Ring alla Scala / 4 – Götterdämmerung

Posted on 15 luglio 2013 di

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Bruennhilde (Theorin) alla corte dei Ghibicunghi

Siegfried: Andreas Schager
Gunther: Gerd Grochowski
Alberich: Johannes Martin Kränzle
Hagen: Mikhail Petrenko
Brünnhilde: Iréne Theorin
Gutrune: Anna Samuil
Waltraute: Marina Prudenskaya
Prima norna: Margarita Nekrasova
Seconda norna: Marina Prudenskaya
Terza norna: Anna Samuil
Woglinde: Aga Mikolaj
Wellgunde: Maria Gortsevskaja
Flosshilde: Anna Lapkovskaja

Orchestra e coro del Teatro alla Scala
Direttore: Daniel Barenboim
Direttore del coro: Bruno Casoni
Regia: Guy Cassiers
Scene e luci: Enrico Bagnoli
Costumi: Tim van Steenbergen

”Der Götter Ende dämmert nun auf”. Con queste parole Brünnhilde annuncia la fine di quello che è probabilmente il più grande monumento musicale dell’Occidente, e niente è più occidentale, ovvero appartiene alla terra dell’occaso, del tramonto, del Crepuscolo degli Dei, del Götter-dämmerung. La chiave è tutta in quella parola-radice, dämmert – Dämmerung, intraducibile in italiano in quanto inevitabilmente si perderebbe l’ambiguità tedesca: dämmern significa infatti sia imbrunire che albeggiare. Proprio all’inizio dell’opera una delle Norne si domanda “Dämmert der Tag?”: sta albeggiando, in netta opposizione col dämmert che invece chiude l’opera. Che ogni fine sia un inizio, e viceversa, è dunque la prima grande lezione con cui usciamo dal doppio ciclo che ha tenuto impegnato il Teatro alla Scala nelle ultime due settimane. Un tour de force che è a sua volta la fine di un pezzo di storia recente del teatro e l’albeggiare di un nuovo corso, che vedrà significativi cambiamenti ai vertici dell’istituzione.

Le Norne (Prudenskaya, Samuil, ) tessono il filo del destino

Le Norne (Prudenskaya, Samuil, Nekrasova) tessono il filo del destino

Tante di queste suggestioni saranno passate nella testa degli orchestrali, dei tecnici e dei frequentatori più assidui del teatro, ma chi non ha certamente potuto fare a meno di vivere il momento topico è Daniel Barenboim, che proprio in questo Ring ha voluto lasciare quella che rimarrà con ogni probabilità la firma più significativa sulla sua direzione musicale. Si sente immediatamente che l’opera è più “fresca” di preparazione in stagione (rispetto alle altre, riprese a mesi o anni di distanza): gli automatismi e i tempi sono rodati e ci si può dedicare alle finezze. Una ad esempio arriva già nelle prime battute, con i violini primi che si spengono nei pianissimi con languore infinito, sviluppando una tensione verso l’esaurimento che sarà una cifra interpretativa di tutta l’opera. Come abbiamo avuto modo di notare per il finale di Siegfried, qui siamo già dopo lo spartiacque fondamentale del Tristan und Isolde. Non c’è tuttavia decadentismo e abbandono, c’è piuttosto il traino inesorabile del fato, richiamato puntualmente dal suo leitmotiv (uno dei più frequenti, già a partire proprio dall’introduzione). Anche la tonalità cupa che abbiamo visto essere caratteristica condivisa dalla direzione e dalla regia non si fa mai sfuggire l’occasione di ricorrere alle tinte forti, cioè ai grandi effetti orchestrali, equivalenti delle macchie di sangue rosso vivo che rompono la monotonia scura di vestiti e fondali. C’è un destino a cui tutti soccombono prima o poi, ma c’è anche qualcuno che ci lotta contro insomma. In primis il direttore stesso, che ingaggia la sua propria sfida col “già scritto” della partitura in una serie di rubati che non di rado sorprendono la stessa orchestra o creano qualche scollamento fra buca e palco. L’atto più riuscito in questo senso è stato quasi certamente il secondo, con un lavoro splendido sulla dinamica in avvio (sia di forcelle che di pianissimi quasi asintotici verso il silenzio) e un gran ritmo incalzante poi. Ha contribuito anche il coro diretto da Bruno Casoni, sempre di gran livello (specialmente quando canta più che quando deve intervenire a modi pertichino). Potente ma non memorabile la resa della marcia funebre di Siegfried (inspiegabile l’uso di un rullante dal suono estremamente metallico), così come il finale magniloquente che si riscatta tuttavia nello slancio estatico dei violini che eseguono il tema della redenzione in chiusura.

La compagnia di canto è nutrita e di buon livello pressoché in ogni sua componente. Non ci soffermiamo troppo sulle tre Norne (di cui due cantano anche in altri ruoli ed una, la Prima Norna, era visibilmente fuori forma rispetto alle altre recite), né sulle Figlie del Reno per le quali potremmo solo ripetere gli elogi all’affiatamento, alla presenza scenica e al sincronismo già sparsi in occasione del Rheingold. Si è sentita invece la mancanza, in questa ultima replica, di Waltraud Meier nel ruolo quasi omonimo di Waltraute. Non che Marina Prudenskaya sia cantante priva di carte da giocare, quali la precisione (anche nelle mezzevoci), il colore scuro e il sorprendente piglio drammatico, ma rispetto alla Meier è inevitabile riscontrare una certa monotonia e spigolosità nell’interpretazione. Personalmente abbiamo sentito la mancanza anche di Lance Ryan come Siegfried, ma qui la questione è più soggettiva. Andreas Schager è certamente dotato di maggiore intonazione (anche fino al do della scena di caccia) e non è secondo a Ryan in resistenza, arrivando tonico fino in fondo alla maratona. E’ tuttavia nettamente deficitario per credibilità del personaggio per un serie non breve di ragioni: movenze innaturali e pose sempre identiche (braccia spalancate, petto in fuori, testa a 45 gradi: anche la morte, che Ryan cantava quasi sdraiato, lui deve farla a ginocchioni), fraseggio di rara piattezza (tutto in forte), emissione sforzata e mai sul fiato, frequenti fuori tempo (qui non ha giovato essere un sostituto) e, last but not least, un problema di pronuncia della erre che conferisce a Siegfried una connotazione involontaria da cumenda milanese. Continuando con gli elementi meno entusiasmanti citiamo due nomi che ritornano: Anna Samuil, che è una Gutrune stridula in acuto e vocalmente alquanto poco seducente (scenicamente è un altro discorso), e Mikhail Petrenko, che senza infamia e senza lode tratteggia un Hagen grottesco, più ostentato che concreto, con voce spesso stimbrata (tranne nei centri) e dei portamenti esagerati che sarebbero fuori moda da decenni (il più evidente è su “der Treulose büssen sollt” al centro del secondo atto).

Hagen (Petrenko) colpisce Siegfried (qui Ryan) alle spalle

Hagen (Petrenko) colpisce Siegfried (qui Ryan) alle spalle

Ci restano così ora da raccontare solo le cose migliori, che è bene tenere per ultime. Gerd Grochowski ripete la buona prova del Tristan di qualche anno fa mettendo in campo un timbro brunito che, unito all’elegante linea di canto, è di sicuro successo e fa dimenticare anche il volume non enorme. Fa di Gunther un disperato, il che è decisamente più interessante rispetto allo scemo del villaggio con cui molto spesso viene messo in scena il re dei Gibichunghi. Johannes Martin Kränzle è tanto per cambiare uno dei migliori, pur apparendo per una scena soltanto. Bisogna dire che Wagner doveva avere un debole per questo personaggio dato che forza in tutti i modi il libretto pur di far comparire Alberich in scena almeno una volta, qui come in Siegfried, dandogli anche alcune battute molto belle e significative (che Kränzle non si lascia quasi mai sfuggire). In ogni caso la trionfatrice della serata, prevedibilmente, è stata di gran lunga Iréne Theorin, che con successo e decisione porta a termine per l’ennesima volta in questo mese il ruolo di Brünnhilde. E’ vero che arriva decisamente stanca alle ultime battute, ma glielo si perdona volentieri considerando ciò che ha dato prima. Gli highlights della sua prova comprendono uno sfoggio dell’orgoglio di essere umani, innamorati, fragili e mortali nel duetto con Waltraute, un “Helle Wert” da brividi (così come tutta la quarta scena del secondo atto) con acuti che sono a loro volta lame luminose e soprattutto un recitativo (se è lecito chiamare così l’accusa agli dei) dell’Immolazione che è di profondissima espressività e racchiude in sé una sintesi di tutta l’esperienza mitica e tragica del Ring, l’esperienza cioè proprio di quel fato che abbiamo nominato nelle prime righe di quest’articolo. Almeno una decina di minuti di applausi a oltranza alla fine, specialmente per la Theorin e per Barenboim, mentre il regista Cassiers, dopo qualche segno di disapprovazione patito nel primo ciclo, ha deciso di non presentarsi in scena in nessuno dei quattro appuntamenti di questa settimana.

 Abbiamo così chiuso anche questo nostro piccolo cerchio, in attesa di tirare un bilancio di questo Ring firmato da Barenboim e Cassiers in un articolo dedicato.

Alberto Luchetti

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Posted in: Opera