ROF – Recital Michael Spyres

Posted on 2 settembre 2013 di

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Michael Spyres

A. Stradella: “Se i miei sospiri”
A. Scarlatti: “Già il sole dal Gange”
A.M. Mazzoni: “Tu m’involasti un regno” da Antigone
W.A. Mozart: “Un’aura amorosa” da Così fan Tutte
G. Rossini: “Vedrò qual sommo incanto” da La Scala di Seta
G. Rossini: “Ah! Sì per voi già sento” da Otello
F.-A. Boïeldieu: “Viens, gentille dame” da La dame blanche
G. Verdi: “Ella mi fu rapita” da Rigoletto

Tenore: Michael Spyres
Pianoforte: Gianni Fabbrini

L’Auditorium Pedrotti del Conservatorio di Pesaro ospita il primo recital di (bel)canto dell’edizione 2013 del Rossini Opera Festival. Protagonista è l’ormai noto tenore americano Michael Spyres, che apre la strada per i prossimi due recital (Celso Albelo e Yijie Shi) alzando da subito l’asticella con una notevole prova delle sue qualità vocali, in continua e rapida crescita. Il programma della serata è d’altronde pensato appositamente per mettere in risalto quella che è la prima dote indiscussa di questo tenore: l’estensione. Si inizia infatti dal Seicento di Stradella per arrivare al pieno Ottocento del Rigoletto. Molto filologicamente la sequenza dei brani segue uno sviluppo cronologico che, nell’esecuzione di Spyres, diviene subito anche uno sviluppo stilistico. E’ raro infatti che queste enormi estensioni siano solo il frutto di una natura generosa. Inevitabilmente giocano un ruolo cruciale la tecnica, che rende più duttile ed efficace lo strumento vocale, e lo studio stilistico, che permette di comprendere le logiche con cui il compositore ha scritto per determinate tessiture. L’impressione ascoltando questo tenore è davvero quella di essere di fronte ad un cantante completo su tutti questi fronti e dotato dunque di basi solidissime per la sua carriera artistica. Non a caso gli ultimi anni lo hanno visto crescere moltissimo, raggiungendo tutti i più importanti teatri del mondo e ritagliandosi in particolare uno spazio d’eccellenza nella nicchia dei ruoli da baritenore belcantista.

Andando più nel dettaglio della poliedrica serata possiamo scoprire maggiormente le caratteristiche molto particolari di questo interprete. L’aria Se i miei sospiri, attribuita ad Alessandro Stradella, mette da subito in risalto la capacità di unire un timbro brunito e baritonale con la facilità nel registro acuto (anche sulle ornamentazioni), dando spessore e intensità ad un repertorio (quello seicentesco, ammesso quest’aria sia seicentesca) che generalmente è monopolizzato dall’idea della “grazia”. Sempre su questa linea non sorprende scoprire qualche strizzata d’occhio a Pavarotti nella maniera energica in cui Spyres esegue la successiva aria (questa indubbiamente seicentesca): Già il sole dal Gangedi Alessandro Scarlatti. Verrebbe quasi da pensare che vi sia un mimetismo vocale attraverso il quale Spyres si appropria delle inflessioni e delle timbriche di famosi interpreti per ottenere i risultati voluti. E’ curioso in questo senso ricordare che egli stesso ha spesso detto di sentirsi un artista della voce come lo sarebbe un doppiatore o un imitatore, ovvero come uno che padroneggia a tal punto il proprio strumento da poterlo piegare ad ogni necessità. Anche la preparazione dell’espressione del volto (e quindi della maschera) prima di un brano segue le stesse logiche di mimesis totale, ad esempio qui con un largo sorriso che non può non ricordarci quello di Luciano stesso. Decisamente impressionante dunque la duttilità di questa voce, e vorremmo limitarci a segnalare questa dote senza aprire ora il capitolo annoso su quanto certe scelte stilistiche siano opportune per un repertorio altamente filologicizzato quale quello barocco. Se infatti facciamo ancora un passo oltre e arriviamo al Settecento molti di questi discorsi cadono. La successiva aria, tratta dall’Antigono, opera di Antonio Maria Mazzoni del 1755, pare appunto scritta quasi ad hoc per esaltare al massimo le doti multiformi di Spyres senza dare ulteriore adito a problemi di stile. E’ il trionfo dell’estensione vocale, con passaggi di coloratura che oscillano senza tregua su tre ottave: dai sovracuti (fa4) ai bassi (do1). Non è dato sapere quanti al mondo cantino questo ruolo, ma Spyres è certo uno dei pochissimi in grado di farlo. A tratti pare quasi di avere a che fare con un duetto in cui un baritono risponde ad un tenore contraltino, e riesce difficile credere che tutto esca dalle medesime corde vocali. Impressionante soprattutto la facilità nei passaggi da petto a testa fino anche a non disdegnare, per i sovracuti, il ricorso ad un falsetto particolarmente controllato (tanto da essere piacevolmente quasi omogeneo al resto del canto).

L’inevitabile sosta su Mozart (Un’aura amorosa dal Così fan tutte) per completare l’excursus nel Settecento non è invece uno dei momenti più memorabili della serata. Nonostante due splendidi e delicatissimi diminuendo nelle chiuse di strofa, la grazia dei tipici andamenti cullanti mozartiani è stata infatti compromessa da una tendenza alla cantilena. L’aria oscilla in effetti costantemente attorno ad una zona intermedia fra i registri in cui la voce di Spyres acquisisce un leggero ma spiacevole vibrato (enfatizzato anche dai lunghi legati cantabili di Mozart). Tuttavia è sufficiente passare all’Ottocento, ed in particolare a Rossini, per risolvere questa impasse. Ascoltiamo infatti da una parte la risoluzione verso l’acuto, con la parte da contraltino di Vedrò qual sommo incanto da La scala di Seta, e dall’altra la risoluzione verso il baritenorile di Ah! Sì per voi già sento dall’Otello. Se due indizi fanno una prova, capiamo perché il nome di Spyres sia già così fortemente legato a quello di Rossini e perché dunque il ROF lo abbia voluto l’anno scorso per il Ciro in Babilonia, quest’anno per questo recital e per La Donna del Lago e l’anno prossimo per l’Aureliano in Palmira. Tanto diverse sono queste due arie proposte quanto diverso è lo stile di canto scelto dal tenore. In Dorvil da La Scala di Seta, la passione è stilizzata grazie ad un timbro alleggerito da trilli morbidissimi e colorature delicate che ricordano complessivamente il canto di Raul Gimenez. In Otello invece scorre inevitabilmente sangue più focoso e tutte le tinte sono più fosche e torbide, con maggior uso di forza nel prendere le note ed un timbro sapientemente scurito. Questo ruolo in particolare, come tutti quelli scritti per Andrea Nozzari, risulta alla fine quello che più si attaglia alle doti del multiforme Spyres. Qui egli può muoversi con disinvoltura nell’alternare le parti cantabili da baritono e le temibili agilità e puntature in acuto. Sempre per Nozzari fu infatti scritto anche il ruolo di Rodrigo che egli sta attualmente interpretando ne La Donna del Lago, sempre a Pesaro.

A chiudere la serata ci pensano infine due ulteriori incursioni nell’Ottocento. La prima è l’aria Viens, gentille dame daLa dame blanche di Boieldieu, che risale al 1825 ed ha tutta l’atmosfera salottiera della Parigi di quegli anni (la stessa atmosfera che si impadronirà di Rossini stesso allontanandolo dai teatri). Spyres, che per l’occasione segue il molto salottiero cliché di appoggiarsi al pianoforte, pare esserne consapevole e si affida in questo caso ad un modello eccellente di canto elegante: Nicolai Gedda. La voce corre con facilità verso l’acuto così come si piega con morbidezza a splendidi pianissimi senza mai tradire sforzo o incrinature (merito di un sostegno perfetto del fiato). Non v’è traccia nemmeno della stanchezza dell’impegnativa ora di canto già alle spalle. La seconda scelta ottocentesca cade quasi per dovere su Verdi, con l’aria e cabaletta del Duca di Mantova Ella mi fu rapita. Si sente tuttavia oramai la distanza interpretativa rispetto al repertorio rossiniano: per quanto Spyres sia bravo ad adeguare il suo strumento alle necessità di spinta del canto verdiano non siamo già più al grado di eccellenza e padronanza che egli aveva raggiunto coi brani precedenti. Ci è parso infatti che l’attenzione al conferire volume, rotondità e calore alla voce sia andata a scapito della possibilità di dare anche inflessioni ai suoni. Ne risulta un canto piacevole e generoso, con un timbro brunito e pieno ma tendente ad una certa fissità (nell’aria) e lentezza (nella cabaletta).

Segue sempre la linea cronologica, infine, la scelta del bis, che tocca il Novecento. Si tratta infatti della Serenata della copia Caruso-Bracco, presentata come omaggio al famoso tenore napoletano. Ancora una volta Spyres sfoggia le sue doti imitative per dare alla voce alcune nuances che ricordino l’autore della canzone: c’è slancio e passione, ma l’esperimento non è proprio del tutto riuscito. Sarebbe stato forse più azzeccato tornare al patrono della serata, Gioachino Rossini, per chiudere in bellezza (e velatamente questa è anche una speranza per la futura carriera di Spyres, che si goda ancora le nicchie rossiniane e attenda quanto più possibile prima di darsi ai repertori più drammatici e popolari). Un’ultima parola doverosa per il maestro Gianni Fabbrini che ha sostituito all’ultimo al pianoforte la prevista Sabrina Avantario, salvando la serata seppur con qualche timidezza iniziale che si è sciolta nel corso del concerto.

 

Alberto Luchetti

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