Lucia Aliberti apre la stagione de laVerdi

Posted on 23 settembre 2013 di

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Lucia Aliberti

G. Verdi: Sinfonia e “Non san quant’io nel petto” da Un giorno di regno
G. Verdi: Sinfonia e “Tu puniscimi o Signore” da Luisa Miller
G. Verdi: Sinfonia e “Allor che i forti corrono” da Attila
G. Verdi: Sinfonia e “Ah dagli scanni eterei” da Aroldo
G. Verdi: Ouverture e “Pace, pace mio Dio” da La Forza del Destino
G. Verdi: Sinfonia da I Vespri Siciliani
G. Verdi: “Tu al cui sguardo onnipossente” da I due Foscari

Orchestra sinfonica Giuseppe Verdi di Milano
Direttore: Jader Bignamini
Soprano: Lucia Aliberti

Continuano i festeggiamenti a duecento anni dalla nascita di Giuseppe Verdi e un’orchestra che porta il suo nome non può certo tirarsi indietro! LaVerdi offre infatti in apertura della sua nuova stagione sinfonica (dopo l’inaugurazione alla Scala domenica scorsa) un programma composto alternando sinfonie d’opera ed arie dalla produzione del cigno del Busseto, avvalendosi della voce del soprano Lucia Aliberti, una veterana nei ruoli verdiani, e della direzione energica di Jader Bignamini, giovane e promettente frutto maturato proprio sotto la volta dell’Auditorium di Milano.
Pagina abbastanza rara è la prima affrontata nella serata: la sinfonia di Un Giorno di regno, opera buffa composta con la morte nel cuore dopo che Verdi aveva visto perire uno dopo l’altro la prima moglie Margherita Barezzi e i due figli in fasce Virginia e Icilio. Certo sarebbe risultato difficile a chiunque far ridere con una propria composizione quando c’era solo da versare lacrime. Dall’ascolto si nota immediatamente peraltro come Verdi non avesse ancora uno stile proprio (essendo alla seconda opera), prendendo a prestito la maniera del compositore più rappresentato in quegli anni, ovvero quel Donizetti che, a ritmi di lavoro forsennati, passava con disinvoltura e senza soluzione di continuità dalle tragedie alle opéra-comiques. L’originalità verdiana ha tuttavia sempre i suoi risvolti, tanto che troviamo un unico tempo, Allegro in 2/4, al posto della forma sonata che ci saremmo aspettati. Seguono vari elementi alla rinfusa e un piccolo crescendo finale prima della coda. Niente di scolastico quindi ma un brio giovanile che scorre per le vene, un pezzo musicale vivo con un tema un po’ squadrato ma che alla ripresa pare rivitalizzato. L’Orchestra de laVerdi si è dimostrata subito puntuale e in forma sotto la direzione di Jader Bignamini: molto spirito, corposità e estrema pulizia negli archi. Forse invece che andare alla Scala si deve venire proprio all’Auditorium per ascoltare un ottimo Verdi. Lucia Aliberti ha esordito invece questa sera col secondo brano, sempre da Un Giorno di regno, ovvero l’aria di Giulietta “Non san quant’io nel petto” (per un errore nei testi del programma e nella videoproiezione si è indicato anche il testo del coro che logicamente invece era omesso). Verdi scrisse quest’aria per Luigia Abbadia (prima interprete anche della Saffo di Pacini e della scaligera Maria Padilla donizettiana) che oggi definiremmo più un mezzo che un soprano: ecco perché la tessitura è così centrale ed ecco perché in quest’aria la Aliberti non ha dovuto sforzare la voce non ancora calda, cantando con piglio per poi risultare più convincente nella cabaletta “Non vo’ quel vecchio”. Peccato i vari la bemolle e si bemolle siano risultati un poco calanti.

Seguiamo il percorso fra le cose verdiane meno trite ed arriviamo alla Luisa Miller, che Verdi scrisse per riscattarsi dell’insuccesso della Alzira (non ben accolta al San Carlo) e che sfrutta meglio la collaborazione di Cammarano, che dopo la Lucia di Lammermoor aveva grandissima considerazione in quella piazza. Quest’opera pagò poi lo scotto di essere di poco precedente alla Trilogia popolare, ma la sua sinfonia rimase sempre in repertorio in quanto rappresenta un unicum nel corpus verdiano (Verdi peraltro non amava ripetersi, lo disse più volte). Si tratta infatti di un’ouverture monotematica in cui un solo tema sinuoso viene rielaborato soprattutto grazie ad una sapiente orchestrazione che porta il tema dalle regioni più gravi a quelle più acute. Pane per i denti di Bignamini, che riesce a rendere meravigliosamente la virata che fa la melodia quando si presenta alla fine in maggiore: un brivido corre e tutto assume un altro aspetto con i violini de laVerdi che tessono un fitto ricamo al unico tema. Merito della magia sonora va anche a fiati eccellenti, ad esempio nel passaggio in cui il tema risulta dilatato da uno speciale effetto di eco prima della ripresa finale. All’orchestra ancora una volta risponde il soprano, con l’aria di Luisa dal secondo atto (dove la presenza di Wurm come pertichino crea un’aura sinistra). L’Aliberti ha mostrato ancora una volta grande temperamento ma voce decisamente poco omogenea in un ruolo veramente complesso e pieno di sfumature. Rispetto al cantabile “Tu puniscimi o Signore” è stata certamente più riuscita la cabaletta “A brani, a brani, o perfido!”, con un’interessante ascesa nella frase “tutta m’invade omai…”. Molto generosa la profusione di acuti nella coda finale, quasi che un’orchestra piena e in fortissimo le abbia dato maggior sicurezza.

Il passo successivo (non cronologico) ci porta ad Attila, opera che evidenzia il genio verdiano della brevitas. Una partitura che risulta ancora più scarna, più rozza se vogliamo, pensando che è stata composta nello stesso anno degli Orazi e Curiazi di Mercadante, che invece si dipana lungamente in tre atti complessi e farraginosi, con cabalette infinite e grandi pezzi d’assieme. Eppure tutte le belle note di Mercadante risultano mortalmente noiose e prive di anima a confronto con le vivide melodie verdiane, che infatti sono giunte fino a noi. Semplice ma toccante il preludio all’opera con una frase centrale che l’orchestra ha ben sottolineato con arcate sonore, arcate peraltro presenti anche nella difficilissima aria di Odabella, erede più raffinata delle varie Abigaille e Giselda. L’Aliberti ha vinto affrontando coraggiosamente la linea vocale scabrosa e permettendosi delle piccole variazioni nella ripresa della cabaletta (non è mai facile variare i brani verdiani per via dei raddoppi dei fiati alla linea vocale).

Sempre nella scia dei capolavori sfortunati si colloca anche Stiffelio, che Verdi portò a termine a Trieste (dove tuttoggi, in un palazzo vicino al Teatro, si trova una commovente targa commemorativa) proprio scrivendo la sinfonia, che era sempre l’ultimo brano ad essere composto e che sfrutta molti temi dell’opera. Interessante è inoltre notare che, con la riedizione in Aroldo, tutti temi esposti nella Sinfonia ricompaiono, cosa che succedeva solo in parte inStiffelio. Notevole la parte per la prima tromba (il tema principale), con passaggi difficili da eseguirsi ma che hanno trovato in Alessandro Ghidotti un brillante interprete. Come sempre dopo la sinfonia tocca alla voce, ed ecco che gli archi soli introducono l’aria, eseguita veramente di rado,  “Ah!Dagli scranni eterei”. La soprano si rivolge alla madre morta ed ecco apparire un topos, un’arpa che indica il paradisiaco. L’Aliberti riduce il volume per bilanciarsi bene con gli archi che tessono sotto il suo canto per poi realizzare una discreta seconda parte con “Ah dal sen di quella tomba”, dove si alternano minore e maggiore per esaltare lo spavento della protagonista. Sembra tutto finire con la coda e l’accordo in fortissimo che lascia la frase in sospeso in un silenzio raggelante, quando ecco l’ultima parola“Fuggite” cantata con vero trasporto che termina l’aria.

La seconda parte del concerto ha visto pezzi più noti, su tutti la Sinfonia de La forza del destino, che non sarebbe male proporre qualche volta invece nella forma di preludio che ha nella versione di San Pietroburgo, con tanto di temporale finale. Ottima comunque la prova de laVerdi che già aveva suonato questo brano in svariati concerti la stagione scorsa. Sul fronte delle arie il brano meglio eseguito dalla Aliberti questa sera è stato proprio “Pace, pace mio Dio”,  interpretato con tutta l’intensità di quelle lunghe frasi. Brava e drammatica quale doveva essere la prima Leonora scaligera, ovvero Teresa Stolz, a dimostrare che in effetti la parte è degna delle più grandi cantanti.

Ecco infine la rutilante sinfonia dei Vespri. Tutto inizia con una figura anapestica, esattamente come curiosamente inizia anche Le Duc d’Albe, l’incompiuta opera di Donizetti che utilizza lo stesso libretto di Scribe: che Verdi conoscesse la partitura non finita conservata all’opera di Parigi e ne abbia voluto rendere omaggio? Questo potranno dircelo solo ricerche e musicologi, è invece certo che in questa partitura c’è tutta la grandeur francese, i temi sono sempre variati e non può mancare il trascinante crescendo. Uno stile che oggi come allora affascina il pubblico, e che è ancora in gran parte da riscoprire e far conoscere (viene in mente ad esempio a questo proposito la Sinfonia de Le Prophete che, tolta dall’opera per eccesso di lunghezza, già nell’Ottocento era eseguita come pezzo da concerto). Anche qui siamo nella routine di alto livello per l’orchestra Verdi e per la bacchetta di Bignamini. L’energico finale di questo brano sarebbe stato peraltro una buona conclusione per l’intera serata, anche perché l’ultimo brano, la cavatina di Lucrezia da I due Foscari, sarebbe stato opportuno evitarlo viste le grandi incertezze nella cantante (specialmente le note calanti). Poco meglio la cabaletta “O patrizi , tremate” che riecheggia l’aria di Israele contro Steno nel Marin Faliero al termine dell’introduzione.

Tanti applausi alla fine per tutti, applausi meritati per la generosità, confermata anche da ben tre bis: il brindisi di Lady Macbeth, la canzone della Vilia de La Vedova Allegra ed infine uno spumeggiante Brindisi da La Traviata per tornare al nostro amato Verdi, vero protagonista di questo serata. Speriamo che programmi di questo tipo vengano spesso proposti visto che esiste un pubblico in grado di apprezzarli e capace di emozionarsi con le note dei grandi operisti. E dunque: VIVA VERDI!

Fabio Tranchida

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