara.

Prova positiva anche quella del baritono uruguayano Dario Solari. La sua aria di sortita “Ah! Non avea più lagrime” era il pezzo più noto dell’opera nell’800. Forse la voce era un poco fredda e quindi solo nella seconda strofa dell’aria, con un diverso e più raffinato accompagnamento, è risultata perfettamente calibrata. Voce generosa e grande presenza scenica. Il regista lo ha costretto nell’inizio delle parti a vestire i panni di un malato mentale sul suo letto d’ospedale, come se le avventure raccontate fossero originate dalla sua immaginazione di mente perversa o forse ancora meglio fossero un ricordo distorto di una storia amara già vissuta. Bene i due duetti col tenore e ancora meglio il finale primo con le frasi rotte e sillabate di “Se di Dio la man suprema” e con una colata lavica nella “Godi pur… godrai per poco!”. Voce che quindi risaltava nel ba-ta-clan di quel concertato.

Ultimo protagonista è il tenore, che ha una parte un po’ sacrificata. Ivan Magrì, già ascoltato in precedenti edizioni del festival, è molto migliorato eliminando alcuni difetti di emissione. A causa di una sciatalgia acuitasi durante le prove è stato costretto su una sedia a rotella per l’intero spettacolo. Nonostante questa difficoltà ha superato brillantemente tutti gli ostacoli della partitura raggiungendo (da seduto) anche il do diesis acuto nel concertato. La voce non ha un timbro bellissimo ma tutto sommato è risultata molto drammatica e incisiva. Gabriele Sagona nei panni di Rambaldo è stato molto autorevole, abbiamo apprezzato il suo canto nell’unico pezzo che emerge veramente, cioè nel coro “Ah! Che di pianto è questo”, brano proveniente dalla Sancia di Castiglia. A proposito di autoprestiti il Larghetto del finale primo potrebbe suonare familiare a qualcuno: troverà in effetti nuova collocazione nel Poliuto e da lì ne Les martyrs. Vari brani furono invece collocati in tutta furia nella Gabriella di Vergy del 1838, che avrebbe dovuto sostituire proprio il Poliuto vietato dalla censura. Il coro iniziale delle claustrali verrà infine modificato per La fille du régiment. Donizetti terminò di estrapolare brani solo quando si accorse che l’opera, dopo le iniziali difficoltà, cominciava a circolare in Italia.  L’opera ebbe nel complesso una settantina di allestimenti nell’800 e raggiunse per esempio già nel 1851 Rio de Janeiro e nel 1854 Buenos Aires.

Fondamentale il contributo del direttore e concertatore Sebastiano Rolli, molto applaudito dal pubblico di casa per la capacità di focalizzare l’attenzione sui momenti più importanti della partitura, ovvero là dove valore drammaturgico e musicale si incontrano ed esaltano il genio operistico di Donizetti. La Maria de Rudenz è infatti ricca di passaggi atipici che guardano già alla compenetrazione di musica e scena che sarà fondamentale dagli anni quaranta in poi. Altrettanto applaudito il coro, sia maschile che femminile, diretto da Fabio Tartari. Non moltissimi elementi ma decisamente ben coordinati fino a raggiungere la densità di suono di una compagine molto maggiore.

La scena iniziale col coro di suore

La scena iniziale col coro di suore. nella regia di Bellotto

L’allestimento scenico di Francesco Bellotto (anche direttore artistico del festival) è risultato abbastanza statico e con poche idee. Le proiezioni di una qualità pessima non ricreavano certo paesaggi da brivido, non basta certo una luna piena e delle sagome di alberi rinsecchiti a creare un’atmosfera horror. L’idea del manicomio sembrava rubare l’intuizione al bel allestimento pesarese del Sigismondo (insieme ad altri infiniti esempi in tutto il mondo) senza tuttavia avere il coraggio di sviluppare l’idea. Involontariamente buffo il duello tra baritono e tenore risolto quasi con un colpo accidentale di Corrado che porta alla morte del povero disabile Enrico. Si poteva certo osare di più nel rappresentare un’opera sotto certi aspetti unica, un’opera che fin dal suo primo apparire ha diviso il pubblico tra chi rimaneva più conservatore e chi si faceva “corrompere” dal gusto gotico. Certo Cammarano aveva limato e semplificato un dramma che all’origine risultava ancora più forte, ma gli elementi base sono rimasti ed anzi in una forma più compatta arrivano a delineare personaggi quasi psicotici nelle loro aberranti azioni.

Il Bergamo Donizetti festival non avrà difficoltà a continuare l’ottimo lavoro di cui questa Maria de Rudenz è un altro importante tassello. Ci sono infatti ancora moltissimi altri capolavori donizettiani misconosciuti da portare in scena, visto l’immenso catalogo del compositore che deve essere scandagliato attentamente e consegnato ad un pubblico sempre più attento ed esigente. Il primo appuntamento con un’altra rarità del compositore bergamasco è sempre qui e fra sole settimane con il Furioso all’isola di San Domingo.

Consigliamo infine l’ascolto dell’edizione della Maria de Rudenz di Opera Rara, soprattutto per ascoltare due brani alternativi non eseguiti nello spettacolo odierno, cioè un coro e una cavatina scritta specificatamente per il tenore Moriani, chiamato “il tenore della buona morte” per la sua interpretazione della morte di Edgardo, che gli valse la composizione anche dell’aria finale per Gennaro nella Lucrezia Borgia.

 

Fabio Tranchida

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