Repin-Münchener Kammerorchester al MiTo

Posted on 23 settembre 2013 di

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Repin e Liebreich all'auditorium

F.J. Haydn: Sinfonia in fa# minore “Degli Addii” Hob. I:45
W.A. Mozart: Concerto per violino e orchestra no.3 in sol maggiore KV 216
A. Schnittke: Moz-Art à la Haydn
W.A. Mozart: Concerto per violino e orchestra no.5 in la maggiore KV 219

 Münchener Kammerorchester
Direttore: Alexander Liebreich
Violino: Vadim Repin

Dopo le atmosfere pietroburghesi di Temirkanov e in attesa del tris di grandi direttori (Noseda, Mehta, Pappano) che chiuderanno il festival, il MiTo dedica una serata di altissimo livello alla grande stagione del classicismo viennese. D’altronde era stato proprio il duo Mozart-Haydn ad aprire questa edizione il 4 settembre scorso alla Scala. Se tuttavia allora il programma era piuttosto ibrido (una sinfonia, un mottetto, una messa), questa sera la proposta è interessante innanzitutto per la scelta dei brani. La celebre Sinfonia “Degli Addii” di Haydn dialoga infatti in modo fitto e continuo coi due concerti per violino di Mozart attraverso un tramite curioso: Alfred Schnittke. Il suo brano del 1977 Moz-Art à la Haydn infatti è un catalizzatore ideale per focalizzare l’attenzione dello spettatore contemporaneo tanto sulle vicinanze fra i due musicisti austriaci quanto sulla distanza che ci separa dal loro mondo. Il gioco scenico dei musicisti che lasciano il palco rimanda direttamente proprio alla Sinfonia “Degli Addii”, mentre il doppio violino solista non può non far pensare ai concerti per violino. L’esercizio post-modernista di decostruzione della tradizione non potrebbe essere più chiaro e accessibile di così. L’uscita progressiva degli orchestrali, che in Haydn era una frecciatina umoristica al suo “datore di lavoro” e agli “straordinari” a cui costringeva i suoi musicisti, diventa qui un gioco e una sfida per l’odierno “datore di lavoro”, ovvero per lo spettatore e per le sue (cioè le nostre) aspettative rituali. Il direttore che dirige a vuoto, le luci che si accendono a musica già iniziata, gli artisti che cambiano posizione durante il brano: sono tutti ribaltamenti dei canoni concertistici in voga. Allo stesso modo il doppio solista è negazione dell’idea stessa di solista e del suo ruolo di leader e chiave di volta nell’economia del concerto classico (e romantico). E la musica di Schnittke non fa altro che operare le medesime decostruzioni sul piano più strettamente musicale, triturando gli elementi strutturali del comporre classicista e mettendo così in discussione l’abitudine del nostro orecchio a percepirli come ovvi. E’ dunque un grande merito preparare un programma che ci offra l’opportunità di comprendere ed approfondire in modo così efficace non solo il grande repertorio ma, anche attraverso esso, le innovazioni degli ultimi decenni. In questo senso il lavoro svolto dalla Münchener Kammerorchester negli ultimi anni sotto la direzione di Alexander Liebreich è encomiabile, come lo è da parte degli organizzatori del MiTo l’aver portato questa compagine in Italia per questo festival, che si propone appunto anche di saldare i ponti fra tradizione e contemporaneità. E poi, last but not least, c’è di mezzo il violino di Vadim Repin, che è oramai garanzia di una qualità del suono e di una virtuosità d’esecuzione rare.

Dedichiamo dunque innanzitutto alcune parole all’orchestra che, pur nel numero contenuto di elementi che questo repertorio richiede, ha una ricchezza di colori e una cura del dettaglio che la rendono immediatamente riconoscibile e che l’hanno resa celebre negli ultimi anni. La bacchetta di Alexander Liebreich, che di questa macchina perfetta è l’architetto, si limita a precisi e regolari indicazioni, senza contorcimenti e smanacciate. Ne risulta una comunicazione coi suoi impeccabile ed un’unità di intenti impressionante. Il suono prodotto non è probabilmente quello che si aspetterebbero degli appassionati filologi, c’è di mezzo tutta la perizia di due secoli di direzione d’orchestra che hanno portato a levigare le superfici sonore fino a quei livelli di pulizia e densità a cui ci hanno abituato le grandi registrazioni, e che qui sono pienamente raggiunti. Notevole soprattutto il lavoro sugli archi, di cui si è in grado di distinguere i singoli registri e le singole voci senza alcuno scollamento sul piano ritmico, dando una straordinaria impressione di sospensione tanto alla melodia quanto all’accompagnamento sottostante. Sempre scarsamente filologica ma molto apprezzabile è anche la libertà con cui Liebreich plasma il fraseggio enfatizzando le cesure e gli snodi nelle frasi e facendo brillare i dettagli (soprattutto nell’accompagnamento) altrimenti meno percepibili. Se queste caratteristiche tecniche accendono presto l’entusiasmo, bisogna anche dire che, dopo alcune decine di minuti di ascolto, la perfezione “liscia” del suono tende a risultare perfino stucchevole. Specialmente nei movimenti lenti (sia della sinfonia che dei due concerti), dove viene a mancare il pathos della pura brillantezza esecutiva che invece si esalta nei passaggi veloci.

Da questo punto di vista c’è qualcosa di profondamente comune fra l’approccio di questa orchestra e lo stile violinistico di Vadim Repin. Anch’egli è noto per la perfezione con cui maneggia lo strumento, producendo suoni netti, brillanti e ricchi di armonici (anche grazie al suo Guarnieri del Gesù) che da anni deliziano i pubblici di tutto il mondo. Anch’egli in verità non sembra preoccuparsi troppo della filologia, dai dettagli più innocui (non si degna di suonare assieme agli altri violini nei tutti) fino a quelli più rilevanti (si sente evidentemente un po’ stretto nello stile mozartiano e lo “arricchisce” di ulteriori ornamenti, virtuosismi, rubati, tremoli e vezzi più che altro ottocenteschi, per non parlare delle scelte nelle cadenze). D’altronde con un suono come il suo si può permettere di compiacersi e curarsi poco del resto. Non c’è nulla dello spirito “galante”, ma l’effetto è comunque assicurato. Il suo modo un po’ brusco, quasi strafottente, di strappar via i suoi interventi ha indubbiamente il fascino della maestria ostentata, quasi concessa per grazia ricevuta. Pare non avere alcun bisogno di sforzarsi, e da bravo virtuoso aspetta gigioneggiando che l’orchestra gli passi il testimone per sfoggiare il suo essere un fuoriclasse. Dei sottili equilibri fra solista e orchestra del concerto settecentesco non c’è traccia, e la rete di analogie, sovrapposizioni, echi e ornamenti viene per lo più lacerata in nome di una esibizione di plusvalore del solista. È simpatico, sorride, ammicca: insomma si fa perdonare tutto. Dopo una buona dose di applausi (non entusiastici ma senza dubbio molto perseveranti) e dopo che in galleria si è quasi scatenata una rissa per ripristinare il silenzio, egli concede il bis: le (solite) Variazioni sul Carnevale di Venezia di Paganini e Ernst, che in quanto sua specialità sono semplicemente impressionanti. Lascia il palco col suo sorriso sornione, giusto per lasciarci andare tutti a casa chiedendoci se quelle mani siano umane oppure no.

Alberto Luchetti

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Posted in: Concertistica