Pappano e Brunello chiudono il MiTo

Posted on 23 settembre 2013 di

0


Antonio Pappano e Mario Brunello

A. Dvořák: Concerto per violoncello e orchestra in si minore op.104
L. van Beethoven: Sinfonia n.5 in do minore op.67

Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia
Direttore: Antonio Pappano
Violoncello: Mario Brunello

Chiude con un trionfo di pubblico il festival MiTo Settembre Musica che ha portato nelle città di Milano e Torino grandi orchestre, grandi direttori e grandi interpreti. L’ultimo appuntamento milanese della rassegna risponde infatti senza dubbio a tutte e tre queste prerogative, portando al Teatro degli Arcimboldi un tris formato da Antonio Pappano, l’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia e Mario Brunello al violoncello. Un triangolo perfetto dato che il feeling fra i tre vertici è rodato e notevolissimo. Da una parte c’è il direttore musicale stabile che in quasi 8 anni non può non avere ormai maturato sinergie e conoscenza reciproca con una delle migliori orchestre italiane (forse la migliore?), dall’altra c’è un solista di fama internazionale che è anche accademico proprio di Santa Cecilia. Non è un caso che il concerto di Dvořák che apre questa serata sia già risuonato, con la medesima triade di interpreti, all’Auditorium Parco della Musica l’anno passato. Non ci allontaniamo poi da sentieri più che battuti anche quando aggiungiamo, a completare il programma, una Quinta di Beethoven. Tutte le carte sono pronte insomma per una prova di forza in questa trasferta al Nord, e così è stato.

In particolare è la straordinaria qualità dei componenti dell’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia a fare immediatamente la differenza, con la sapienza di Antonio Pappano a lasciar subito risaltare i fagotti nell’introduzione orchestrale dedicata fiati. L’unica sbavatura dell’intero concerto avviene peraltro, fra gli ottoni, proprio in questo avvio: un’eccezione che non si ripeterà, ma anzi sarà abbondantemente riscattata. Tutto prende a fluire con naturalezza e intensità, raggiungendo presto la tempestosa comparsa ed esposizione del primo tema. Molto curata è risultata inoltre la plasticità dei rimandi a botta e risposta fra vari reparti dell’orchestra, sottolineando ancora le doti individuali. La lettura di Pappano sembra in effetti privilegiare prima di tutto proprio l’esaltazione dei valori degli interpreti, aprendo in continuazione squarci di bellezza tendenzialmente indipendenti gli uni dagli altri. Mette dunque da parte l’idea di direttore factotum che tutto vuol controllare in nome di un significato e intenzione superiore che la composizione deve trasmettere. Ne viene fuori un concerto in si minore ricco di suggestioni, in cui inevitabilmente il polo dell’attenzione si sposta progressivamente sul solista, Mario Brunello, che si trova così davanti un ponte d’oro per dare il meglio di sé. Addirittura inizialmente la linea del violoncello pare controbattere a quella orchestrale: mentre l’organico attacca le frasi in morbidezza per poi rendersi più severo, gli assoli si impongono da subito con vigore e solo dopo aver conquistato la scena si lasciano andare all’abbandono. Brunello si immerge totalmente nella sua parte, si sente protetto e seguito dal direttore e può dedicarsi a impreziosire il suo suono di vibrati espressivi che oscillano continuamente fra l’ostinato e il maliardo. Di fronte ai gesti monumentali dell’orchestra (il ripetuto segno di agogica grandioso di Dvořák è eloquente, e Pappano lo segue alla lettera), egli si oppone quasi chiudendosi in introversione, definendo ogni nota fin nei pianissimi e soprattutto raffinando i passaggi dall’una all’altra con frequenti glissandi. E’ certamente affascinante questa inclinazione alla timidezza che gli appelli del violoncello vanno rivelando, specialmente per quanto riguarda l’Adagio centrale (splendidi i “singhiozzi” discendenti di semitono e le filature finali). Nei movimenti più rapidi ed energici, invece, lo stile virtuoso ma non brioso ha dato a tratti un’impressione quasi di catatonia, col direttore pronto a scattare in avanti ma trattenuto dallo schivo solista. Un gioco interno che amplifica l’effetto sinergico, anche perché Pappano in fondo, da grande direttore d’opera, è invitato a nozze: si tratta infatti di fare proprio ciò che gli riesce meglio, accompagnare la voce. E tanto più deve essere delicato e magistrale l’accompagnamento quanto più la voce deve trasmettere fragilità e riserbo, come in tante perle belcantiste. Di tutti questi fattori ha usufruito infine su tutti il momento di sospensione estatica che precede la chiusa del terzo movimento, dove pare quasi che sia infine tutta l’orchestra a piegarsi ad entrare e scoprire l’interiorità del solista, dilatandola a fenomeno universale della gracilità acutissima del sentire umano più nobile. Ricordiamo, ed è un surplus di suggestione, che questi passaggi furono voluti Dvořák in memoria della cognata morta durante la composizione, mentre la serata si era aperta col triste annuncio della morte di Roman Vlad (molto legato all’Accademia di Santa Cecilia), a cui il concerto è stato immediatamente dedicato.

Per Brunello c’è poi spazio anche per due bis antitetici che hanno mostrato ulteriormente la sensibilità dell’interprete: prima la Gavotta dalla sesta Suite per violoncello di Bach, quindi una variazione blues (probabilmente improvvisata) su quello che è parso un tema di spiritual afro-americano. Due ricerche sonore diversissime, che vedono da una parte il suono antico, con il ritmo di danza scandito da regolari accordi (e quindi impegnative triple e a volte anche quadruple corde) e con il dialogo fra i rigidi armonici tonali e glissato ornamentale, mentre dall’altra tutto si gioca sulla screziatura della quinta diminuita, sulla deviazione dal ritmo prescritto, sull’accavallarsi improvvisato di sensazioni. Generosi gli applausi del pubblico e di tutta l’orchestra fraterna a supporto, a coronare la bella prestazione.

Con la sinfonia beethoveniana tocchiamo invece qualche tasto un pochino più dolente. Premesso che il brano è ovviamente conosciuto a menadito e suonato un’infinità di volte da tutti i membri dell’orchestra, è chiaro che non saremo di fronte ad errori plateali (tralasciando un passaggio delle trombe del primo movimento che è un classico ostacolo a tradimento). Anzi, l’esecuzione è indiscutibilmente di alto livello per compattezza del suono, distinzione dei timbri e delle frasi, precisione negli attacchi, varietà di colori, duttilità nei cambi di tempo e gestione delle dinamiche. Eppure non esce il carattere indistinguibile della Sinfonia in do minore, un carattere che fin dalle prime, celebri battute dovrebbe invece dispiegarsi con l’inesorabilità del fato stesso. Certo l’Orchestra di Santa Cecilia non ha l’asciuttezza delle compagini tedesche (gli archi in particolare sono risultati spesso eccessivamente ampi nelle arcate), ma la responsabilità maggiore va a nostro parere alla bacchetta di Pappano. L’energia c’è sempre, così come il senso della musicalità e la capacità di comunicare con l’orchestra (più con gli occhi che col gesto, che a volte è perfino leggermente in ritardo), manca tuttavia l’ottica d’insieme, il senso drammaturgico che collega le parti di una sinfonia facendone un tutto. Sembra che l’attenzione di Pappano si muova come in uno spazio di Riemann, ovvero navigando a vista di frase in frase (per lo più enfatizzando sempre i punti di svolta della linea melodica), di passaggio in passaggio, ma senza coordinate globali. Potremmo citare molti casi di singoli momenti riuscitissimi, quali il canto nobile del flauto e il ricamo sempre più fitto degli archi nell’Andante, le fughette molto ben definite nel terzo movimento, il crescendo che conduce al quarto e soprattutto il gran finale in cui l’impressione della gioia trattenuta a stento è resa alla perfezione. Tuttavia non si è accumulata la tensione drammatica sufficiente (specialmente nel primo movimento) per poter arrivare a sentire una vera liberazione, se non addirittura una attiva accettazione, nel tripudio conclusivo. Quel ribattere sugli accordi che Beethoven è costretto a scrivere nelle ultime battute non è altrimenti giustificato senza tanta forza immagazzinata da scaricare. Siamo come di fronte ad un filone di imponenti contrafforti da cattedrale gotica, ciascuno pur straordinariamente bello, senza che il corpo dell’edificio si libri al centro a giustificare la presenza degli archi rampanti appesi nel vuoto. Gli equilibri formali sono cruciali in un brano costruito interamente sulla variazione e rielaborazione di un singolo motivo (e per di più essenzialmente ritmico). Se quel tema, nei suoi tanti modi di farsi avanti durante il primo movimento, non riesce a incidersi a fondo nel cono bergsoniano della memoria dello spettatore, tutto il resto della sinfonia è solo rumore armonizzato.

Non pare comunque che molti si siano preoccupati di tutto questo a giudicare dal boato caloroso che ha accolto l’accordo finale. Meglio così, considerando che l’effetto prodotto sono stati due meravigliosi bis che nei loro pochi minuti valevano più della mezzora di sinfonia. Non a caso, entrambi sono operistici. Il primo è il Preludio dall’atto terzo de La Traviata, dove i violini divisi hanno permesso ai violinisti delle prime file dell’orchestra di mostrare tutto il loro valore quasi come fossero in veste di solisti. Davvero toccante l’intreccio di lamenti d’archi. Il secondo è il Pas de six dal divertissement del prim’atto del Guillame Tell di Rossini dove si scatena l’agilità del flauto e l’evocatività dei colori orchestrali. Proprio il Guglielmo Tell fu d’altronde una delle prime grandi prove di Santa Cecilia sotto la direzione Pappano, a confermarci (insieme col Ballo in Maschera di qualche mese fa) che il meglio da questo direttore è da aspettarsi nel repertorio lirico. Resta l’ambiguità di vederlo invece guidare una struttura a vocazione principalmente sinfonica, col risultato di sprechi di potenziale come la Quinta di questa sera, mentre contemporaneamente si discute a viva forza su chi dovrebbe rilevare il posto di direttore musicale in uno dei massimi teatri lirici d’Italia e del mondo, indugiando fra due alternative che (per la legge del mondo alla rovescia) ultimamente si sono in verità distinte più per il sinfonico che per l’opera. Misteri.

Alberto Luchetti

Annunci