Ring alla Scala / 1 -Das Rheingold

Posted on 15 luglio 2013 di

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Wotan: Michael Volle
Donner: Jan Buchwald
Froh: Marius Vlad
Loge: Stephan Rügamer
Alberich: Johannes Martin Kränzle
Mime: Peter Bronder
Fasolt: Iain Paterson
Fafner: Alexander Tsymbalyuk
Fricka: Ekaterina Gubanova
Freia: Anna Samuil
Erda: Anna Larsson
Woglinde: Aga Mikolaj
Wellgunde: Maria Gortsevskaya
Flosshilde: Anna Lapkovskaja

Orchestra del Teatro alla Scala
Danzatori della compagnia Eastman
Direttore: Daniel Barenboim
Regia: Guy Cassiers
Scene e luci: Enrico Bagnoli
Costumi: Tim van Steenbergen

 

C’è molto nel gesto con cui Daniel Barenboim dà il via al secondo (ed ultimo) ciclo del Ring des Nibelungen in questo caldo giugno milanese al Teatro alla Scala. C’è innanzitutto la forza di volontà e il coraggio di ricominciare, dopo il successo della prima Tetralogia andata in scena settimana scorsa, l’impresa di oltre 16 ore di musica e teatro in una manciata di giorni. Ricominciare: è questa in effetti la vera sfida di tutto ciò che è ciclico nonché la parola d’ordine di questo Rheingold. Se vale la metafora di T.S. Eliot, che vuole l’aprile della rinascita come mese più crudele, questa sarà anche la sfida più dura. Nel mi bemolle maggiore che a poco a poco prende forma nel preludio Barenboim pare proprio voler mettere tutto questo carico di presentimenti e anticipazioni che può avere solo chi ha già e appena “visto” la fine. Si colloca così agli antipodi di una lettura leggiadra e innocente del fiat lux wagneriano. Il senso plumbeo di pesantezza, spesso un trademark di questo direttore, è trasmesso fin dal pedale di contrabbassi d’apertura, attraversato da tensioni che fanno quasi pensare ad un tremolo risuonante per tutta la sala. L’effetto è giustamente quello di una voce che viene dal basso, dal ventre della terra, dall’inconscio collettivo. I successivi ingressi in arpeggi dei corni e degli altri archi rinforzano questa atmosfera ctonia, preferendo il mormorio di un ribollire magmatico al distendersi di un fluire acquatico. Anche la dinamica svolge il suo ruolo in questa interpretazione, con il crescendo trattenuto fino ad un più rapido sfogo finale anziché la consueta crescita proporzionale ed omogenea. Che la natura prima, originaria di Wagner sia un mondo tetro e profondamente angoscioso ce lo conferma infine la regia, col sipario che si apre su un generale grigiore in cui paiono quasi irrisorie le verdi forme femminili proiettate su un muro di scuri mattoni. Ci siamo soffermati su questo momento come intuizione generale di tutto il lavoro che questo Ring ha comportato e che così ha (nuovamente) inizio.

Alberich irriso dalle figlie del Reno

Alberich (Kraenzle) irriso dalle figlie del Reno (Mikolay, Gortsevskaya e Lapkovskaja)

Lasceremo da ora in avanti tutte le considerazioni generali sulla direzione e sulla regia per un articolo a fine ciclo che tirerà le somme di questo lavoro avendo la necessaria visione d’insieme. Restano invece tutti da raccontare gli aspetti più specifici di ogni singola opera, a partire proprio da questo Rheingold e dall’ottima prova dell’oramai rodato e sincronizzato trio di figlie del Reno composto da Aga Mikolaj, Maria Gortsevskaya e Anna Lapkovskaja. Menzioniamo al merito soprattutto la prima, che nel ruolo di Woglinde ha anche a disposizione molte delle battute più significative (una per tutte l’annuncio della rinuncia all’amore). La direzione è attenta a caratterizzare quanto più possibile la differenza fra il loro gioco aggraziato e la goffaggine dell’antagonista Alberich, interpretato dallo straordinario Johannes Martin Kränzle, capace senza mai perdere precisione e bellezza nel suono di piegare la frase in una ricchezza di sfumature: dal desiderio alla frustrazione, dall’invidia alla macchinazione di vendetta, dal delirio di potere fino all’umiliazione. Ne risulta un personaggio psicologicamente a tutto tondo, distante anni luce dalle macchiette a cui troppo spesso viene ridotta quella che è invece una delle figure chiave del Ring. Comprendere che Alberich, costretto a compensare con l’ossessione dell’avere la sua impossibilità ad essere, è in fondo metafora del destino di ogni uomo è il primo passo per non fare di Wagner un mero favolista antisemita.

Se Kränzle ha in qualche modo dato così spessore ad Alberich, l’opposto si dovrebbe dire di Michael Volle, che ci è parso invece declassare il personaggio centrale dell’opera, Wotan, verso un carattere esageratamente meschino. Volle è indubbiamente dotato di presenza scenica e vocale importante, con una rara capacità di volume e di articolazione della frase che purtroppo non viene sempre ben sfruttata. Per quanto sia presente ed evidente in Rheingold una critica alla luminosità del mondo divino (in particolare nella quarta scena, quando Wotan si rifiuta di concedere l’anello), è necessario poi anche uno slancio nobile per le scene di trionfo del Walhalla, e qui il timbro legnoso e ruvido (specialmente in acuto) non ha aiutato. Più che un dio giovane e arrogante ci è parso insomma di sentire un consumato brigante. Sul fronte delle divinità spicca invece la Fricka di Ekaterina Gubanova, con voce salda (come è giusto che sia dato che, novella Giunone, rappresenta proprio tale virtù) ma non ancora stentorea come sarà in Valchiria. Per ora è ancora la moglie dolce e supplicante, specialmente efficace in quei passaggi in cui invita Wotan alle gioie del focolare domestico e che Barenboim giustamente evidenzia con evidenti allargamenti di tempo. Positivo anche il timbro chiaro e fresco di Froh (Marius Vlad), mentre Donner (Jan Buchwald) non è sufficientemente “tonante” come il ruolo farebbe desiderare. Abbiamo lasciato per ultima Anna Samuil che purtroppo non ha ripetuto la bella prova di tre anni fa come Freia, divinità dell’amore e custode dell’eternità divina a cui poco si addice una voce sempre più preoccupante e sgradevole per l’eccesso di vibrato, in netto contrasto con la figura invece sempre graziosa.

Wotan (Volle) contende Freia (Samuil) ai giganti

Wotan (Volle) contende Freia (Samuil) ai giganti (Peterson e Tsymbalyuk)

Completiamo la rassegna del cast citando prima di tutto un altro dei trionfatori della serata: il Loge di Stephan Rügamer. Per quanto la voce abbia in apparenza perso leggermente di smalto e chiarezza rispetto alla memorabile performance del 2010, siamo ancora davanti ad un applauditissimo maestro del palcoscenico in un ruolo peraltro molto premiante per brillantezza interpretativa. Tutti meriti da ascrivere anche a Peter Bronder, che è aiutato anche dal fisico minuto nell’incarnare Mime (avremo poi modo di parlare di lui più diffusamente per il Siegfried). All’estremo opposto dei registri vocali troviamo due ottimi giganti in Alexander Tsymbalyuk, il truce Fafner, e Iain Paterson, che sorprende piacevolmente per il colore molto gradevole con cui tratteggia un poetico Fasolt dalle mani callose ma dal cuore intenerito dalle grazie femminili. Sempre fra le voci profonde, ma questa volta femminili, c’è la sapiente Erda di Anna Larsson, che sfrutta il timbro scuro e l’esperienza liederistica nel fraseggio (per la cruciale frase “alles was ist endet”) seppur non sempre con emissioni impeccabili.

L’orchestra, che in ultima analisi è spesso la vera protagonista in Wagner, è stata qualitativamente allineata al cast vocale: ottimo livello con qualche eccezione. Come sempre sono soprattutto gli ottoni e specialmente i corni (più tube wagneriane) a preoccupare, in particolare quando sono scoperti, il che purtroppo qui avviene spesso. Alcuni inciampi in passaggi anche importanti (ad esempio prima di Hedo, Heda, Hedo) saltano purtroppo subito all’orecchio. Visibile e udibile in ogni caso il lavoro di Barenboim che privilegia la sintesi all’analisi e si prodiga ad impastare gli strumenti per tirare fuori un suono ricco e di grande impatto, funzionale specialmente ai momenti a tinte più forti (in cui, decisamente, non sono mancati i fortissimi) che pullulano ad esempio nella terza scena. Sfuggirà qualche finezza, ma l’effetto è assicurato, ed infatti è proprio il direttore alla fine a prendersi la maggior fetta di applausi, guidando al trionfo il nutrito gruppo di cantanti in fila. E domani… si ricomincia, con Die Walküre.

Alberto Luchetti

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