Ring alla Scala / 2 – Die Walküre

Posted on 15 luglio 2013 di

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Siegmund (Simon O'Neill) e Sieglinde (Waltraud Meier)

Siegmund: Simon O’Neill
Hunding: Mikhail Petrenko
Wotan: René Pape
Sieglinde: Waltraud Meier
Brünnhilde: Iréne Theorin
Fricka: Ekaterina Gubanova

Orchestra del Teatro alla Scala
Direttore: Daniel Barenboim
Regia: Guy Cassiers
Scene e luci: Enrico Bagnoli
Costumi: Tim van Steenbergen

 

Abbiamo lasciato Wotan che celebrava la sicurezza della sua rocca del Walhalla al chiudersi del sipario sul Rheingold per ritrovare, al suo riaprirsi per Die Walküre, l’insicurezza di due uomini mortali e perseguitati dal destino in una casa-prigione. In questa transizione fra prologo e prima giornata c’è tutto il tragitto del Ring wagneriano, col passaggio di consegne dal divino all’umano. E in questa che è probabilmente la parte più celebre della Tetralogia, non manca certamente l’umanità, affidata soprattutto alla sventurata coppia di gemelli-amanti Siegmund e Sieglinde. Gli interpreti di questi due ruoli cruciali sono gli stessi del celebrato allestimento del dicembre 2010. Ritroviamo dunque tutto il talento di una delle più grandi protagoniste dei palcoscenici wagneriani degli ultimi decenni, Waltraud Meier, sempre più capace di unire il gesto scenico e il canto espressivo. Citiamo in particolare le scene di delirio del secondo atto in cui sembra far tesoro tanto delle sue Kundry quanto delle sue Isolde per dare a questo breve ma folgorante e fatale amore il sapore morboso di cui la psicanalisi ci ha poi ben dato spiegazione. Il bel colore brunito della voce della Meier è rimasto immutato nei centri, mentre va inevitabilmente acuendosi la tendenza, già presagibile tre anni or sono, a sfibrarsi negli acuti (dal sol in su, ricordando che l’estensione arriva fino al si bemolle). Siamo d’altronde già ben oltre la cinquantina. Tutto l’opposto vale invece per Simon O’Neill, che riscopriamo nel pieno della sua maturità ed in grande forma con una voce decisamente più solida e piacevole di quanto la ricordassimo. Sono soprattutto gli acuti (non temibili peraltro: si arriva al la) a risultare rinforzati fino a divenire timbricamente del tutto omogenei al resto della tessitura. Grande prova di sostegno di fiato nelle due invocazioni con corona sulla parola “Wälse”, così come nel finale del primo atto. Ancora un pochino problematiche invece le mezze voci (nella scena dell’annuncio di morte con Brünnhilde), a tratti incrinate, senza che questo adombri particolarmente le qualità di un tenore che, in questo ruolo, ha oggi pochi rivali. Non si è ripetuto il boato con cui si era concluso il primo atto settimana scorsa, ma l’entusiasmo del pubblico ha comunque abbondantemente premiato entrambi gli interpreti, con qualche attenzione in più per la Meier, per la quale è maturato oramai alla Scala quasi un senso di riconoscenza.

Sieglinde (Meier) intravvede Siegmund (O'Neill) entrare

Sieglinde (Meier) intravvede Siegmund (O’Neill) entrare

Sarà proprio l’esempio tragico di Siegmund e Sieglinde a spalancare le porte all’umanità, ovvero alla compassione, nel mondo divino, trascinando con sé anche la coppia padre-figlia, Wotan e Brünnhilde. Anche qui scendono in campo due pezzi grossi, ma a differenza della coppia di umani siamo di fronte ad interpreti diversi rispetto all’allestimento del 2010. In realtà René Pape avrebbe dovuto esserci già allora, ma fu poi sostituito per indisposizione. Curiosamente, per la legge vichiana dei ricorsi, anche oggi Pape è stato annunciato indisposto, portando tuttavia lo stesso a termine la recita. In effetti non ci è parso in piena forma, con conseguente atteggiamento conservativo e voce raramente spiegata. Considerando che già non è dotato di grande volume, è stato di fatto arduo sentire le belle e morbide sfumature di fraseggio e colore che è stato comunque in grado di dare. Per fortuna l’orchestra è poco invasiva nell’importante monologo del secondo atto, dove è risultata cruciale la sua capacità di scavare le frasi, mentre sono state più sacrificate l’addio e, soprattutto, le scene di rabbia. Chi invece non ha certo problemi ad emergere anche su un centinaio di orchestrali è la Brünnhilde di Iréne Theorin, vera protagonista di questo ciclo con tre partecipazioni su quattro opere (mentre gli interpreti degli altri due ruoli chiave, Siegfied e Wotan, cambiano nel corso del ciclo). Rispetto alla collega Nina Stemme, che aveva impressionato tutti in questo ruolo, la Theorin è meno precisa nelle pirotecniche vocali (i do nella scena d’ingresso sono un terno al lotto) ma guadagna punti in capacità di dare intenzione alla voce e significato alla frase, il che, in ultima analisi, è decisamente più importante. Si aggiunge poi il physique du rôle  che ne fa una Valchiria inconfondibile, tanto selvaggia e risoluta prima quanto tenera, compassionevole e supplichevole poi. Avremo poi modo di parlare ancora dell’evoluzione della sua interpretazione nelle successive giornate.

Come ogni opera che si rispetti, anche Die Walküre è tuttavia costruita, più che sulle coppie, sui triangoli. Ed ecco dunque gli ultimi due personaggi, terzi incomodi rispettivamente dell’umano e del divino: Hunding e Fricka. Mikhail Petrenko, che tornerà come Hagen, non impressiona particolarmente pur senza essere effettivamente deficitario. Gli potremmo rimproverare la tendenza a vociferare troppo senza che le note (precise, incluse quelle più gravi) siano di grande impatto espressivo. Contribuisce anche la monotonia nella postura scenica, con paresi del volto in posa truce e gambe perennemente divaricate da duro che fanno di Hunding una poco temibile parodia del gradasso cornuto. Molto più credibile e sentita la gelosia di Fricka, che è ancora (come nel Rheingold e come tre anni fa) l’ottima Ekaterina Gubanova. La sua scena è stata una delle più riuscite della serata, comunicando perfettamente l’ansia non solo della donna tradita quanto della custode della casa che vede crollare tutto il suo mondo (il mondo degli dei eterni, per l’appunto). La voce solida già riscontrata nel Rheingold è ora divenuta tagliente come una lama affilata dall’indignazione. E’ dunque perfettamente credibile che Wotan (peraltro un Wotan introverso come quello di Pape) ceda a questo giusto lamento, risolvendo così quello che rischia altrimenti di essere uno dei punti drammaturgicamente più deboli del Ring. La risolutezza di Fricka è specchio della forza dei patti con cui Wotan ha raggiunto il potere e a cui ora sta di fatto rinunciando.

Fricka (Gubanova) redarguisce Wotan (Pape)

Fricka (Gubanova) redarguisce Wotan (Pape)

Sempre impegnativa la serata dell’orchestra, che quest’oggi ha trovato anche un Daniel Barenboim leggermente sottotono, forse per la stanchezza accumulata fra recite e prove negli ultimi giorni e che si è fatta sentire soprattutto nel terzo atto. A lui vanno imputate almeno in parte le tante imperfezioni negli attacchi, mentre è chiaramente incolpevole sulla discutibile precisione di intonazione mostrata dalle tube wagneriane nel corso dell’opera. La linea direttoriale ha al solito privilegiato la scala macro su quella micro, enfatizzando i grandi momenti in cui tutti i timbri si fondono in ricchi impasti e perdendo un poco di terreno nelle parti più cesellate di contrappunti e di motivi puntati (il tema di Hunding ad esempio è risultato quasi comico e grottesco per le sbavature occorse). Qualche disguido fra palco e buca è avvenuto anche nella prima scena del terzo atto (la Cavalcata delle Valchirie), con le otto cantanti non sempre impeccabili. Molto suggestivo invece il colore orchestrale per tutto il primo atto, con tutto il reparto degli archi e dei legni da elogiare. E’ stato questo, con il duetto al calor bianco fra la Meier e O’Neill, il punto più memorabile della serata. D’altronde è ben da loro due che verrà fuori la prossima opera: Siegfried!

 

Alberto Luchetti

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