Temirkanov porta S.Pietroburgo al MiTo

Posted on 16 settembre 2013 di

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Federico Colli e Yuri Temirkanov

S. Rachmaninov: Concerto per pianoforte e orchestra n.3 op.30
N. Rimskij-Korsakov: Shéhérazade, suite sinfonica op.35

Orchestra Filarmonica di San Pietroburgo
Direttore: Yuri Temirkanov
Pianoforte: Federico Colli

Non ci si stanca mai di ritrovare, come si trattasse di un vecchio amico, uno degli ospiti oramai fissi del festival MiTo: Yuri Temirkanov. Anche perché il grande direttore d’orchestra russo non manca mai di portare con sé la “sua” (dato che la dirige dal 1988) Orchestra Filarmonica di San Pietroburgo, gloriosa istituzione musicale fra le più antiche della Russia. Questo concerto è senza dubbio una delle perle che impreziosiscono la programmazione della settima edizione del festival settembrino che unisce Milano e Torino all’insegna della musica. Quest’anno in particolare l’attesa per la compagine russa era elevata se pensiamo che uno dei “focus” della rassegna cade proprio su un autore russo, Sergej Rachmaninov, di cui cadono quest’anno gli anniversari del centoquarantennale della nascita e del settantesimo della morte. Quale occasione migliore dunque per proporre uno dei suoi pezzi più celebri, ovvero il terzo concerto per pianoforte? E quale occasione migliore per dare ad un giovane pianista italiano un battesimo di fuoco di questo livello? La scelta del solista è infatti caduta su Federico Colli, venticinquenne pianista bresciano formatosi a Milano e vincitore della Medaglia d’oro al Concorso Pianistico Internazionale di Leeds nel 2012 e del primo premio al Concorso Internazionale Mozart di Salisburgo nel 2011. Molto interessante dunque, almeno sulla carta, il mix fra direttore navigato, grande orchestra nel cuore del suo repertorio e solista emergente. Eppure, purtroppo, le promesse non sono risultate del tutto mantenute alla prova del palco, con un feeling non del tutto sbocciato.

L’attacco morbidissimo con cui gli straordinari archi dell’orchestra russa introducono il primo movimento ha subito immerso la sala nell’atmosfera suadente di questo concerto, che non lesina alcuna carta per accattivarsi da subito l’auditorio. Anche la scrittura pianistica, che Rachmaninov ha cucito su misura per enfatizzare le meraviglie delle sue mani, seguirebbe questa vocazione, eppure abbiamo faticato a riconoscerla nell’esecuzione di Federico Colli. Non che manchino oggettive qualità tecniche, ma è mancato il gusto del virtuosismo, l’esuberanza dello strapotere ostentato, la gioia salottiera (e tutta concertistica) dell’ammiccamento compiaciuto alla maestria delle proprie doti, è mancato cioè proprio quel miracoloso punto di incontro fra mentalità russa e mentalità americana in cui questo concerto germoglia. Si sente invece un po’ troppo la fatica, la concentrazione e la tensione di un comprensibile nervosismo che irrigidisce il gesto e crea un sensibile distacco fra il far musica del solista e quello degli orchestrali. Il primo resta prigioniero della sua impresa titanica, degli insidiosi e onnipresenti cromatismi della mano sinistra, degli accordi di otto note, di quelli spezzati e dei fraseggi sempre da ricostruire coi legati, mentre sullo sfondo l’orchestra viaggia nella grazia di una routine quasi irreale tanto è priva di intralci. Emblematico a riguardo è il rapporto fra pianista e direttore: Colli fatica a staccare gli occhi dalla tastiera e Temirkanov, che già usa più l’orecchio dell’occhio e si gira molto di rado, di fatto non incrocia mai il suo sguardo. Le sincronie inevitabilmente ne risentono (impressionante ad esempio lo sfalsamento nei due accordi d’assieme che chiudono il secondo movimento introducendo il terzo), inficiando ulteriormente l’emergere dell’unione fra compagine e pianoforte che Rachmaninov incarnava e voleva incarnare in quanto performer a tutto tondo (pianista, compositore e direttore allo stesso tempo). Qualche conseguenza si è infine sentita anche nei momenti di passaggio del testimone fra pianoforte e orchestra, che sarebbero quasi tutti all’insegna dello slancio atletico e che comunicavano invece più che altro l’impressione di un faticoso peso di cui l’individuo eroico si liberava infine nel sostegno dei compari. Una lettura che avrebbe le sue ragioni d’essere in altro repertorio (in un romanticismo meno tardo) ma che ancora una volta ci pare poco in linea con le idee di Rachmaninov.

Decisamente un peccato dunque che le sinergie necessarie alla buona riuscita di un concerto così complesso non siano maturate, anche perché nel corso dell’esecuzione non sono invece mancati i momenti in cui le doti, soprattutto di intuizione musicale, del giovane interprete sono affiorate visibilmente. Particolarmente d’impatto sono stati i suoi passaggi solistici in pianissimo, evidenziando un controllo delle dinamiche raro e una grazia innata negli effetti di miniatura (saggia quindi la scelta della cadenza regolare e non dell’ossia). Purtroppo questi preziosismi finiscono poi annegati in una composizione magniloquente come questa. La speranza è di ritrovarlo in altre prove più congeniali. Non gli è stato in ogni caso negato l’applauso dei colleghi e del pubblico, che pure ha manifestato realmente il suo entusiasmo soprattutto al levarsi dell’orchestra. In effetti, nonostante Temirkanov abbia spesso privilegiato il solista mettendosi “da parte” (anche nella ribalta pre-intervallo), non potevano sfuggire agli spettatori alcuni passaggi impressionanti per lirismo degli archi, per precisione nei tutti (anche in tempi strettissimi come nella parte di marcia del terzo movimento) e per quel sapore inconfondibilmente russo che non si può imitare.

Sapendo di avere in arrivo una Shéhérazade di Korsakov, il sentore circolante in platea era di aver gustato per ora solo l’antipasto delle prelibatezze che la Filarmonica di San Pietroburgo aveva in serbo per i milanesi questa sera. Dopo l’intervallo dunque niente di meglio di una tale lussureggiante suite sinfonica per dare pieno sfogo a quanto già abbiamo accennato riguardo al concerto di Rachmaninov. Il segno della morbidezza in tutti i timbri dell’orchestra è distintivo fin dalle prime battute, e lo è nonostante la teorica brutalità del primo inciso tematico che dovrebbe rappresentare il sultano uxoricida. Quando tocca all’assolo dell’ottimo primo violino e Konzertmeister Lev Klychkov, che dà voce alla soave principessa, quasi non si percepisce il netto stacco. Ogni gestualità drammatica è scomparsa e rimane solo il gioco fantastico di colori, immagini e soprattutto suoni che si affastellano. Più si ascolta e più ci si rende conto che il rischio più grande, di fronte a partiture così ricche di effetti, è quello di enfatizzare oltre modo lo sfoggio di lusso orchestrale, eccedendo specialmente nelle dinamiche e nei giochi di opposizione brusca. La già citata morbidezza di Yuri Temirkanov, col suo gesto elegante, posato, mai superfluo e nervoso, è una lezione di come si possa dare invece il massimo risalto a questo repertorio senza farne una macchietta parossistica. Innanzitutto è cruciale non banalizzare mai i fraseggi, dando respiro al centro delle frasi melodiche e seguendo così una tradizione che è di tutta la musica russa. Troppo spesso quel primo tema (quello “del sultano”) viene invece esposto con l’enfasi tutta rivolta al finale della frase, facendolo pericolosamente somigliare al tema che apre il primo concerto per pianoforte di Brahms. Il tempo russo, così come lo spazio, è dilatato nel suo centro, e tale è la distesa orchestrale che Korsakov ha concepito per il suo oriente immaginario. Tutti gli spigoli della partitura sono smussati, addolciti, fusi in un fluire che è perfettamente rappresentato dalla perfezione nella sincronia delle arcate basculanti in orchestra. Il secondo movimento, decisamente brillante, consente a Temirkanov di indulgere ulteriormente in rubati eccellentemente eseguiti da una Filarmonica meravigliosamente compatta. Tutto splende, impreziosito timbricamente dal trillo del triangolo e da ottoni mai pesanti. Il terzo movimento, che fa le veci del tempo lento e rappresenta i due amanti, è un trionfo del ritenuto e del ritardando in cui l’attimo dell’estasi amorosa pare volersi cristallizzare nella sua bellezza, nello splendore patinato della pura superficie che si sa vuota ma che si giustifica nella pura estetica. E’ quasi una immagine perfetta di questa suite sinfonica, squisito capolavoro di evasione esotica e accarezzante (col suo violino solista) come ce ne sono pochi, e probabilmente nessuno al di fuori dell’arte russa. L’irruzione del quarto tema è come la rottura di questo specchio e inaugura l’avventura dei suoi mille frammenti che rimandano l’immagine (sonora) in un caleidoscopio variopinto. Più il gioco si fa intenso e più ne esce trionfatrice l’Orchestra Filarmonica di San Pietroburgo, in stato di forma eccezionale e con picchi di virtuosismo (per strettezza del tempo e precisione dell’insieme) impressionanti. Tutto questo senza mai sacrificare il timbro vellutato e l’eleganza formale, anche nei “movimenti scenici”. Temirkanov è il motore immobile di questa raffinatissima giostra: gli basta un dondolio del braccio per dare il tempo e i rubati, un ammicco per gli attacchi (splendida prova di tutti i legni chiamati agli assoli), una flessione delle ginocchia per un ammorbidimento della dinamica. Nel finale la sospensione sulla nota acutissima tenuta soffusa dal violino di Klychkov e arricchita dagli armonici dalle due arpe è assoluta.

Davvero intenso al termine l’entusiasmo del pubblico in un Teatro degli Arcimboldi gremito e plaudente, tanto da portare la compagine ospite a ben due bis (l’anno scorso non ce ne fu nemmeno uno) di carattere totalmente opposto. Dopo lo zuccherosissimo Salut d’Amour di Elgar (che certamente ha il suo appeal in versione orchestrale e con tale orchestra) il veterano Temirkanov stempera con l’umorismo di un brano con solisti il contrabbasso e il trombone, con tanto di effetto pernacchia finale. Come lasciare tutti con un sorriso!

Alberto Luchetti

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Posted in: Concertistica