Ring alla Scala / 3 – Siegfried

Posted on 15 luglio 2013 di

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Siegfried (Ryan) attonito di fronte a Bruennhilde (Théorin) dormiente

Siegfried: Lance Ryan
Mime: Peter Bronder
Der Wanderer: Terje Stensvold
Alberich: Johannes Martin Kränzle
Fafner: Alexander Tsymbalyuk
Erda: Anna Larsson
Brünnhilde: Iréne Theorin
Der Waldvogel: Mari Eriksmoen

Orchestra del Teatro alla Scala
Direttore: Daniel Barenboim
Regia: Guy Cassiers
Scene e luci: Enrico Bagnoli
Costumi: Tim van Steenbergen

 

La maratona wagneriana che sta coinvolgendo Milano nelle ultime due settimane giunge al suo penultimo capitolo. L’eredità del mondo è stata, alla fine di Die Walküre, preparata dal disilluso Wotan per l’arrivo dell’uomo a cui è destinata: Siegfried, che dà il nome alla terza parte della Tetralogia. E’ il titolo stesso a indicarci dunque come la transizione dal mondo divino a quello umano sia oramai quasi completa. Siegfried è proprio il momento di svolta e di liberazione dalle catene del passato, in un percorso lineare, modellato sugli schemi della fiaba, che vede tutti gli antagonisti del “vecchio ordine” cadere ai piedi del nuovo eroe. E’ anche il momento del risveglio e del riscatto di tutto ciò che la prigione del sonno ha tenuto in serbo in attesa dell’uomo giusto. Quello che poco più sopra abbiamo chiamato “eredità del mondo” (usando parole di Wagner stesso) è infatti custodito da due dormienti: il drago e Brünnhilde, ovvero da due paure totalmente opposte. Da una parte sta la paura atavica, la Ursorge di Erda, il timore di perdere ciò che si ha, che conduce all’arroccarsi del sé, allo sterile accumulo e possesso di Fafner (in un circolo vizioso che aumentando il patrimonio aumenta anche questa stessa paura di privarsene); dall’altra parte abbiamo vince l’esperienza esistenziale della mortalità vissuta pienamente, che è l’incontro di Siegfried e Brünnhilde, il cuore che batte d’emozione, la tensione all’annullamento del sé (leuchtende Liebe, lachender Tod!). Non è un caso che sempre Siegfried sia anche la cerniera di composizione del Ring, il momento in cui Wagner ha dovuto fermarsi (poco prima della fine del secondo atto, cioè proprio fra il drago e Brünnhilde) per dedicarsi al Tristan und Isolde, opera dell’annullamento d’amore par excellence.

Siegfried (Lance Ryan) sfida gli antagonista con la spada Nothung

Siegfried (Lance Ryan) sfida gli antagonista con la spada Nothung

Il lungo preambolo, oltre che calarci nell’atmosfera dell’opera, ci servirà da segnavia per muoverci nel racconto dello spettacolo (tenendo presente sempre che le valutazioni sulla regia e sulla direzione saranno completate in un articolo dedicato a fine ciclo). Ci servirà innanzitutto a comprendere perché Daniel Barenboim, con energia quasi inesauribile per tutto il corso della serata, abbia voluto stendere un velo di cupezza e pesantezza su tutto il primo atto e gran parte del secondo, senza risparmiare mezzi pur di creare l’effetto di un mondo sprofondato in terrore profondo. Tutti frutti che pagano poi soprattutto nell’inizio del terzo atto, dove si scende proprio all’origine di tutto, ad Erda, nelle viscere delle paure inconsce. La complessa gestazione dello spirito libero di Siegfried da questa tetraggine invece è tutta affidata alle sfumature di colore orchestrale. Esse devono rendere conto della falsità di Mime, che vorrebbe farsi sostituto di madre per ingabbiare e sfruttare ai suoi fini l’eroe. La differenza fra il materiale musicale che è veramente dedicato alla tensione del bambinone Siegfried verso la madre morta e quello invece plasmato da Mime nelle sue filastrocche è davvero giocata su piccoli accorgimenti, proprio perché Mime è un ottimo imitatore (nomen omen) che usa la dissimulazione non potendo usare la forza. Il lavoro sugli archi, in particolare i violoncelli, ha saputo evidenziare proprio questa dialettica fra autentico (suono denso, teso e intenso) e falso (suono slavato e ripetizioni stanche, prive di pathos). Molto ambiziose poi le scelte di tempo del maestro, a tratti quasi a sfidare l’orchestra, con dei ritardandi interminabili nei momenti di maggior accumulo di tensione armonica e delle tirate a perdifiato nelle chiuse d’atto. L’affascinante forgiatura a tempo di record ad esempio ha seriamente messo in difficoltà i cantanti, che già tendono per natura a rimanere indietro, mentre le strette conclusive non di rado sono risultate un po’ troppo confusionarie. Certamente non manca il gusto per l’effetto e per il preziosismo nel suono (specialmente gli archi hanno dato vita a passaggi memorabili, anche grazie alla prima parte De Angelis) e non è mai scontato il suo approccio alla partitura, con differenze significative anche da replica a replica. E’ forse rivedibile invece la gestione psicologica delle “risorse umane” in orchestra, con alcuni errori talmente marchiani in buca che saremmo portati ad attribuirli più ad un clima di eccessiva tensione che ad effettive distrazioni o, men che meno, deficit di tecnica.

Complessivamente di ottimo livello la compagnia di canto, a partire dal protagonista Lance Ryan, che apparentemente è l’unico tenore al mondo capace di sobbarcarsi la temibile parte di Siegfried (lo farà anche a Bayreuth). Che il timbro non sia dei più gradevoli e che l’intonazione nel suo canto sia l’eccezione e non la regola è oramai noto. D’altro canto la resistenza è impressionante e scenicamente il suo personaggio infantile ma vigoroso funziona sempre. Quando l’orecchio fa l’abitudine alle caratteristiche della sua voce (a quelli che di partenza considereremmo difetti) tutto assume più naturalezza e fruibilità, tanto che ne rimpiangiamo l’assenza per il Götterdämmerung (lo sostituirà Schager). Delle doti di Iréne Theorin abbiamo avuto e avremo ancora modo di parlare, qui ha solo la breve ma tremenda parte del duetto conclusivo. E’ sicuramente, delle tre opere in cui compare Brünnhilde, quella meno adatta alla sua vocalità. Lasciando da parte i due do acuti (buono il secondo ma regolarmente steccato il primo), è proprio il lirismo dell’estasi d’amore a non essere nelle corde della Theorin, vuoi per il vibrato e vuoi per il poco agio con cui si muove nel registro acuto. Ciò detto non è mancata la zampata dell’artista nell’importante frase “lachend zu Grunde geh’n”, resa con incisività tale da giustificare ed esprimere tutta la compenetrazione fra amore e morte che caratterizza la stretta del duetto. Dove Siegfried l’umano vede l’inizio, lei che fu divina vede già la fine (che infatti sarà lei a compiere).

Siegfried (Ryan) circuito da Mime (Bronder)

Siegfried (Ryan) circuito da Mime (Bronder)

Fra gli antagonisti che si alternano nel corso dell’opera spiccano certamente il Mime di Peter Bronder e il Wotan di Terje Stensvold, in netta contrapposizione fin dalla presenza scenica: piccoletto, nevrotico e spelacchiato l’uno; colossale, volitivo e sornione l’altro. Entrambi sono dotati di voce che riempie agevolmente la sala e non disdegnano di caratterizzare il personaggio in maniera molto marcata, sfruttando rispettivamente la voce pungente e autoritaria. Trascurabili i difetti, con Bronder che si lascia ogni tanto trascinare dall’interpretazione mettendo in secondo piano la precisione e la tendenza di Stensvold ad aprire molto i suoni perdendo di eleganza (Wotan è pur sempre un dio, seppur viandante) nella linea di canto. Non è molto estesa la sua parte, ma certo non ha bisogno di conferme e altri elogi l’Alberich di Johannes Martin Kränzle, qui giunto addirittura al delirio di potere sfrenato (specialmente sulla frase “der Welt walte dann ich!”). Preciso e grazioso il Waldvogel di Mari Eriksmoen (sostituita da un mimo in scena), azzeccati e ben svolti i ruoli di “voci dalle profondità” del sempre truce Fafner di Alexander Tsymbalyuk e della inerme Erda di Anna Larsson, seppur entrambi mostrino qualche difficoltà a salire.

Un altro, fondamentale tassello del percorso verso il gran finale è stato dunque aggiunto, in attesa del quarto ed ultimo col Götterdämmerung che simbolicamente chiuderà quello è probabilmente il progetto più ambizioso dell’ultimo decennio scaligero. L’applauditissimo direttore musicale è in prima fila in questa che assume sempre più i tratti di una missione e di una battaglia. L’eredità del mondo è stata riscattata da Siegfried, ora tutto è in mano agli uomini, in attesa di vedere che ne sarà.

 

Alberto Luchetti

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